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martedì 6 settembre 2016

CHI VIVE AD ATACAMA?

Chi vive nel deserto di Atacama, in Cile – Il Post

Il popolo indigeno dei Lickan Antai cerca di conservare il suo stile di vita tra turisti attratti dai fenicotteri, miniere e osservatori spaziali
«Benvenuti a Calama, città del sole e del rame» recita il pannello all’entrata di questa città situata alle porte del deserto di Atacama, in Cile. Un centinaio di chilometri più avanti i primi pannelli accolgono i turisti: «Riserva Nazionale Los Flamencos», «Valle della Morte», «Deserto di sale», seguiti in rapida successione da «Spedizioni Ande cosmiche», «Albergo Pachamama», «Adventure tours». Questo altipiano situato nel nord del Cile, con le sue polverose miniere di rame, le strutture turistiche per ogni esigenza e ampi spazi contornati da montagne a creare paesaggi unici al mondo, è conosciuto per la sua grande estensione, per essere la zona più arida della Terra e per i fenicotteri rosa (da cui la riserva naturale prende il nome) ma meno per il popolo indigeno che ci vive da circa 12mila anni, e che quotidianamente deve negoziare la propria sopravvivenza.

Sopravvivere nel deserto più arido del mondo

Come ha potuto questo popolo sopravvivere per tanti secoli nel deserto più arido del mondo? I Lickan Antai vivono in gruppi attorno alle piccole oasi in cui ci sono fonti d’acqua e tradizionalmente sono, contro ogni attesa, agricoltori e allevatori. La chiave della loro sopravvivenza è la gestione dell’acqua. Manuel Silvestre ha una quarantina d’anni, sfoggia con orgoglio la sua divisa di guardaparco della Riserva Naturale Los Flamencos, e ama parlare delle sue origini: «Essere Lickan Antai vuol dire essere un figlio della terra. Ognuno di noi conosce i propri antenati. In città voi arrivate a conoscere i vostri nonni, bisnonni al limite, ma non sapete chi sono i vostri avi. Noi lo sappiamo. E sappiamo anche rimanere in vita nel deserto più arido. Abbiamo saputo adattarci, gestire l’acqua, creare i nostri villaggi. Questa è la nostra terra, e la nostra cultura è una cultura fatta di sopravvivenza in un luogo secco e salato. Certo, abbiamo perso alcune cose nel frattempo. La nostra lingua, il Kunsa, è stata proibita ed è praticamente scomparsa, parliamo quasi tutti spagnolo ormai». L’accento di Manuel però tradisce, all’orecchio di un cileno, le sue origini indigene.
mappa_cile_atacama
Ancora oggi, a più di 70 anni, Felisa López Ramo cura il suo orto, organizza il recupero delle scarse acque piovane, canalizza l’acqua di un magro fiume per irrigare il suo piccolo appezzamento di terra. Ricorda come allegra la sua giovinezza, prima della dittatura di Pinochet, prima delle miniere, prima del turismo. Felisa racconta: «Vivevamo nell’abbondanza qui, avevamo i nostri sistemi d’irrigazione. Sapete, oggi i responsabili amministrativi vogliono portarci un sistema che viene da Israele, ma noi abbiamo i nostri sistemi tradizionali da sempre! Sappiamo far crescere il grano, per lavare i vestiti non ci serve il sapone, abbiamo delle bacche che crescono e che usiamo come detersivo. Quando ero giovane facevamo il nostro vino e la nostra birra, per le cerimonie importanti utilizzavamo le piume del fenicottero rosa, che incoraggiano le montagne a donare l’acqua. La vita si crea là da dove viene l’acqua».
La dittatura, lo sviluppo dell’industria mineraria, e recentemente l’arrivo del turismo di massa hanno cambiato il volto del territorio dell’Atacama, ma anche quello del popolo Lickan Antai, che di fronte a nuove sfide per la sopravvivenza ha scelto la sua strategia vincente: l’adattamento. «La politica e i governi cambiano», spiega Manuel «qui dobbiamo negoziare con tutti. Le miniere che vogliono sfruttare le nostre terre, le centrali geotermiche che vorrebbero costruire, la NASA che ha installato un centro di osservazione… e poi gli alberghi, ovunque. Questa gente porta lavoro ma si prende l’acqua. Altri popoli indigeni cileni hanno deciso di lottare, di usare la violenza. La nostra strategia è la negoziazione. Ogni giorno le cose cambiano nel deserto, bisogna sapersi adattare, e quindi negoziamo il futuro dei nostri bambini. La nostra cultura ha 12mila anni mentre lo Stato cileno solo 200, ma per essere ascoltati abbiamo capito che bisogna adottare i loro metodi, creare dei comitati ufficiali, costituirsi in persona giuridica. E l’abbiamo fatto».
deserto_atacama_12Manuel Silvestre (Riccardo Pravettoni)

La conservazione, un’”invasione” in più da gestire

Felisa la vede in questo modo: «Siamo stati invasi dagli Inca, poi dagli spagnoli, poi dai cileni, infine dalle miniere. Ora dai turisti e la conservazione. Tutti passano, noi restiamo». Nel 1990 il governo del Cile ha creato la Riserva Naturale Los Flamencos. Come spesso accade, le comunità locali – tra le persone più povere del Cile, insieme ad altri gruppi indigeni – hanno visto arrivare una serie di agenti dello stato incaricati di instaurare nuove regole, di far pagare il biglietto, di gestire le loro terre. Oggi questa riserva è il primo caso in Cile di co-gestione di un’area protetta dallo Stato e da un popolo indigeno. Studiata come esempio ben riuscito, la co-gestione è vista da entrambe le parti come un’alleanza strategica che permette sia di conservare l’ambiente, sia di canalizzare il flusso turistico. L’accordo di co-gestione ha inoltre permesso alle comunità di generare altre risorse.
Leticia González-Silvestre è nata a Toconau, uno dei 18 villaggi Lickan Antai che si trovano nel deserto di Atacama. Dopo il liceo ha potuto partire per studiare ed è tornata con una laurea da ingegnere agronomo. Secondo lei la co-gestione ha offerto ai Lickan Antai un’apertura verso l’imprenditoria, delle opportunità di lavoro e di formazione. Le comunità hanno creato un’associazione senza scopo di lucro per raccogliere e ridistribuire i proventi che derivano dalla riserva. Leticia spiega: «Abbiamo un beneficio economico ma anche il riconoscimento della nostra cultura. Continuiamo a negoziare la parte più importante, la gestione quotidiana delle aree, approfittando del fatto che il governo non ha i mezzi per farlo da solo». È un’alleanza in cui tutti vincono: la biodiversità che viene protetta, il governo che economizza sui costi di gestione, le comunità che si sviluppano sul piano socio-economico.
La CONAF, l’ente governativo a cui è affidata la gestione delle aree protette in tutto il paese, conferma. Alejandro Santoro, direttore regionale di CONAF, spiega: «Abbiamo un sistema di collaborazione che ci permette di sopperire alla mancanza di personale tecnico, e che ci dona una visione costante e amplia della situazione sul territorio. I Lickan Antai sono integrati nel nostro personale. È un approccio positivo». Ivonne Valenzuela, capo dell’unità che si occupa delle relazioni con le comunità indigene, precisa: «L’approccio che meglio si adatta a queste esigenze è quello di stipulare un contratto direttamente con le comunità. Loro possono beneficiare delle entrate derivanti dal turismo mentre noi ci concentriamo sulla protezione della biodiversità. Lavoriamo insieme su diversi aspetti, dalla pianificazione delle attività alla gestione di progetti di eco-turismo».

L’esplosione del turismo

La Riserva Los Flamencos è una realtà ben riuscita e oggi, con 300mila visitatori all’anno, è la seconda area protetta del Cile per numero di turisti. La questione dei benefici apportati dal turismo rimane però controversa in seno alla comunità Lickan Antai. Alcuni si dicono felici delle entrate economiche derivanti dai biglietti d’ingresso alla riserva, altri lamentano una diffusione incontrollata di agenzie e alberghi che ignorano la loro cultura, o che addirittura negano la loro esistenza.
Oggi la cittadina di San Pedro de Atacama è un susseguirsi di ristoranti, bar, alberghi, negozi di souvenir e agenzie turistiche che vendono visite guidate. Un paradiso artificiale per viaggiatori zaino in spalla, ma ben pochi abitanti locali. Le notti sono festose, i ristoranti propongono cucina cilena e internazionale, i bar traboccano di turisti giovani, anche se alcuni vanno a letto presto per svegliarsi all’alba e iniziare un trekking in una delle aree della riserva. Gli annunci delle agenzie parlano di distese infinite, spazi aperti, calma e silenzio, meraviglie della natura in un territorio immenso e inabitato. Inabitato? Basta entrare in una piccola agenzia che come tante altre propone escursioni in giornata, e che per ironia della sorte si chiama proprio “Lickan Antai tour”, per rendersi conto che la cultura Lickan Antai non è tra le priorità, anzi tutto il contrario. Chiediamo: «Abbiamo sentito dire che c’è una popolazione indigena e vorremmo sapere se organizzate escursioni con loro». La risposta della guida è stupefacente: «C’era. Si dice che siano tutti morti, decapitati dai conquistadores. C’è anche un monumento che “celebra” l’uccisione di questa razza. Ma se volete abbiamo molte altre attività da proporvi».
Sandra Flores, una Lickan Antai che gestisce una piccola agenzia turistica, la Caravana Ancestral, dice: «La sola cosa che li interessa è riempire gli autobus di turisti, non gli importa nulla della cultura millenaria che abbiamo. Per noi è molto duro sapere che la nostra esistenza viene negata, è un modo per escluderci dal mercato turistico. Le guide raccontano che il deserto è vuoto, che non ci sono comunità indigene, che non ci siamo. D’accordo, magari non abitiamo a San Pedro ma siamo ovunque nel deserto, ci dedichiamo al lavoro nei campi, agli animali. I turisti sono arrivati da un momento all’altro, non abbiamo avuto il tempo di reagire e imparare ad aprire le strutture necessarie. Ma esistiamo! E ogni giorno dobbiamo lottare per continuare a esistere». La Caravan Ancestral c’è da quattro anni, fondata da Flores insieme ad altri membri della comunità; riceve i turisti interessati alla cultura Lickan Antai, li ospita in una piccola struttura, propone loro delle passeggiate coi lama e visite al vicino sito archeologico di Tulor.
deserto_atacama_4Sandra Flores (Riccardo Pravettoni)
L’esplosione turistica ha anche un effetto potenzialmente peggiore sulle comunità Lickan Antai in quanto rende più fragile la delicata situazione idrica della zona. Le centinaia di hotel costruiti a San Pedro consumano molta acqua, una situazione che non era stata prevista e che si aggiunge all’utilizzo insostenibile di risorse idriche causato dalle miniere. Felisa è preoccupata per il futuro: «Gli alberghi hanno voluto acquistare dei terreni, noi glieli abbiamo venduti. Lì sono cominciati i problemi, non sapevamo che andassero a prendere l’acqua del sottosuolo. Ora non ne abbiamo abbastanza per coltivare e dobbiamo andare a cercarla in un luogo lontano, che prima non utilizzavamo». Visto che passa attraverso un deserto di sale, l’acqua che arriva ai villaggi attorno a San Pedro è ricchissima in sali minerali spesso tossici, tra cui l’arsenico. Alcuni la consumano ugualmente, ma ai Lickan Antai viene vietata la vendita di prodotti senza un certificato che attesti la provenienza dell’acqua utilizzata per l’agricoltura, per proteggere la salute dei viaggiatori.
Leticia parafrasa molto bene la situazione: «Il problema del turismo qui è che non viene regolamentato. È come il vino: ti dicono “è un buon antiossidante”, ma se ne bevi parecchi litri tutti i giorni ti senti male!».

«Perché non potremmo, anche noi, vivere bene?»

Negoziazione e compromesso sono dunque alla base di questo ecosistema fragile e i Lickan Antai sanno che se non si occupano del loro destino, il futuro potrebbe essere peggiore del presente. Antonio Cruz Plaza, direttore dell’associazione indigena Consiglio degli Atacameños, lo sa bene: vive a Calama accanto alla miniera di rame con il diametro più grande al mondo. Cruz Plaza spiega: «Le miniere sono all’attacco. L’economia di un intero paese contro la vita di un fenicottero rosa, e dobbiamo mostrare di essere capaci di resistere. Bisogna creare delle alleanze con i nostri fratelli indigeni della Bolivia, del Perù e dell’Argentina. Abbiamo deciso di negoziare con tutti, le miniere di litio, d’oro, con l’industria geotermica e con la riserva. Ma bisogna che tutto ciò passi per delle consultazioni con la comunità. Il popolo deve decidere, tutto qui». Cruz Plaza corre da una riunione all’altra, gestisce il consiglio come se fosse un’azienda e si dice pronto a rilevare una miniera in vendita per gestirla in modo migliore rispetto ai proprietari precedenti. Siamo lontani dall’immagine classica dell’indigeno in Congo o in Mongolia.
Un popolo indigeno che acquista una miniera e ne diventa l’operatore sembra sbalorditivo, ma Cruz Plaza si ritiene razionale: «Non vogliamo lo scontro, vogliamo solo una vita migliore! Il nostro problema principale rimane l’acqua. Non vogliamo che chi sfrutta il sottosuolo metta in pericolo le nostre risorse idriche, quindi preferiamo discutere con loro i siti delle operazioni, sorvegliare che abbiamo il minor impatto possibile sul nostro ambiente. Il nostro popolo è culturalmente ricco e vogliamo cambiare la realtà, cambiare il nostro destino. Perché non potremmo, anche noi, vivere bene?». Ancora oggi i Lickan Antai, come molte altre popolazioni indigene in Cile, fanno parte delle frange più povere della popolazione. Lobby della conservazione o dell’industria mineraria per loro fa lo stesso. Si tratta comunque di gente venuta da fuori per utilizzare le loro terre e con la quale bisogna negoziare. Le industrie, quella estrattiva o del turismo, li hanno ignorati a lungo ma ora è con loro che provano a ricavare profitto, preservando allo stesso tempo il loro territorio.
deserto_atacama_8Anche il campetto da calcio ha una vista incredibile (Riccardo Pravettoni)
In aiuto ai Lickan Antai e a supporto della loro autodeterminazione si muovono alcune organizzazioni per i diritti dell’uomo e delle popolazioni autoctone. Felipe Guerra Schleef è un giovane avvocato e lavora per l’Observatorio Ciudadano. Convinto della necessità di preservare sia il patrimonio culturale sia quello naturale, difende le popolazioni indigene in caso di violazione dei loro diritti alla terra e di sfruttamento illegale delle loro risorse. Con una tazza di mate in mano spiega: «Le popolazioni indigene sviluppano la loro cultura in stretto contatto con il territorio che abitano. Il sentimento di appartenenza è fondamentale e se vogliono mantenere le loro tradizioni è necessario che gli venga riconosciuto il diritto alla terra e alle risorse. Oggi in Cile le popolazioni indigene sono ufficialmente riconosciute, la Convenzione Internazionale ILO 169 relativa ai diritti dei popoli indigeni e tribali, è stata ratificata ed è un buon passo. Ma nei fatti le industrie sono spesso avvantaggiate per ragioni economiche, la terra viene privatizzata e questo minaccia l’esistenza di vari popoli indigeni».
Nel sud del paese altri gruppi lottano contro lo sfruttamento della loro foresta o la creazione di riserve sulle terre di cui sono proprietari. In questo contesto la co-gestione e la negoziazione dei Lickan Antai è inedita. Sarebbe replicabile? «Non è così facile» risponde Guerra Schleef. «L’errore sarebbe quello di ridurre i popoli indigeni a un gruppo omogeneo. Sarebbe invece opportuno lasciare ciascun gruppo riflettere e decidere quello che è meglio per loro. Qualcuno vorrà un’area co-gestita, altri potrebbero volere un altro tipo di gestione, magari esclusiva».
Lontani dal mito del buon selvaggio, o da quello di una natura incontaminata da proteggere grazie alla benevolenza di una ONG occidentale, i Lickan Antai cercano di rimpossessarsi del loro destino, e di trovare una via tra sviluppo economico e preservazione di ambiente e cultura. Un approccio che potrebbe dare speranza ai casi di altri gruppi indigeni che vedono le loro terre trasformate in aree protette senza aver voce in capitolo. La Conferenza Mondiale organizzata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) sulla Conservazione in corso in questi giorni alle Hawaii, nel centenario del sistema delle aree protette statunitense, riunisce i principali attori della conservazione: Nazioni Unite, enti governativi e ONG. I paesi che finanziano questi progetti si riuniscono per discutere il futuro delle aree protette nel mondo e allo stesso tempo vari rappresentanti dei popoli indigeni cercano di far sentire le loro ragioni. Si spera che il dialogo porti a un confronto costruttivo.
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Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dell’European Journalism Centre (EJC) all’interno del programma Innovation in Development Reporting Grant Programme ed è stato pubblicato anche in inglese sul Guardian e su Nouvel Obs in francese. I testi e i video sono di Marine Gauthier, le foto e le mappe di Riccardo Pravettoni. Insieme ad altri due reportage finanziati dall’EJC – uno realizzato in Mongolia, uno nella Repubblica Democratica del Congo – questo articolo fa parte di un progetto intitolato Reserved!. La ricerca di Marine Gauthier e Riccardo Pravettoni sarà presentata in occasione dell’IUCN World Conservation Congress (1-10 settembre 2016), il congresso annuale delle Nazioni Unite sulla conservazione della natura, che si svolge alle Isole Hawaii.

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