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mercoledì 28 settembre 2016

CASE DISCOGRAFICHE VS YOUTUBE

Le case discografiche contro l’ultima frontiera della pirateria: il download da YouTube

Parte la campagna contro lo «stream ripping»: con una doppia iniziativa legale in USA e UK, major ed etichette indipendenti denunciano un sito che trasforma i video in brani musicali


LA STAMPA 28/09/2016
Era da un po’ di tempo che non si sentiva parlare di pirateria musicale su Internet. Non che la crociata dell’industria discografica contro la copia non autorizzata di brani online fosse conclusa, ma ci eravamo ormai abituati a veder puntati altrove i riflettori dei media e dei comunicati stampa: soprattutto sulle magnifiche sorti della musica in streaming e sulle polemiche a essa collegate, come quella del «value gap» contro YouTube. Baie dei pirati, P2P e filesharing sembravano ormai lontane suggestioni di un altro decennio, quello trascorso tra l’invenzione di Napster (1999) e la nascita di Spotify (2008). 

A riportarci un po’ indietro nel tempo arriva adesso una nuova dichiarazione di guerra delle case discografiche, che tuttavia - anche questo è un inevitabile segno del cambiamento - prende di mira un bersaglio ben diverso rispetto a quelli degli anni passati: lo «stream ripping». Con questo termine si identifica la pratica di scaricare sul proprio computer o smartphone un file che in teoria sarebbe disponibile solo in streaming. Un passaggio che è reso possibile da diversi servizi gratuiti online e che viene utilizzato soprattutto in rapporto con i giganteschi archivi di YouTube: si digita l’indirizzo del video e si ottiene la versione audio in MP3. Uno di questi servizi si chiama Youtube-MP3.org (nomen omen) ed è il nuovo nemico dell’industria. 

L’operazione contro Youtube-MP3.org, prima e probabilmente non ultima tappa della campagna contro lo «stream ripping», è stata annunciata dalla International Federation of Phonographic Industry (la confindustria globale della musica registrata), è promossa sia dalle major che dalle etichette indipendenti e si è per ora concretizzata con una denuncia depositata in una corte federale della California e con un procedimento avviato dalla British Phonographic Industry nel Regno Unito. In entrambi i casi, l’obiettivo è la società tedesca PMD Technologie UG, che controlla YouTube-MP3.org. Le associazioni discografiche chiedono la chiusura del sito e i danni economici. Per il responsabile della PMD Philip Matesanz non si tratta di una prima volta: nel 2012, quando aveva 21 anni, finì nel mirino di Google più o meno per la stessa ragione. 

A quanto ammontino i danni economici reali dello «stream ripping» per l’industria, in un settore iper-liquido come quello della musica digitale, è difficile dirlo. Ma le dimensioni del fenomeno denunciate dalle major non sono di poco conto. Un paio di settimane fa, il Music Consumer Insight Report 2016commissionato da IFPI riportava che nella fascia dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni il 49% degli intervistati avevo ammesso di aver utilizzato servizi di «stream ripping» negli ultimi sei mesi (in crescita rispetto al 41% dell’anno precedente). Sempre secondo l’industria discografica, Youtube-MP3.org è il pesce grosso del settore: responsabile di circa il 40% dei download in tutto il mondo, con 60 milioni di utenti unici mensili. 

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