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mercoledì 7 settembre 2016

OBOR O GUERRA

La decisione definitiva per il ventunesimo secolo: OBOR o guerraDi Pepe Escobar
TheSaker.is 
Il G20 si riunisce nel polo tecnologico di Hangzhou, in Cina, nel bel mezzo di una congiuntura geopolitica estremamente tesa.
La Cina ha investito [in inglese] un immenso capitale politico/economico per preparare questo summit. Le discussioni saranno incentrate sulla ricerca di soluzioni “per un’economia mondiale rinvigorita, interconnessa e inclusiva.”
I Ministri del Commercio del G20 hanno già concordato di stendere nove principi base per gli investimenti globali, e in questo summit la Cina continuerà ad esercitare pressioni affinché i mercati emergenti abbiano maggior voce in capitolo nel sistema di Bretton Woods.
Ma innanzitutto la Cina cercherà di ottenere un maggior sostegno da parte del G20 per il progetto delle Nuove Vie della Seta – ufficialmente note come One Belt, One Road (OBOR) – e per la neonata Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).


Pertanto, nel cuore del G20 assisteremo alla competizione testa a testa tra due progetti che plasmeranno la geopolitica di questo nuovo secolo.
La Cina ha proposto l’OBOR; uno spettacolare piano di connettività pan-eurasiatica progettato per creare un iper-mercato di dimensioni pari a 10 volte quelle del mercato USA nel giro di una ventina d’anni.
L’iper-potenza statunitense – non l’Occidente atlantista, visto che l’Europa è impantanata nelle sue paure e nella sua stagnazione – “propone” l’attuale status quo neocon/liberista; la solita tattica del Divide et Impera; fondata sulla paura, personificata dall’elenco di “minacce” da combattere, iniziando dalla Russia per continuare con Cina e Iran. Il rombo geopolitico sullo sfondo della giungla hi-tech riguarda tutto il “contenimento” [in inglese] dei due importanti stati del G20, Russia e Cina.
Non serve un oracolo per profetizzare quale dei due progetti sia più intrigante – e per molti versi seducente – per il Sud Globale, come anche per una nutrita schiera di nazioni del G20.
Quella frenesia per la connettività
Confrontando Occidente e Asia, si può cogliere a colpo d’occhio, in miriadi di forme, l’evidente contrasto tra la paralisi e la paranoia e un progetto immensamente ambizioso da 1.400 miliardi di dollari, che potenzialmente toccherebbe 63 nazioni, non meno di quattro miliardi e quattrocento milioni di persone e circa il 40% dell’economia globale, che tra le altre cose creerà nuovi orizzonti commerciali “rinvigoriti, interconnessi e inclusivi”, e ragionevolmente inizierebbe un’era post geopolitica di accordi win-win [letteralmente “vincente-vincente”, vantaggioso per tutte le parti coinvolte].
Una serie di meccanismi finanziari è già all’opera: l’AIIB (che disporrà di capitali ben maggiori dei suoi iniziali 100 miliardi di dollari); il Silk Road Fund (per cui sono già stati disposti 40 miliardi dollari); la New Development Bank (NDB) del BRICS, che ha a propria disposizione altri 100 miliardi di dollari come cifra iniziale; in aggiunta, un vasto assortimento di altri soggetti come la China Development Bank e la China Merchants Holdings International con sede ad Hong Kong.
Le aziende di stato e i fondi cinesi comprano senza sosta porti e aziende ad alta tecnologia in Europa occidentale – dalla Grecia alla Gran Bretagna.
Sono già in esercizio treni merci che percorrono la tratta Zhejiang-Teheran in 14 giorni, attraverso il Kazakistan e il Turkmenistan; presto saranno parte di una ferrovia ad alta velocità trans-eurasiatica, che comprenderà una Transiberiana ad alta velocità.
Il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), da 46 miliardi di dollari, ha il potenziale di sbloccare vaste aree del sud Asia, con Gwadar, gestito dalla China Overseas Port Holdings, destinato a divenire un polo marittimo chiave nelle Nuove Vie della Seta.
Verranno costruiti porti in alto mare a Kyaukphyu in Myanmar, nell’isola di Sonadia in Bangladesh, ad Hambantota in Sri Lanka. Si aggiunga a questo il Parco Industriale sino-bielorusso e 33 accordi in Kazakistan riguardanti tutti gli aspetti delle attività estrattive, le costruzioni, il petrolio e il gas.
Lo scorso febbraio PWC [Price Waterhouse Coopers, in italiano] ha fatto un elenco di progetti OBOR già realizzati, iniziati di recente o concordati e firmati per 250 miliardi di dollari.
Una serie di progetti della Via della Seta si intreccerà attraverso l’Eurasia, costituendo via via una rete di corridoi tra est e ovest e tra nord e sud attraverso molte zone economiche; una connettività in espansione e un frenetico sviluppo infrastrutturale che coinvolgerà Russia, Cina, India, Pakistan, Iran, il Sudest asiatico e l’Asia centrale, più che nella geografia, sono nel destino.
Non è in caso che gran parte di ciò che succede abbia luogo in stati membri della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Le Nuove Vie della Seta saranno totalmente intrecciate con la riprogrammazione della SCO, per farne un ombrello di cooperazione sicura in ambito economico.
Parallelamente, la Russia, con il progressivo coordinamento tra l’Eurasia-Economic-Union (EEU) e i progetti delle Nuove Vie della Seta, proietta la partnership strategica tra Russia e Cina molto oltre la semplice connettività della Nuova Via della Seta con l’Europa.
Seguite questi indizi [in inglese “CUES”, si  veda il doppiosenso più avanti]
Il Sudest asiatico – tramite la Via della Seta Marina – è un nuovo polo nel gioco della connettività eurasiatica. Il che introduce il tema della presunta illegittimità delle rivendicazioni cinesi di sovranità indiscutibile sulla “linea dei nove tratti” [in italiano], sancita recentemente all’Aja.
Gli Stati Uniti e le Filippine hanno un accordo di difesa reciproco dal 1951, secondo cui devono essere difesi anche “i territori delle isole sotto la giurisdizione [di Manila]”. Washington sotto la potenziale presidenza neocon-liberista di Hillary Clinton – e Kut Campbell, che ha formulato il concetto del “perno sull’Asia” come possibile Segretario di Stato – potrebbe avere la tentazione di dichiarare che il trattato si applica alle isole, agli atolli, agli “scogli” e perfino alle secche sottomarine, come quella di Scarborough Shoal.
Pechino non cadrà nella trappola. In seguito ad un recente incontro nella Mongolia Interna, la Cina e l’ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico, in italiano] hanno stabilito la costituzione di una linea diplomatica d’emergenza e di adottare un Codice per gestire gli Incontri in Mare Non-Pianificati [sigla in inglese, “CUES”].
L’ASEAN e le potenze est asiatiche, nel frattempo, continuano a soppesare i meriti della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) – 16 nazioni, il 29% del commercio mondiale – come alternativa al TPP, su cui invece fanno pressione gli USA delle corporation, una specie di NATO dei commerci che escluderebbe la Cina.
Cina che, dal canto suo, è iperattiva su tutti i fronti: incrementerà l’utilizzo del know how di Singapore per fare avanzare i progetti della Nuova Via Della Seta. Singapore, con una popolazione al 75% di etnia cinese, è il maggior investitore straniero in Cina e un importante polo d’oltremare per il commercio in yuan. Più del 20% del PIL di Singapore è collegato alla Cina.
Allo stesso tempo, nei suoi piani per la Siria post bellica, Pechino si impegna a promuovere il commercio e la cooperazione economica con Damasco, un altro futuro polo dell’OBOR. Male non fa sapere che questo ripagherebbe in maniera asimmetrica il Pentagono per le sue interferenze nel Mar Cinese Meridionale, e per lo schieramento della THAAD [Terminal High Altitude Area Defense, difesa d’area terminale ad alta quota, in italiano] in Sud Corea.
Pechino ha chiarito che il Mar Cinese Meridionale non sarà oggetto di discussione al G20. Il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte da parte sua ha puntualizzato: “Non abbiamo fretta di andare in guerra, abbiamo fretta di parlare.”
Il nocciolo della questione riguardo al Mar Cinese Meridionale e alle sue connessioni con l’OBOR non è la sovranità su degli “scogli”, e nemmeno su riserve non ancora sfruttate di petrolio e di gas; in realtà è legato alla capacità della Marina cinese di regolarne ed eventualmente negarne l’”accesso” al Pentagono e alla Marina USA. Di sicuro la Marina statunitense non farà prigionieri per evitare che la Cina diventi dominante dal punto di vista strategico nel Pacifico Occidentale, così come Washington lotterà senza esclusione di colpi per imporre il TPP, al fine di impedire alla Cina di regnare economicamente sul Pacifico asiatico.
La massima di Deng Xiaoping – “mai prendere l’iniziativa, mai rivelare il proprio potenziale reale, mai sforzare troppo le proprie capacità” – appartiene al passato. Al G20, di nuovo, la Cina annuncerà di essere sul punto di prendere l’iniziativa. E non solo questo, ma anche di volersi sforzare al limite delle proprie capacità per far sì che quest’ultra ambizioso progetto di integrazione eurasiatica che è l’OBOR funzioni. Lo si consideri un mostruoso esercizio di PR o di soft power cooperativo; il fatto che l’imperialismo umanitario impersonato dal Pentagono consideri la Cina una grande “minaccia” è tutto ciò che le nazioni del Sud del Mondo – e il G20 per quello che conta –  devono sapere.
Articolo di Pepe Escobar pubblicato su TheSaker.is il 01/09/2016
Traduzione in italiano a cura di Mario B. per Sakeritalia.it
[le note in questo formato sono del traduttore]

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