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mercoledì 14 settembre 2016

A SCUOLA AD AMATRICE

Amatrice, la prima campanella segna il ritorno alla normalità 

Inizia la scuola nei prefabbricati costruiti a tempo di record. Alunni e professori commossi: «Ma la vita ricomincia»
Vedendo per la prima voltale nuove aule qualche bambino ha esclamato: «Sono più belle delle vecchie» (Foto Giuseppe Carotenuto per La Stampa)

LA STAMPA 14/09/2016
INVIATO AD AMATRICE (RIETI)
Guarda: sorridono. E ballano, i bambini con le loro felpe Duff e di Spiderman. Volete sapere come sono questi piccini e questi ragazzi? Sono come i vostri, con le scarpe di tela e di gomma, gli zaini Invicta e Seven, i capelli lunghi e puliti, le braccia larghe perché dentro ci stiano tutti i loro compagni da abbracciare e da baciare.  

Hanno i genitori con gli occhi rossi come capita ovunque, anche dove non c’è la morte a fare corto il fiato. Fanno su e giù con l’altalena, si dondolano sui cavallucci con la base a molla, si rotolano sull’erba a zolle posata la notte precedente dalla Protezione civile di Trento, che in due settimane ha allestito questa decina di aule colorate e con le lavagne bianche. «Che belle! Sono più belle di quelle di prima», gridano gli scolari eccitati, in una resurrezione collettiva mentre attorno sono solo rovine, anche nell’anima. Si mettono in fila, i ragazzi del liceo dietro, e poi quelli delle medie e delle elementari fino ai bimbi della materna, a cantare l’inno di Mameli per le autorità convenute, e agghindate, dal ministro Stefania Giannini al sindaco Sergio Pirozzi. I piccoli eroi del giorno, alla fine dell’inno, gridano «sì», come i calciatori della nazionale, e spiccano il salto verso il cielo. 
Far tornare i ragazzi a scuola il modo giusto per ripartire ad Amatrice

Lacrime e sorrisi  
Sembra di respirare, finalmente, ma non è così facile. Non è come sembrerebbe a prima vista. Una lacerante stecca aveva interrotto l’inno, prima del taglio del nastro, ed era l’acuto assurdo di un bambino, avrà avuto otto anni: alcune donne, forse la madre e le maestre, lo tenevano per le braccia e lui cercava di scappare via, scappare da tutto. Una ragazzina molto bella, con la tuta bianca, tormentava il fazzoletto di carta e aveva sulla faccia righe di lacrime. Un’amica le ha dato una carezza sulla guancia, lei ha sorriso, poi ne ha abbracciata un’altra, e il contagio le ha prese, una via l’altra, ragazzine che si stringevano la giacca a vicenda, la professoressa passava loro la mano sulla nuca, armata di una serenità pesantissima. Sono del liceo scientifico, alcuni loro compagni oggi non ci sono e non ci saranno neanche domani. Auguri Amatrice, buon anno scolastico. 

Foto Giuseppe Carotenuto per La Stampa  

Gli psicologi  
C’è un libro di testo nuovo, è quello del Telefono Azzurro per il sostegno psicologico agli insegnanti. Dovrebbe essere di cemento armato. La maestra Sara, che non ha più trovato un suo alunno, spiega che nemmeno loro sanno che cosa dire, «questo terremoto ci ha tolto tutto, anche le parole». I ragazzi più grandi, dice Giovanni Salerno, psicoterapeuta del Telefono azzurro, «sono già diventati nostri volontari», nel doposcuola stanno con i più piccoli, fanno quello che possono. L’importante è essere parte di una comunità. Gli studenti del liceo, dice Giovanni Salerno, racconteranno il terremoto su blog e giornali scolastici, suggeriranno soluzioni e sarà l’ingresso nel mondo degli adulti. I bambini faranno i conti con la realtà, così com’è, senza infingimenti, e sapranno che il destino è stato feroce con tutti, ma proprio tutti. Lo ha saputo anche il bimbo di seconda che ha perso la mamma il papà e la sorella e ha disegnato il suo terremoto ma il disegno è solo roba sua, via i grandi. Lo sa benissimo la ragazzina di seconda media che ha disegnato la torre civica, sbrecciata, piegata, pericolante e tenuta su da un cuore rosso. Dovrà capirlo e lo capirà il piccolo di quarta che pochi giorni fa, ci raccontano quelli del Telefono Azzurro, ha distrutto un giocattolo, lo ha preso a calci, ci è saltato sopra gridando che lo avrebbe fatto a pezzi, «come il terremoto ha fatto a pezzi la mia casa». 

I professori  
Gli insegnanti dovranno imparare a cogliere i segni. Difficoltà respiratorie, della concentrazione, nel mangiare. Ogni piccolo sintomo racconta il disastro. La maestra Mariapia, della terza elementare, dice che questa mattinata è volata via in mezzo alla confusione, il vescovo e la banda improvvisata con la pianola elettrica, le telecamere, i genitori che erano contenti di avere cambiato idea. Ancora una settimana fa molti non volevano la scuola, «a che serve la scuola se non abbiamo la casa?». La scuola serve, lo hanno compreso bene, forse soprattutto oggi. I bambini sono entrati nelle classi, hanno visto i compagni e gli insegnanti e sono ripiombati nella loro indispensabile quotidianità. I bambini sono i più grandi nemici dell’imprevisto. «Sono entrati qui ed erano contenti», dice la maestra Mariapia. La professoressa Marinelli, di lettere, dice che i ragazzi delle medie si sono fatti i conteggi delle crepe, e gli inventari dai danni, e dei lutti, e ne sono venuti fuori come soltanto loro sanno fare, sghignazzando e urlando, prendendosi a spinte e a spallate e alla fine uno sguardo era quanto bastava. Di nuovo qui, amici miei. 

Foto Giuseppe Carotenuto per La Stampa  

Suona la campanella  
È tutto perfetto. Le campanelle dorate, l’aria condizionata, gli attaccapanni colorati. Ripartiamo da qui, ha detto il sindaco e tanti auguri, di cuore. E però il passato è così vicino. Quando suona la campanella un fotografo ricorda l’alba del terremoto, quando si sentiva il suono delle sveglie. Quello non se lo toglie più dalla testa. Suonavano le sveglie dei telefonini, sotto questa casa e quella, sotto le macerie, a richiamare inutilmente alla vita. Non si può andare avanti così, lasciate entrare aria nei polmoni, rigiratevi attorno per il molto che c’è da fare, è tanto meglio distribuire i diari, impilati in uno scatolone, e i giocattoli, e colorare i disegni e radunarsi sotto una tenda a fare il collage della propria vita coi ritagli dei depliant dei supermercati. Arriviamo lì e i bambini si girano spauriti, silenziosi, ed è soltanto un momento: riparte la danza, saltellano, guarda il mio! guarda il mio! Sono tutti belli, ragazzi, tutti bellissimi.  
Foto Giuseppe Carotenuto per La Stampa  

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