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sabato 10 settembre 2016

TUTTI GLI ANTIEUROPEISTI

Quelli contro l’Europa – Il Post

ilpost.it – Quelli contro l’Europa Paese per paese, quali sono e come vanno i partiti cosiddetti “euroscettici”: in certi posti sono molti forti, in altri non esistono
Da anni abbiamo fatto i conti, fino a trovarla familiare, con la parola “euroscetticismo”, cioè una diffidenza ostile verso l’Unione Europea, evocata soprattutto in relazione ai successi di vari partiti cosiddetti “euroscettici”: da ultimo, la vittoria del partito di destra radicale Alternativa per la Germania nel Länder del Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
La loro recente espansione e diffusione è innegabile: fino ai primi anni Duemila contavano pochissimo praticamente ovunque ed erano inesistenti in certi paesi dalla lunga tradizione filo-europea.
Oggi le cose sono cambiate: due importanti paesi dell’est Europa – Ungheria e Polonia – hanno governi apertamente euroscettici, quasi ogni nazione ha un partito che “rappresenta” l’euroscetticismo mentre in altri paesi come Austria e Francia il principale partito euroscettico è in testa ai sondaggi. Poi ci sono i paesi in cui praticamente non esiste, come la Spagna e l’Irlanda.
Ma l’euroscetticismo non è uguale ovunque: in alcuni posti è associato a una certa sinistra delusa dalla “Europa delle banche”, altrove agli abitanti delle città infastiditi dall’eccessiva burocrazia, e in altri posti, più semplicemente, alla rabbia della classe medio-bassa indirizzata dai politici locali verso l’establishment europeo e gli immigrati. Abbiamo messo insieme una piccola guida per capire a che punto siamo, in ogni paese dell’Unione.
 Germania
È il paese di cui più di recente si è parlato in relazione alla “avanzata dell’euroscetticismo”. Il partito più rappresentativo della mozione antieuropeista è Alternativa per la Germania (AfD), che ha appena battutol’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) di Angela Merkel alle elezioni di domenica nel Länder del Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
AfD Supporters Protest Against Liberal Migrants PolicyUna manifestazione dell’AfD a Magdeburgo, 14 ottobre 2015 (Sean Gallup/Getty Images)
L’AfD sta sfruttando le preoccupazioni di parte dell’elettorato, che sta abbandonando i partiti più grandi e storici della Germania, per seguire il primo partito di destra che sta riuscendo a radicarsi in Germania dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Il partito si è formato nel 2013 ma ha già ottenuto diversi buoni risultati alle precedenti elezioni regionali, al contrario di molti piccoli partiti di destra attivi da anni in Germania (come il neonazista Partito Nazionaldemocratico di Germania, a sua volta molto legato al movimento PEGIDA).
Su diversi giornali locali e internazionali, il successo dell’AfD è stato messo in relazione all’atteggiamento di apertura mostrato dal governo tedesco durante la crisi dei migranti del 2015. Sin dai primi mesi del 2016, secondo i dati messi insieme dallo Spiegel, l’AfD è dato sopra al 10 per cento dai sondaggi nazionali. L’Economist scrive che alle prossime elezioni federali entrerà «senza dubbio» in Parlamento.
Francia
Il Front National, il partito euroscettico di estrema destra di Marine Le Pen, è dato da mesi in grande ascesa: anche se alle elezioni regionali dell’autunno 2015 non è riuscito a ottenere il governo di nessuna regione, si è confermato il primo partito del paese con circa il 28 per cento complessivo dei voti.
Negli ultimi tempi il Front National sta guadagnando consensi anche fra i giovani: cosa non scontata per un partito euroscettico e nazionalista tradizionale, il cui elettorato tende a essere piuttosto anziano. Uno studio citato da Le Point sostiene che poco meno di un terzo dei giovani nella fascia di età 18-25 si è detto disposto a votare il Front National alle elezioni presidenziali del 2017.
Secondo un altro studio citato dall’edizione francese di 20minutes, alle elezioni regionali il 34 per cento delle persone nella fascia d’età 18-30 ha votato Front National. La popolarità del Front National va probabilmente collegata all’atmosfera che si è creata dopo gli attentati di Parigi e all’assenza di figure “nuove” fra i partiti tradizionali, cioè quello socialista e quello popolare.
Un breve documentario di BBC sui successi del Front National
Spagna
In Spagna nessuno fra i quattro principali partiti che sono in ballo per formare un governo è apertamente euroscettico (Podemos critica solamente alcuni aspetti dell’Unione, soprattutto economici). La Spagna è anche uno dei pochi paesi dell’Unione a non avere nessun partito federato con i tre gruppi politici che al Parlamento Europeo “rappresentano” l’euroscetticismo (l’ENF di Marine Le Pen e Matteo Salvini, l’EFDD dell’UKIP e del Movimento 5 Stelle e in parte l’ECR, guidato dai conservatori britannici).
La Spagna inoltre è uno dei due paesi che nel 2005 a un apposito referendum per approvare la Costituzione europea vinse il Sì (l’altro fu il Lussemburgo; in Francia e nei Paesi Bassi vinse il No). Di recente, però, sempre più spagnoli sostengono di avere una cattiva opinione dell’Unione Europea: secondo un sondaggio dell’istituto Pew, dal 2015 al 2016 sono aumentato del 16 per cento.
Nel 2013 il Financial Times si era spiegato così l’assenza di un partito euroscettico in Spagna: «la maggior parte degli spagnoli che ha più di 40 anni ricorda ancora molto bene il fallito colpo di stato del 1981. Quando la Spagna è entrata nell’Unione quattro anni dopo, in molti hanno guardato alle istituzioni europee come ai garanti del fragile sistema democratico».
La permanenza nell’Unione Europea gioca anche una parte rilevante nel caso dell’indipendenza della Catalogna: le autorità europee hanno chiarito da tempo che in caso di scissione la Catalogna dovrebbe fare un’apposita richiesta per entrare nell’Unione, col rischio di riuscirci solamente dopo molti anni.
Artur Mas(AP Photo/Manu Fernandez)
Italia
In Italia l’unico partito convintamente europeista è il Partito Democratico: tutti gli altri, con varie sfumature, hanno mostrato un certo grado di euroscetticismo. Sull’Unione Europea, il Movimento 5 Stelle – che al Parlamento Europeo ha persino fondato un gruppo politico con il partito indipendentista del Regno Unito, forse il partito più euroscettico al mondo – condivide molte posizioni con la Lega Nord, e un anno fa ha presentato le proprie firme per indire un referendum per uscire dalla zona euro.
Anche Silvio Berlusconi, nonostante Forza Italia sia affiliata al Partito Popolare Europeo, pro-Europa, ha parlato della possibilità di uscire dall’euro. 
Sinistra Italiana, il nuovo grande raggruppamento di ciò che sta alla sinistra del PD, parla di cambiare i trattati europei e i suoi esponenti attaccano spesso “l’Europa delle banche”; il suo dirigente Stefano Fassina ha espresso posizioni possibiliste rispetto all’eventualità di uscire dall’euro. Un sondaggio di Ipsos condotto nel 2016 dice che il 48 per cento degli italiani contattativoterebbe per lasciare l’Unione Europea in caso di referendum.
Regno Unito
Nonostante nei giorni e nelle settimane successive al referendum su Brexit girassero testimonianze di persone pentite di aver votato per l’opzione Leave, non sembra che le convulse conseguenze del referendum abbiano spostato molte opinioni.
Secondo un sondaggio di agosto di YouGov, il 46 per cento delle persone contattate ha detto che il Regno Unito ha fatto bene a votare per uscire dall’Unione, contro il 42 per cento di persone che sostengono il contrario (il 12 per cento di persone contattate non ha un’opinione precisa).
Sono numeri simili a quelli precedenti al referendum e citati in uno studio dell’Istituto Pew, secondo cui il 48 per cento dei britannici aveva una cattiva opinione dell’Unione Europea.
Non è chiaro quale influenza abbia avuto il referendum sulla popolarità dei principali partiti politici: l’UKIP, il partito che più ha sostenuto il Leave, è calato leggermente nei sondaggi, così come il Labour, sostenitore del Remain (che però ha una crisi di consensi che va avanti da anni, e che attualmente è molto diviso sul suo segretario Jeremy Corbyn).

Irlanda
L’Irlanda è tradizionalmente uno dei paesi più pro-Europa dell’Unione. Da quando è nato il mercato unico europeo, il PIL dell’Irlanda – un paese che è stato molto povero per gran parte della sua storia – è quasi decuplicato. Sia Fine Gael sia Fianna Fáil, i due partiti rivali sin dalla Guerra civile che pochi mesi fa hanno accettato di formare uno storico governo di coalizione, sono convintamente filo-europeisti. Il principale partito più “euroscettico” è il Sinn Féin, nato come braccio politico dell’IRA: negli anni Settanta si oppose all’entrata dell’Irlanda nella CEE e in generale è critico dei meccanismi con cui viene gestita l’Unione oggi, come moltissimi altri partiti di sinistra radicale in giro per l’Europa.
Nell’Irlanda del Nord, Sinn Féin ha comunque fatto campagna per il Remain: Gerry Adams, lo storico leader del partito, ha spiegato che il partito ha fatto questa scelta «perché crediamo che il futuro [dell’Irlanda] vada in quella direzione».
Enda Kenny, Jean Claude Juncker
Il primo ministro irlandese Enda Kenny assieme al presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker in una foto del 2011 (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)
Paesi Bassi
Nel 1957 i Paesi Bassi furono uno dei sei paesi fondatori della Comunità europea: cinquant’anni dopo, nel 2005, furono l’unico stato insieme alla Francia a bocciare la Costituzione europea.
Al referendum organizzato per decidere se accettarla o meno, il 61 per cento degli elettori votò contro, trascinati dall’estrema destra e dall’estrema sinistra. Negli ultimi anni i Paesi Bassi hanno perso gran parte della loro aura di paese tollerante e filo-europeo: secondo i sondaggi degli ultimi mesi, il primo partito del paese è il Partito per la Libertà (PVV), un movimento di estrema destra, xenofobo ed euroscettico guidato da Geert Wilders.
Anche il Partito Socialista, una formazione di sinistra radicale a sua volta euroscettica, ha un esteso consenso: alle elezioni del 2012 è stato il quarto partito più votato e ha ottenuto 15 seggi.
Geert Wilders Speaks To Pegida Gathering
Geert Wilders (Jens Schlueter/Getty Images)
Joris Luyendijk, antropologo e giornalista olandese, ha recentemente spiegato sul Guardian alcune delle ragioni del brusco cambiamento avvenuto nei Paesi Bassi negli ultimi anni. Secondo Luyendijk, uno dei motivi di quello che definisce il “disorientamento” degli attuali Paesi Bassi coincide con l’evento che di colpo fece diventare importante nel paese la guerra in Ucraina: l’abbattimento del volo MH17 di Malaysia Airlines avvenuto il 17 luglio 2014 in Ucraina orientale. Morirono 298 persone, tra cui 193 olandesi (il volo era partito da Amsterdam ed era diretto a Kuala Lumpur, in Malesia): «Significa che, in proporzione alla popolazione, la nazione ha subito una perdita più grande di quella degli Stati Uniti l’11 settembre».
Secondo Luyendijk, l’abbattimento del volo MH17 è stato solo l’ultimo episodio di quella che chiama «una serie di catastrofi senza precedenti che ha colpito il paese negli ultimi 15 anni».
Le prime due sono stati gli assassini di Pim Fortuyn e Theo Van Gogh. Il primo era un politico di estrema destra fondatore di un movimento anti-immigrazione, ucciso nel 2002 da un estremista ambientalista. Van Gogh era invece un regista e intellettuale con posizioni molto critiche verso l’immigrazione e l’Islam in generale: fu ucciso per strada ad Amsterdam da un uomo di 26 anni di origini marocchine, che disse poi di aver agito per difendere il nome di Allah.
Insieme agli assassini di Fortuyn e Van Gogh, Luyendijk cita anche l’attentato con il quale nel 2009 un uomo provò a uccidere la famiglia reale cercando di investire in auto il corteo che stava percorrendo la città di Apeldoorn per il giorno della Regina, una festa nazionale dei Paesi Bassi. La famiglia reale rimase illesa ma 7 persone morirono dopo essere state investite. Morì anche l’attentatore, e le sue motivazioni non furono mai chiarite. Questi episodi, spiega Luyendijk, hanno contribuito a diffondere un clima di paura, sfruttato da partiti come quello di Wilders.
Svezia
Anche la Svezia, come i Paesi Bassi, ha sempre avuto la fama di paese aperto, tollerante e filo-europeo. Qualcosa sta cambiando anche lì: nonostante il governo svedese sia composto da una coalizione fra Socialdemocratici e Verdi, quindi tradizionalmente filo-europeo, alle ultime elezioni del 2014 i Democratici svedesi – un partito nazionalista ed euroscettico fondato nel 1988 – hanno aumentato molto i propri consensi, passando da 20 a 49 deputati (dieci anni fa non ne avevano nemmeno uno).
Al Parlamento europeo fanno parte dell’EFDD, il gruppo politico di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Un recente sondaggio citato dal sito di news Nordsterjnan e compiuto su più di mille cittadini svedesi ha mostrato che solo il 39 per cento delle persone contattate pensa che restare nell’Unione sia una buona idea, contro il 59 per cento di un simile sondaggio effettuato sei mesi fa.
L’aumento di consensi dei Democratici Svedesi è stato messo in relazione alla crisi dei migranti del 2015: la Svezia è stato uno dei paesi storicamente più accoglienti nei confronti dei richiedenti asilo, ma la percezione di molti è che le autorità europee non abbiano fatto abbastanza per aiutare in questo senso il governo svedese (che nel frattempo ha reso più dura la proprio posizione sull’accoglienza).
Il video di un raduno anti migranti alla stazione di Stoccolma, nel gennaio 2016: un centinaio di persone col volto coperto si sono ritrovate per distribuire dei volantini con scritto “Ne abbiamo abbastanza!” e hanno minacciato diversi migranti
Austria
Anche l’Austria è uno dei paesi dei quali più si è parlato di recente in relazione alla “avanzata dell’euroscetticismo”.
Alle elezioni presidenziali di maggio 2016 sono arrivati al ballottaggio due candidati fuori dai partiti istituzionali: Alexander Van der Bellen dei Verdi e Norbert Hofer del Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ, “Partito della Libertà”), di estrema destra. Il ballottaggio è da rifare – c’è stato un guaio con i voti inviati via posta – ma Hofer ha preso solamente poche migliaia di voti in meno rispetto a Van der Bellen: sarebbe stata la prima elezione di un capo di stato di estrema destra in uno stato europeo dopo la Seconda guerra mondiale.
L’Austria è storicamente una nazione “speciale” a causa della sua scomoda posizione fra Europa occidentale e orientale, condizione avvertita anche dal suo elettorato (ancora oggi, l’Austria non fa parte della NATO). L’FPÖ esiste dal 1956 ed è sempre stato un partito “euroscettico”: negli anni Novanta divennero molto popolari perché si opposero sia all’ingresso dell’Austria nell’Unione Europea sia all’introduzione dell’euro.
Negli ultimi tempi l’FPÖ è tornata popolare almeno quanto negli anni Novanta soprattutto grazie alle sue posizioni molto nette contro l’immigrazione (l’Austria è stato uno dei paesi di passaggio del flusso di migranti che nel 2015 hanno attraversato la cosiddetta “rotta balcanica”). I sondaggi più recenti sul ballottaggio danno nuovamente Van der Bellen e Hofer molto vicini.
Lo “Heute Show”, una specie di “Daily Show” della tv tedesca, “spiega” l’FPÖ
Danimarca
Con l’uscita del Regno Unito, la Danimarca è diventata il paese con più opzioni di opt-out – cioè di rinuncia ad attuare le normative europee – dell’Unione. La Danimarca ne ha tre: sulla politica monetaria, quella estera (unico caso nell’Unione) e sugli affari interni. Insomma, non è mai stato uno dei paesi più filo-europei dell’Unione.
Le cose sono peggiorate da quando il centrodestra ha vinto le elezioni politiche circa un anno fa: da allora il governo ha approvato diverse leggi per scoraggiare i migranti ad arrivare nel paese – la più discussa è stata approvata a gennaio e prevede, tra le altre cose, la possibilità di confiscare beni e gioielli ai migranti – e introdotto un difficilissimo test per ottenere la cittadinanza.
Alle ultime elezioni europee e politiche il Partito del Popolo Danese, di estrema destra, ha ottenuto i risultati migliori della sua storia e ora appoggia il governo in Parlamento. Il Partito del Popolo Danese è stato anche il principale promotore della campagna del No al referendum per eliminare una delle clausole di opt-out, tenuto nel dicembre del 2015 (ha vinto il No). La diffidenza verso l’Unione è così diffusa che dopo Brexit il primo ministro danese ha dovuto smentire l’intenzione di indire un simile referendum anche in Danimarca.
Un servizio di “Deutsche Welle” sulle misure più severe per i richiedenti asilo in Danimarca
Belgio
Nonostante il Belgio sia un paese con enormi problemi di integrazione sociale e di funzionamento dello stato, non ha grossi problemi di euroscetticismo. Il partito più sensibile a questi temi è il partito indipendentista Alleanza Neo-Fiamminga, che però si definisce un partito “eurorealista” più che “euroscettico”: insomma, vuole semplicemente che l’Unione sia meno invadente, ma non vuole uscirne. Alleanza Neo-Fiamminga è stato il partito più votato alle ultime elezioni politiche del 2014, ma a causa di una serie di vicissitudini e negoziati ad oggi ha solo tre ministeri nel governo di coalizione. Tutti gli altri partiti coinvolti sono filo-europei.
Nel 2014, il sito di news EUobserver aveva provato a spiegare l’assenza di un forte movimento euroscettico in Belgio: «[ogni anno] il Belgio riceve un sacco di visitatori di livello mondiale. Solamente nel 2014 sono passati Barack Obama e il presidente cinese Xi Jinping. In giugno c’è stato il G7, e i summit dei leader europei non si contano. Non male per un paese di cui molte persone nel mondo probabilmente ignorano l’esistenza. I belgi sono anche orgogliosi del loro ruolo nel costruire l’Unione: sono stati uno dei sei paesi fondatori, e i politici belgi sono sempre stati influenti.
Nel 2014 sono belgi due delle principali figure dell’Unione: il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il commissario del Commercio Karel De Gucht. L’influenza di Van Rompuy e De Gucht sui cittadini belgi, in termini di spiegare cosa fa l’Unione, hanno mitigato la tendenza dei politici locali a dare la colpa all’UE per ogni cosa negativa. Molti belgi sanno che non è colpa dell’Europa se il debito e il deficit pubblici sono alti: invece, guardano all’Europa per una soluzione».
Qualcosa probabilmente si è spostato, dopo l’attentato a Bruxelles e le conseguenti settimane di tensione in molte città del Belgio: tanto che secondo un sondaggio Ipsos effettuato fra marzo e aprile del 2016 più del 40 per cento dei cittadini belgi contattati crede che sia opportuno tenere un referendum sulla permanenza del Belgio nell’Unione (anche se meno del 30 per cento voterebbe per uscire).
European Debt Crisis Grows
Una statua regge il simbolo dell’Euro fuori dal Parlamento europeo a Bruxelles (Mark Renders/Getty Images)
Lussemburgo
Nessuno dei principali partiti in Lussemburgo – il paese con il più alto PIL pro capite in Europa, e il secondo al mondo – si può definire “euroscettico”. L’attuale presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, è stato primo ministro del Lussemburgo per quasi vent’anni. Il partito che più si avvicina alla definizione di “euroscettico” è Alternativ Demokratesch Reformpartei” (ADR, “Partito Riformista di Alternativa Democratica”), che alle ultime elezioni europee ha preso il 7,53 per cento dei voti, un filo in più di quanti ne ha presi alle politiche del 2013. Prima delle elezioni europee del 2014, il primo presidente di ADR Gast Gibéryen ha precisato al Luxemburger Wort che il suo partito è «decisamente pro-Europa». Al Parlamento europeo sta nell’ECR, il gruppo che fa riferimento ai Conservatori britannici.
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Jean-Claude Juncker (JOHN THYS/AFP/Getty Images)
Finlandia
La Finlandia è entrata nell’Unione Europea solo nel 1995, probabilmente per via dei suoi stretti rapporti commerciali con la Russia. Da allora è generalmente considerata un paese “europeista” (il suo PIL, fra l’altro, da allora è praticamente raddoppiato). Recentemente però le cose si sono fatte più complicate: anche per via della crisi di Nokia, la principale azienda del paese, la Finlandia non si è ancora ripresa dalla crisi economica.
Il governo di centrodestra sta attuando diverse misure di austerità economica, mentre al contempo nel 2015 ha ricevuto 32.500 richieste di asilo, il decuplo rispetto al 2014: sembra una ricetta perfetta per il successo di un movimento “euroscettico”, ma per ora i partiti tradizionali stanno tenendo.
Due partiti su tre della coalizione di governo sono convintamente europeisti, e un sondaggio compiuto dopo Brexit ha indicato che solo il 16 per cento delle persone contattate credeva che fosse necessario tenere un referendum per uscire dall’Unione il più presto possibile. Il partito di destra radicale dei Veri Finlandesi, che fa parte della maggioranza di governo e ha nel programma un referendum per uscire dall’Unione, si è diviso sulla possibilità di richiederlo davvero: il capo del partito Timo Soini ha escluso che l’eventuale referendum si terrà prima delle prossime elezioni parlamentari del 2019.
Leader of the True Finns Party ,Timo Soi
Timo Soini (JONATHAN NACKSTRAND/AFP/Getty Images)
Malta
Sin dalla sua indipendenza dal Commonwealth, il Partito Nazionalista maltese ha sempre spinto verso l’inclusione nella comunità europea. Lo stesso non si può dire del Partito Laburista locale, che quando è stato al governo ha promosso una politica isolazionista e più vicina ai governi “di sinistra” di Libia e Algeria.
È stato il Partito Nazionalista, nei primi anni Duemila, a fare campagna per il Sì al referendum per accedere all’Unione, tenuto nel 2003. Il Partito Laburista fece campagna per il No. Alla fine vinse il Sì con il 53,6 per cento dei voti. Da allora anche il Partito Laburista ha abbandonato le sue posizioni anti-europeiste.
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Il primo ministro maltese Edward Fenech Adami (a sinistra) e il suo ministro degli Esteri Joseph Borg ratificano l’entrata di Malta nell’Unione Europea, 16 aprile 2003 (Virginia Mayo-Pool/Getty Images)
Cipro
Andreas Theophanous, che insegna Economia politica all’Università di Nicosia, scrive che quando nel 1990 Cipro fece richiesta per entrare nell’Unione Europea «le aspettative erano alte, e c’era molta euforia sia in relazione al conflitto con la Repubblica di Cipro e la Turchia sia alle prospettive socio-economiche del paese».
Oggi, stando a diversi studi sull’”euroscetticismo” a Cipro, la percezione è che quelle aspettative siano state tradite. I colloqui per risolvere la divisione di Cipro non hanno fatto grandi passi avanti.
Nel 2013, inoltre, a causa di una crisi bancaria il governo ha avuto bisogno di un prestito di 10 miliardi di euro dalla cosiddetta “troika”, che è stato erogato in cambio della chiusura della seconda banca più grossa del paese e dell’approvazione di alcune misure di austerità economica. Secondo l’ultimo Eurobarometer, una serie di sondaggi compiuti dalla Commissione Europea, a Cipro meno del 40 per cento delle persone contattate crede che l’adesione all’Unione Europea sia stata una cosa positiva per il proprio paese.
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(PATRICK BAZ/AFP/Getty Images)
Repubblica Ceca
Anche in Repubblica Ceca, come a Cipro, l’ingresso nell’Unione Europea – avvenuto nel 2003 tramite un referendum a cui il Sì ha vinto col 77,3 per cento – era carico di aspettative. Non è andata molto bene: l’economia si è ripresa solo di recente dalla crisi del 2008 e nel frattempo si sono succeduti otto governi, nessuno dei quali è sembrato molto stabile (in Repubblica Ceca il voto è molto frammentato, e non esiste un partito che riesce a essere popolare ovunque). Molti politici – fra cui l’ex presidente Václav Klaus, che al referendum del 2003 fece campagna per il No ed è rimasto in carica fino al 2013 – hanno cercato di scaricare la colpa della crisi sull’Unione Europea: lo stesso Klaus all’epoca dell’entrata avvertì che la Repubblica Ceca stava per perdere parte della sua sovranità.
Oggi la Repubblica Ceca ha la fama di essere uno dei paesi più euroscettici dell’Unione: alle ultime elezioni europee ha votato il 18,2 per cento dell’elettorato.
Evropský_parlament_2014
Un esempio della frammentazione del voto in Repubblica Ceca: in blu sono colorati gli stati vinti da ANO, un partito centrista, alle ultime elezioni europee. ANO è risultato il primo partito con il 16 per cento dei voti (la mappa è di Wikipedia)
Secondo Jiří Pehe, un rispettato analista politico ceco, parte della colpa va attribuita al fatto che la Repubblica Ceca ha ancora un apparato burocratico molto legato ai partiti, che non è stato capace di reinvestire al meglio i vari fondi europei. Questo fatto ha generato una forte carica populista e anti-establishment, che i politici cechi sono stati abili a incanalare verso le istituzioni europee. Un’altra spiegazione l’ha data lo storico ceco Stanislav Balík sul Prague Daily Monitor.
Secondo Balík, la scarsa fiducia dei ciechi verso le istituzioni europee derivano dalla diffidenza con cui hanno sempre guardato agli imperi che nel corso della storia hanno controllato il loro territorio (su tutti, quello austro-ungarico e l’URSS).
Slovacchia
Storicamente la Slovacchia è uno dei paesi in cui alle elezioni europee si registra l’affluenza più bassa: 17 per cento degli aventi diritto nel 2004, 19,6 per cento nel 2009, 13,05 per cento nel 2014. Eppure, negli anni scorsi, nei sondaggi i cittadini slovacchi si definivano molto fiduciosi verso le istituzioni europee.
Negli ultimi anni una nuova diffusione del nazionalismo si è saldata con un certo euroscetticismo: l’edizione europea di Politico spiega che la Slovacchia non è mai stata una nazione particolarmente eterogenea – «provate a camminare nel centro di Bratislava: sono tutti bianchi» – e che questo ha rallentato l’apertura culturale e la tolleranza.
Secondo il Budapest Beacon, un sito di news ungherese, l’euroscetticismo slovacco è diverso da quello di altri paesi europei (come ad esempio l’Ungheria): si concentra nelle città, e più che una generale insoddisfazione riguarda la percezione che l’Unione sia diventata troppo invasiva e poco presente sui temi importanti.
Qualunque siano le cause, la classe politica si è adeguata: dopo gli attacchi di Parigi il primo ministro Robert Fico – che fa parte dei socialdemocratici, ma che è a capo di un governo di coalizione – ha annunciato che avrebbe accettato solamente richiedenti asilo cristiani, e promesso che lo stato avrebbe tenuto d’occhio i musulmani presenti nel paese, «uno per uno».
Da luglio la Slovacchia ha assunto la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, incarico che durerà fino al dicembre 2016. Pochi giorni prima che il suo paese assumesse l’incarico, Fico ha detto: «le decisioni cruciali sul futuro dell’Europa non possono più dipendere da quello che decidono uno o due stati o gli stati fondatori».
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Il primo ministro slovacco Robert Fico arriva a un summit dell’Unione Europea sulla crisi dei migranti organizzato a Bruxelles, 23 settembre 2015 (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)
Le repubbliche baltiche
Estonia, Lituania e Lettonia sono entrate nell’Unione Europea l’1 maggio del 2004. Il loro ingresso ha avuto ragioni strategiche: aumentare il legame con l’Unione Europea per tenere lontana l’influenza russa (soprattutto in Estonia e Lettonia, dove un quarto della popolazione è di origine russa).
Fra il 2011 e il 2015 tutte e tre hanno anche adottato l’euro, tutto sommato con conseguenze finora positive: le loro banche sono più stabili e l’inflazione non è salita a livelli preoccupanti. In nessuno dei tre paesi esistono dei partiti “euroscettici” davvero forti. Il guaio, come ha scritto lo studioso dell’università di Tartu Eoin Micheál McNamara, è che dato che la sicurezza delle repubbliche baltiche dipende sostanzialmente dalla coesione dell’Unione Europea, Brexit potrebbe «galvanizzare tutta una serie di partiti e popolazioni euroscettiche» in giro per l’Europa, indebolendo l’Unione.
Cosa succederebbe se la Russia decidesse di invadere le repubbliche baltiche?
Portogallo
Il penultimo governo del Portogallo, guidato dal partito di centro-destra filo-europeo dei Socialdemocratici, è durato solamente 11 giorni. A novembre, le opposizioni sono riuscite a farlo cadere con una mozione di sfiducia: ora al governo ci sono i Socialisti, con un governo di minoranza sostenuto da altri partiti di sinistra. Il presidente portoghese Anibal Cavaco Silva ha affidato l’incarico di formare un governo ai Socialisti con molta riluttanza: prima di accettare, aveva detto che per il Portogallo non era il momento cambiare «radicalmente le basi della nostra democrazia».
Cavaco Silva si riferiva alla campagna a tratti “euroscettica” portata avanti dai socialisti, che fra le altre cose avevano promesso di abolire i tagli alle pensioni e agli stipendi dei dipendenti pubblici negoziati in cambio degli aiuti economici internazionali nel 2010. Fin qui il primo ministro Antonio Costa ce l’ha fatta solo a metà: ha dovuto garantire che il Portogallo non lascerà l’euro e ha abbandonato l’introduzione di alcune agevolazioni fiscali; in cambio la Commissione Europea ha cancellato la multa da 500 milioni di euro per non aver rispettato il tetto del 3 per cento fra deficit e PIL. L‘Economist ha indicato il Portogallo – assieme all’Italia – come uno dei paesi che sta «guidando una rivolta contro l’austerità europea, più o meno».
PORTUGAL-POLITICS-GOVERNMENT
Antonio Costa (AFP PHOTO / PATRICIA DE MELO MOREIRA)
Bulgaria
Negli ultimi anni si è parlato molto dell’ascesa di Ataka (“Attacco”), il partito di destra radicale fondato nel 2005 paragonato spesso a Jobbik, un partito ungherese dalle posizioni simili che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto più del 20 per cento. Ataka – come Jobbik – ha la posizione più di destra possibile su qualsiasi tema: è contro la globalizzazione, la NATO, le vaccinazioni obbligatorie e le minoranze etniche, ed è a favore di un riavvicinamento con la Russia.
Ataka ha raggiunto il suo picco nel 2009, quando ha ottenuto il 9 per cento alle elezioni politiche e poco meno del 12 per cento alle Europee. Alle Europee del 2014 però ha preso solamente il 2,96 per cento, non riuscendo a ottenere nemmeno un seggio: secondo l’analista Philip Dandolov, c’entra il fatto che Ataka ha sostenuto un governo di coalizione e che in particolare è stato molto vicino al Partito Socialista Bulgaro, perdendo la sua immagine di partito davvero anti-establishment.
Supporters of the ultra-nationalist Atak
Una manifestazione di Ataka a Sofia, in una foto del 2011 (DIMITAR DILKOFF/AFP/Getty Images)
Polonia
Il governo polacco guidato dal partito di centrodestra Diritto e Giustizia sta litigando da mesi con l’Unione Europea per via di una controversa riforma della Corte Costituzionale del paese che in sostanza ha come obbiettivo quello di depotenziarla.
Il guaio della Corte Costituzionale non è l’unico motivo di contrasto fra Polonia e Unione Europea: il governo polacco è stato definito esplicitamente “euroscettico” per le sue posizioni molto nette sull’immigrazione e per la sua volontà di sottoscrivere un nuovo trattato europeo dopo Brexit.
Diritto e Giustizia non è nuova a questo tipo di polemiche: dieci anni fa, quando anche allora era al governo, aveva ottenuto una clausola di opt-out dall’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, e l’allora presidente Lech Kaczyński attese un anno e mezzo prima di ratificare il Trattato di LisbonaReuters ha ipotizzato che dietro queste resistenze ci sia la volontà di rafforzare il “blocco” dei paesi orientali all’interno della stessa Unione (il cosiddetto “gruppo Visegrad”).
Più di recente, la Polonia si è rifiutata di accettare la propria quota di richiedenti asilo nello schema approvato nel settembre 2015 dalla Commissione Europea, contestando la legittimità del sistema stesso di quote. Dopo Brexit, il presidente di Diritto e Giustizia Kaczyński ha detto che l’Unione «ha bisogno di una reazione positiva, e non di un movimento nella stessa direzione, quella che ha portato a questa crisi». Kaczyński ha comunque spiegato che la Polonia non terrà un referendum per decidere se rimanere o meno nell’Unione (probabilmente anche perché secondo i sondaggi i polacchi intendono rimanerci).
La tensione fra Polonia e Europa, spiegata
Grecia
La Grecia si trova in una condizione strana: è il paese dove l’Istituto Pew ha registrato il più alto tasso di ostilità verso l’Unione – il 71 per cento dei grecicontattati ha un’opinione poco favorevole verso l’UE – ma al contempo il suo governo non può fare a meno degli aiuti europei e internazionali per cercare di uscire da una gravissima crisi economica. Come da qualche anno hanno raccontato diversi giornali internazionali, la percezione dei greci è quella di essere stati “fregati” dall’establishment europeo, che avrebbe posto condizioni eccessivamente troppo dure in cambio degli aiuti economici.
Sin dalle elezioni del 2015, i partiti filo-europeisti sono finiti in minoranza: l’attuale maggioranza di governo guidata dal partito di sinistra radicale SYRIZA – eletto con un programma dichiaratamente ostile alle misure di austerità “europee” – è composta anche dal piccolo partito di destra dei Greci Indipendenti, praticamente anti-europeo. Alba Dorata, il partito neonazista e anti-Europa, alle ultime elezioni politiche ha sfiorato il 7 per cento.
Verso la fine dell’estate 2015 c’è stata una svolta: nonostante avesse sostenuto il “No” al referendum sui negoziati coi creditori, Tsipras ha negoziato un altro accordo ugualmente duro e ha vinto le elezioni difendendo il nuovo accordo. Da allora la Grecia sta applicando le riforme concordate, con qualche sofferenzaNei sondaggi, SYRIZA è ora il secondo partito più popolare, dietro a Nuova Democrazia (di centrodestra).
Greece Facing Uncertain Future After Rejecting EU Proposals
Un graffito con la parola “Nein” (“no” in tedesco) ad Atene (Christopher Furlong/Getty Images)
Slovenia
In Slovenia, l’euroscetticismo non è mai stato particolarmente rilevante: alle ultime elezioni europee, tutti i seggi disponibili sono stati ottenuti da partiti filo-europei. Il principale partito euroscettico, il Partito Nazionale Sloveno, ha ottenuto il suo miglior risultato nel 1992.
Sul Guardian, il filosofo e giornalista sloveno Boris Vezjak ha spiegato che secondo lui c’entra il fatto che «storicamente, [la Slovenia] ha sempre fatto parte di entità nazionali e politiche più grandi, dipendendo quindi da altri. L’ottenimento dell’indipendenza ha consentito al paese di identificarsi con l’Europa centrale e il suo background culturale, allontanandosi dai vicini del sud.
La Slovenia si è sempre sentita identificata più con l’Europa che con altre entità». Forse però qualcosa si sta muovendo anche lì: la Slovenia è stata uno dei paesi interessati dall’enorme flusso di migranti dell’estate 2015, e a un certo punto ha chiuso le frontiere in accordo con gli altri paesi balcanici. Secondo un sondaggio realizzato a marzo dal quotidiano sloveno Delo, più del 40 per cento delle persone contattate non crede più al progetto dell’Unione Europea.
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Un cartello alla frontiera di Obrezje fra Slovenia e Croazia (JURE MAKOVEC/AFP/AFP/Getty Images)
Ungheria
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán – oltre ad essere una figura controversa e accusata di governare in maniera autoritaria – è uno dei leader europei più critici verso l’Unione: in passato ha paragonato la burocrazia europea a quella dell’URSS e ha spiegato che l’Ungheria va «protetta» da Bruxelles. L’Ungheria è stato forse il paese più duro nei confronti dei migranti: ha costruito un muro al confine con la Serbia e tuttora difende il proprio confine meridionale con l’esercito (l’Ungheria è da anni uno dei paesi più intolleranti in Europa). Il 2 ottobre si terrà un referendum sul sistema di quote dei richiedenti asilo approvato dalla Commissione Europea nel settembre 2015 (che l’Ungheria non ha mai applicato): quasi sicuramente vincerà il No. Alle ultime elezioni politiche, il partito di Orbán ha ottenuto il 44,8 per cento mentre Jobbik – il partito neonazista di estrema destra – ha superato il 20 per cento.

Croazia
La Croazia è stato l’ultimo paese a entrare nell’Unione, nel luglio 2013. Negli anni precedenti, però, il consenso a favore dell’ingresso è progressivamente calato, complice probabilmente i gravi problemi economici del paese (che è il paese col più alto tasso di disoccupazionedell’Unione dopo Grecia e Spagna). Per il momento però l’istanza “euroscettica” non ha ancora trovato uno sbocco politico: la coalizione di centrodestra che ha vinto le ultime elezioni politiche è filo-europea, così come il Partito Socialdemocratico, che ha governato dal 2011 al 2016.
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(AFP PHOTO/STRINGER)
Romania
Come in molti paesi che sono entrati nell’Unione da pochi anni – la Romania è dentro solo dal 2007 – l’euroscetticismo non è ancora molto diffuso o ancora non ha trovato una solidità politica. Alle elezioni europee del 2014, i sei partiti che hanno ottenuto almeno un seggio si sono aggregati a gruppi politici filo-europei (il Partito Popolare, quello Socialista e il gruppo dell’ALDE). Secondo un sondaggio pubblicato nel maggio del 2015 dal rispettato quotidiano romeno Adevărul, il 65 per cento delle persone contattate ritiene che entrare nell’Unione sia stata una cosa più positiva che negativa.
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Una donna romena vota alle elezioni europee del 25 maggio 2014 in un seggio a Bucarest (DANIEL MIHAILESCU/AFP/Getty Images)

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