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giovedì 1 settembre 2016

COLPO DI STATO IN BRASILE: 2

Il colpo di Stato in Brasile

ALTRENOTIZIE
di Fabrizio Casari 
Con una votazione pilotata, che non lasciava margini a nessuna sorpresa, la legittima Presidente del Brasile, Dilma Roussef, è stata deposta dalle sue funzioni presidenziali. Il suo vice, Temer, tra i personaggi più corrotti della politica brasiliana e autore della manovra golpista, s’insedierà ora alla presidenza pur senza essere mai stato eletto. Degli 81 senatori che hanno votato, 40 di essi sono sotto processo o sotto inchiesta per corruzione. In Parlamento la percentuale di parlamentari sotto accusa è del 60% del totale.
Il paradosso di vedere un corrotto che accusa di corruzione ad una innocente fa parte di quel samba dell’iperbole che vive perennemente nella politica brasiliana. Le accuse rivolte a Dilma, eletta da 54 milioni di brasiliani sono ridicole e riguardano la firma di tre decreti che, a detta degli accusatori, sono serviti ad ottenere prestiti esteri non concordati con il Parlamento.

Dilma ha smentito categoricamente le accuse e va detto che, comunque, gli eventuali errori amministrativi o di procedura commessi non possono in nessun caso comportare l’inibizione e la destituzione del Presidente, riservata a reati di natura e volume decisamente più gravi. Semplicemente, la compravendita di deputati e senatori (tra i quali 5 ex ministri) ha costruito una maggioranza parlamentare per ribaltare il voto delle urne.

Quello che è andato in onda a Brasilia è quindi un vero e proprio colpo di Stato condotto in spregio alla Costituzione e con l’abuso delle prerogative parlamentari nei confronti della Presidente. Ed è stato possibile proprio grazie alla compravendita di parlamentari da parte dei poteri forti brasiliani che, sotto pressante richiesta di Washington, hanno deciso di rimuovere la presidente legittimamente eletta.

I cambi di casacca e i tradimenti sono pane quotidiano per i politici brasiliani, essendo il trasformismo politico una delle caratteristiche di un sistema che, fino all’avvento di Lula, risultava il più nitido ed efficace esempio della polarizzazione sociale. Quello che si annuncia, anzi che è già in marcia, è un ritorno a politiche neoliberiste che riporteranno nella miseria quei 40 milioni di brasiliani che nei 13 anni di governo Lula e Dilma avevano conosciuto diritti e cibo come mai nella storia del gigante economico carioca.

Le diseguaglianze croniche, l’assenza di politiche sociali e la repressione erano state infatti la cifra della politica brasiliana. Ma la vittoria del PT e gli anni di governo di Lula prima e di Dilma poi avevano visto inorridire i poteri forti di fronte a governi che, per la prima volta, decidevano di indirizzare una quota importante della ricchezza nazionale verso le politiche di perequazione sociale. Lo stesso protagonismo internazionale del Planalto e gli accordi commerciali con Russia, Iran ed Unione Europea avevano ridotto molto i margini di controllo degli Usa sul Brasile, gigante economico e riferimento politico-diplomatico per i governi progressisti dell'America Latina.

C’è Washington dietro il colpo si Stato. E sono proprio i suoi  interessi, minacciati dall’indipendenza e dall’integrazione economica e politica latinoamericana, ad essere tornati in campo con forza. Ciò anche a seguito del progressivo allontanarsi dal Golfo Persico di una parte importante degli interessi strategici degli Stati Uniti e dalla sempre maggiore attenzione all’area del Pacifico, base fondamentale del confronto strategico con la Cina. In questo nuovo contesto le strategie dell’impero riportano per converso l’attenzione sull’America Latina.

La presidenza Obama si è infatti caratterizzata per un nuovo attivismo golpista in America Latina. L’intento della sua Amministrazione è quello di piegare con la forza i paesi che hanno dato vita negli ultimi anni alla rinascita democratica dell’America Latina, diventata una spina nel fianco delle multinazionali statunitensi e della stessa Casa Bianca che da queste dipende.

La rinnovata ostilità della Casa Bianca nei confronti del subcontinente si era già delineata con la riattivazione della IV Flotta nel Mar dei Caraibi pochi mesi dopo il primo insediamento di Obama ed è proseguito senza sosta in quello che potrebbe essere definito il processo di ri-colonizzazione. L’azione golpista si è svolta con modalità diverse rispetto al passato: sia perché in presenza di un sostegno popolare alto nei rispettivi paesi, sia perché in assenza di uno scontro bipolare dichiarato tra due sistemi alternativi tra loro, non è stato possibile ricorrere a putch militari (ad eccezione dell’Honduras).

La strategia è stata quella d’individuare, paese per paese, i punti di criticità per procedere progressivamente al ribaltamento del quadro generale. Si è quindi scelta una strada con due possibili sensi di marcia: quelle dei colpi di stato militari (riuscito in Honduras ma falliti in Bolivia ed Ecuador), e la loro variante parlamentare - riusciti prima in Paraguay e ora in Brasile - e quello dell’ingerenza finanziaria nelle campagne elettorali, che ha funzionato in Argentina ed è ancora in corso in Venezuela.

La coda del mandato di Obama non prevede soluzioni di continuità, anzi sembra voler accelerare i processi di restaurazione golpista. Rappresentano, questi, il cuore della strategia di Washington e della destra latinoamericana che, indifferente alla storia, riproduce integralmente l’insieme del suo sistema valoriale fatto di affari e repressione.

E’ di questi giorni il tentativo in corso contro il Governo di Evo Morales in Bolivia, dove l’uccisione del Viceministro Rodolfo Illanes ha rappresentato la prova generale per un nuovo colpo di Stato; a questo si aggiunge l’annunciata ondata di disordini da parte della destra fascista in Venezuela destinata a costruire un clima di guerra civile, utile alla richiesta di un intervento esterno. In questo senso risulta particolarmente conveniente la fine dei governi progressisti in Brasile ed Argentina, che rappresentavano un sostegno forte al Venezuela chavista ed un muro in difesa della democrazia nel Cono Sud.

Il prossimo obiettivo sarà quello di spodestare i governi progressisti in Bolivia, Ecuador e Nicaragua. Ma, soprattutto nel paese di Sandino, dove il 4 Novembre si vota per le presidenziali e legislative, l’obbiettivo appare quanto mai difficile da raggiungere.
I sandinisti prendono molto sul serio la loro sovranità e il Presidente Daniel Ortega ha già chiarito che non verrà permessa alcuna ingerenza nella campagna elettorale, sia che essa  si dia attraverso l'attività di Ong e organizzazioni di ogni tipo che operano per destabilizzare i paesi ostili alla Casa Bianca (e che sono tutte riconducibili all'impero e ai suoi organismi d’intelligence), sia attraverso provocazioni di tipo politico-elettorali dell’opposizione interna manovrata dagli Stati Uniti.

Ma la restaurazione del neoliberismo in America latina ieri ha segnato un punto. Con l’uscita di Dilma il Brasile conosce una delle pagine più vergognose della sua storia e ripropone, a distanza di quasi venti anni, il ritorno alla politica del dominio statunitense sull’intero continente. Non c’è bisogno di Trump per ricordare all’America Latina quanto sia effimero il valore della democrazia per chi pensa d’imporre la sua al resto del mondo.

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