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giovedì 15 settembre 2016

235 MILA LIBICI PRONTI AD INVADERE L'ITALIA

Kobler: “In Libia ci sono 235 mila migranti pronti a salpare per raggiungere l’Italia”

L’inviato Onu: al Paese serve un esercito unito per garantire la sicurezza
AP

LA STAMPA 15/09/2016
INVIATO A NEW YORK
«In Libia ci sono 235 mila migranti che aspettano di trovare il modo per andare in Italia. È cruciale ristabilire la sicurezza nel Paese, per contrastare il fenomeno del traffico degli esseri umani che si intreccia con quello del terrorismo». Martin Kobler, capo della missione Onu in Libia, ha appena terminato il rapporto al Consiglio di Sicurezza sulla situazione nel paese, quando lo incontriamo nei corridoi del Palazzo di Vetro. Lui stesso lancia l’allarme sulla nuova possibile ondata di migrazioni, alla vigilia del vertice che la settimana prossima discuterà questa emergenza durante l’Assemblea Generale. 

Come giudica l’offensiva del generale Haftar verso le installazioni petrolifere?  
«Molto preoccupante. Il petrolio appartiene a tutti i libici, non solo ad una parte. L’accordo che governa ora il Paese è chiaro, e attribuisce al Consiglio di presidenza il comando delle forze armate unite. Ho in programma incontri in Libia e con le parti interessate ad Est, per trovare una soluzione e fare in modo che l’accordo sia rispettato». 

Teme una nuova guerra aperta fra Haftar e le forze del Governo di accordo nazionale?  
«Le tensioni militari ci sono, non si possono nascondere. La Libia però ha bisogno di dialogo, stabilità e unità. Io ho contattato Haftar e sono pronto ad incontrarlo, per trovare una soluzione che consenta di formare un esercito unitario, per combattere tutti insieme i terroristi e proteggere il petrolio». 


L’offensiva di Sirte ha sconfitto l’Isis?  
«Molto presto l’Isis non avrà più il dominio di territori in Libia. Questo è un fatto parecchio incoraggiante e capace di ispirare il paese. Nello stesso tempo, però, dobbiamo restare vigilanti, perché il terrorismo non è finito e i suoi militanti cercheranno di trasferirsi in altre regioni. Il primo obiettivo ora deve essere stabilizzare la città. A Sirte ci sono 90.000 profughi che hanno dovuto lasciare le loro case. Vorrebbero tornare, ma non possono, perché i loro quartieri sono minati. Perciò noi abbiamo lanciato un appello per raccogliere 10 milioni di dollari, necessari a sminare la città e far tornare i suoi abitanti». 

Cosa pensa dell’iniziativa italiana di fornire un ospedale a Misurata?  
«Sono molto contento. L’Italia ha offerto parecchio aiuto anche durante i combattimenti a Sirte, trasportando nei suoi ospedali i feriti che non potevano essere curati sul posto. Creare ora una struttura da campo nel territorio dà un segnale positivo alla popolazione. Roma sta svolgendo un ruolo cruciale e importante, e io sono molto grato al vostro governo». 

Questa sarà anche la prima missione militare ufficiale in Libia, perché i nostri militari proteggeranno la struttura.  
«Non conosco i dettagli dell’operazione, ma sono sicuro che tutte le iniziative prese per alleviare le condizioni del popolo libico, rinforzare le forniture mediche e creare ospedali da campo, verranno prese con grande simpatia dalla gente». 

Teme una nuova ondata migratoria?  
«Terrorismo e migrazioni sono i sintomi della stessa malattia, che è la mancanza di autorità statale. Quindi dobbiamo affrontare il problema alla radice, ristabilendo la legalità. Il traffico di esseri umani è un crimine, e come tale va combattuto: servono una polizia e un esercito unitari, schierati su tutto il territorio, per contrastare terroristi e trafficanti. Nelle nostre liste ci sono 235.000 migranti che aspettano solo l’occasione per andare in Italia, e lo faranno. Il rafforzamento della sicurezza è la questione più importante in questo momento. Se ci sarà un esercito forte e unito, non frammentato, i pericoli del terrorismo e del traffico di esseri umani finiranno». 

C’è qualcosa che la comunità internazionale dovrebbe fare, in termini di aiuti o anche di interventi militari, per fermare il traffico dei migranti?  
«La comunità internazionale sta già facendo molte cose, come ad esempio l’addestramento della Guardia costiera libica gestito dagli europei. Per risolvere davvero il problema, però, bisogna andare alla sua radice, che sta nel transito e nel traffico sulle coste libiche, ma anche nella povertà dei paesi d’origine. Io sono stato nei campi, ho parlato con migranti senegalesi o della Guinea Bissau, e tutti mi hanno detto che partono perché a casa loro non hanno nulla da mangiare. La battaglia va condotta prima di tutto nei Paesi d’origine, e così risolveremo anche l’emergenza del transito in Libia». 

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