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domenica 21 agosto 2016

TAGLI TASSE? MA VA'

Tagli alle tasse, il menu per la manovra dall’Ires all’Iva

onta ancora la polemica fra governo e opposizione sulle tasse, e promette di scaldarsi ancora in vista dei lavori su una manovra 2017 caratterizzata da un menu fiscale ricco ma ancora da selezionare sulla base delle compatibilità economiche e del quadro di finanza pubblica che sarà delineato nelle prossime settimane dalla nota di aggiornamento del Def e dalla «flessibilità» da cercare in Europa.
Partiamo dai dati: la base è quella scritta nell’ultimo Def, che indica per quest’anno una pressione fiscale del 42,8% (42,2% al netto del bonus degli 80 euro, calcolato per ragioni Eurostat come spesa pubblica e non come taglio di tasse) contro il 43,5% dell’anno scorso (42,9% al netto del bonus). Il risultato finale, ovviamente, dipenderà dalla limatura al ribasso delle previsioni sul Pil, al momento fissate a un +1,2% rivelatosi troppo ottimista. «È già scritto che dal 1° gennaio 2017 l’aliquota Ires si ridurrà di 3,5 punti (dal 27,5% al 24) per 3 miliardi l’anno», rilancia il viceministro dell’Economia Enrico Morando, mentre per gli interventi sull’Irpef l’anticipo al 2017 dipenderà «dalle condizioni di bilancio».
A definire il terreno di gioco sarà appunto l’incrocio fra le prospettive aggiornate del Def e l’obiettivo 2017 nel rapporto deficit/Pil, oggi indicato all’1,8% ma in attesa di un nuovo confronto in Europa per alzarlo sopra al 2% (quello di quest’anno è il 2,3%). L’assestarsi di queste due variabili definirà lunghezza e peso della lista di misure fiscali, che si presentano all’appuntamento con la legge di bilancio accompagnate da diversi livelli di probabilità.
In cima alla lista, accanto al taglio Ires ribadito da Morando e già scritto (e quindi finanziato) con la manovra dell’anno scorso, c’è lo stop alle «clausole di salvaguardia» rimbalzate dall’ultima legge di Stabilità. Si tratta dei 15,1 miliardi legati all’aumento delle aliquote Iva dal 10 al 12% e dal 22 al 24% (con un altro punto in più previsto dal 2018): il costo delle clausole le rende inevitabili protagoniste del capitolo fiscale della manovra, ma tutti gli esponenti del governo hanno ribadito l’intenzione di evitare un incremento Iva che darebbe un colpo grave a una crescita ancora zoppicante.
Sempre con l’obiettivo pro-Pil si affaccia il pacchetto di misure per le aziende, ribadito ancora dal responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, il quale in un’intervista a La Stampa ha spiegato che «bisogna potenziare tutto quello che favorisce gli investimenti e soprattutto quelle iniziative che creano nuova occupazione, come tutte le nuove imprese».
In prima fila c’è il superammortamento al 140% introdotto dall’ultima manovra: in base al principio enunciato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per cui «è saggio puntare su ciò che ha dimostrato di funzionare» (si veda Il Sole 24 Ore del 7 agosto), i tecnici dell’Economia lavorano non solo a una proroga del bonus, ma anche a un suo innalzamento (sui tavoli si è studiata l’ipotesi di elevarlo fino al 200%) con un’attenzione particolare a beni digitali e immateriali (in linea con la strategia del patent box).
In fase di correzione è poi l’«aiuto alla crescita economica» (Ace), oggi frenato da un tasso di rendimento nozionale (4,5%) lontano dai livelli reali del mercato, e si continua ad approfondire il meccanismo dell’Imposta sul reddito dell’imprenditore (Iri, già affacciatasi senza successo nella delega fiscale) e il regime di cassa per tutte le imprese in contabilità semplificata.
Sul versante parallelo del lavoro, in pole position c’è il rafforzamento della tassazione agevolata al 10% per i premi di produttività (si veda Il Sole 24 Ore di mercoledì) e buone chance accompagnano la nuova proroga della decontribuzione per i nuovi contratti a tempo indeterminato, in attesa del taglio strutturale del cuneo fiscale-contributivo che dovrebbe scattare nel 2018. Il mantenimento dello sgravio dovrebbe essere realizzato sicuramente con un ulteriore decalage nella durata (limitata a un solo anno, il 2017).
Quanto all’aliquota si oscilla dal 20 al 40 per cento. Segnali più freddi arrivano invece per l’Irpef: l’ipotesi di limare di un punto le aliquote intermedie, oggi al 27% e al 38%, non mette d’accordo tutto il governo (il viceministro all’Economia Enrico Zanetti per esempio l’ha bocciata) e ha bisogno di risorse aggiuntive al momento difficili da trovare.

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