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lunedì 5 settembre 2016

CHE COSA E' EMERSO DAL G20

Conclusioni del G20: “Crescita debole e rischi sui mercati”. Sui migranti l’Ue chiede aiuto al mondo

Il commercio fa litigare Europa e Cina. Divisioni su acciaio e contraffazione
AFP
Al summit Jean-Claude Juncker e il presidente cinese Xi Jinping

LA STAMPA 05/09/2016
INVIATO A HANGZHOU
«La crescita resta più debole di quanto sarebbe desiderabile». Così recita il comunicato finale del G20 di Hangzhou, che La Stampa ha letto. Quindi aggiunge: «Rischi rimangono a causa della potenziale volatilità nel mercato finanziario, le fluttuazioni nei prezzi delle materie prime, commerci e investimenti fiacchi, produttività e occupazione lente. Le sfide che originano dagli sviluppi geopolitici e l’incremento del flusso dei rifugiati, così come dal terrorismo e dai conflitti, complicano il quadro economico globale». Infatti i leader della Ue Junker e Tusk hanno lanciato un appello affinché tutto il mondo si faccia carico dell’emergenza migranti. «L’Europa è al limite dell’accoglienza, la crisi dei migranti è globale, serve più impegno» ha detto Juncker.  

La diagnosi è chiara, ma la cura incerta. Dire che siamo al tutti contro tutti sarebbe esagerato, ma è vero che ad Hangzhou i punti di intesa su come rianimare l’economia mondiale, e salvare la globalizzazione dall’ondata populista, sembrano meno delle divergenze, come quella esplosa con la Cina sulla sovraproduzione di acciaio. I leader si sono accordati su una nuova serie di principi per rendere più facili e trasparenti gli investimenti internazionali. «L’Hangzhou Consenus» poi sollecita i paesi del G20 ad usare tutte le leve, partendo dall’innovazione cara al padrone di casa Xi, ma le ricette per la ripresa continuano a non essere allineate. 
Fonti autorevoli della Casa Bianca dicono che gli Usa sperano che la Ue rinunci all’austerity, e punti sulla flessibilità dei bilanci per consentire gli stimoli. Un problema che secondo Washington va oltre le note resistenze della cancelliera tedesca Merkel. Ma il presidente della Commissione europea Junker, nella conferenza stampa col presidente del Consiglio Europeo Tusk, ha difeso «la nostra strategia per la crescita. Il virtuoso triangolo investimenti, riforme e controllo dei conti sta funzionando». 

Bruxelles poi ha rivendicato la decisione di multare Apple per non aver pagato abbastanza tasse in Irlanda, perché «è basata sui fatti», e ha chiesto più trasparenza fiscale in tutto il mondo, riflessa nel comunicato finale. Unione Europea e Stati Uniti hanno fatto pressione insieme sulla Cina affinché riduca la sua produzione eccessiva di acciaio, freni le contraffazioni, e continui le riforme per aprire il mercato e adeguare le sue aziende statali a quelle private delle economie liberiste. Pechino produce il 50% dell’acciaio mondiale, che ora sta scaricando all’estero, perché il rallentamento della sua economia lo ha reso inutile all’interno. Finora, però, ha promesso di tagliare solo un terzo dell’eccesso. Il comunicato chiede di intervenire, e il 7 settembre gli sherpa delle si vedranno a Parigi per discutere come. 

La nuova premier britannica May ha confermato che «la Brexit avverrà», e l’annuncio sull’attivazione dell’articolo 50 per avviare il meccanismo di uscita è vicino. Il comunicato del G20 ne ha preso nota, sottolineando come «il risultato del referendum aggiunge incertezza all’economia globale». Ad esempio pone il problema di rinegoziare gli accordi commerciali a cui Londra aveva aderito attraverso la Ue, tra cui la Transatlantic Trade and Investment Partnership con l’America, che per il presidente Obama e lo stesso Junker sta ancora facendo progressi, mentre secondo il vice cancelliere tedesco è una trattativa ormai fallita. Il capo della Casa Bianca ieri ha ribadito la sua posizione: «Ero e resto convinto che la Gran Bretagna stesse meglio nella Ue». Il comunicato del G20 auspica che «la Gran Bretagna resti un partner stretto dell’Ue», ma Juncker e Tusk hanno segnalato che non hanno fretta di accomodare le richieste di Londra per nuove intese sugli scambi con Bruxelles, perché «la nostra priorità è dare risposte a chi vuole restare nell’Ue, non a chi vuole uscirne».  

Le ricette dunque variano, e molte divergenze resistono. Tutti i leader del G20 però dovrebbero sentire sul collo il fiato populista, e sapere che se le decisioni di oggi non aiuteranno la crescita, rischieranno di pagare un pesante prezzo politico. 

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