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lunedì 1 agosto 2016

STATO ITALIANO=MAFIA

Gianmarco Piazza conferma la verità di Franco Di Carlo sull’Addaura

ARTICOLOTRE
addaura-R.C.- “Emanuele mi confidò che in quell’attentato centrava la polizia”.
E’ ciò che ha rivelato Gianmarco Piazza, fratello di Emanuele,  pochi giorni fa a Repubblica in merito al fallito attentato dell’Addaura .
C’è però chi aveva sostenuto questa tesi molto tempo prima e lo ribadisce nel suo ultimo libro Sbirri e Padreterno scritto con il giornalista Enrico Bellavia.
Si tratta di Franco Di Carlo, ex boss di Altofonte.
Emanuele Piazza era un potenziale agente dei servizi, infiltrato negli ambienti mafiosi, di quell’attentato sapeva molto, così come il poliziotto Vincenzo Agostino, assassinato insieme alla moglie neppure tre mesi dopo la vicenda dell’Addaura, di lui Giovanni Falcone disse “Quel poliziotto mi ha salvato la vita”.
E’ il 21 giugno 1989, a pochi metri dalla villetta che Francesca e Giovanni Falcone hanno affittato per le vacanze, in località Addaura, a pochi chilometri da Palermo, sulla scogliera viene ritrovata una borsa contenente tritolo.
Il giudice avrebbe dovuto passare proprio in quel punto per andare a fare il bagno in mare, quel pomeriggio avrebbe dovuto ospitare due giudici svizzeri, Carla del Ponte e Claudio Lehmann.
Per una fortunata coincidenza Falcone e i due colleghi vennero trattenuti a palazzo di giustizia e il bagno in mare saltò.
L’ordigno venne fatto brillare con fretta quantomeno sospetta dagli artificieri della polizia, cancellando così tutti gli elementi utili a capire la storia e la provenienza di quell’esplosivo.
Giovanni Falcone senza mezzi termini, raccontano Bellavia e Di Carlo, parlò di “distruzione dolosa e non maldestra”, impossibile accertare come gli attentatori avessero potuto bucare la rete di protezione che circondava il giudice più scortato d’Italia e soprattutto se si trattasse di un vero attentato o di una messinscena, come si premurarono a insinuare i tanti nemici di Falcone.
Una verità giudiziaria la fornisce la Cassazione “L’ordigno poteva esplodere” evidenziando anche “l’infame linciaggio in ambiti istituzionali cui fu sottoposto Giovanni Falcone”.
E ancora la Suprema Corte “Non può escludersi che la mafia abbia cercato di sfruttare un momento favorevole all’azione venutasi a creare a causa di una serie di improvvidi e sleali attacchi subiti dal Giudice Falcone, anche all’interno dell’ambito istituzionale”, in un clima da “torbidi giochi di potere, meschini sentimenti di invidia e di gelosia e attacchi di grave e oltraggiosa delegittimazione”.
Di Carlo sostiene che la vicenda è molto più complessa “Cosa Nostra piazzò la bomba ma molti uomini delle istituzioni erano d’accordo”. 
Da ricordare gli attacchi e i tentativi di isolamento e delegittimazione di cui Giovanni Falcone fu purtroppo facile bersaglio: la mancata nomina a consigliere istruttore presso il Tribunale di Palermo, lo stesso trattamento gli venne riservato per l’incarico di alto commissario per il coordinamento della lotta alla mafia, così come per la poltrona di Procuratore nazionale antimafia.
Franco Di Carlo era a conoscenza di quanto si stava organizzando all’Addaura, ma dopo i contatti avuti nella prigione inglese, il piano era stato modificato per ottenere subito “il massimo risultato”.
Racconta in Sbirri e Padreterni  l’ex boss di Altofonte “Non posso non pensare che quei contatti abbiano dato frutti. Soprattutto se penso alla fine fatta da un poliziotto e da un aspirante agente del Sisde che da lì a poco vengono eliminati. Mi riferisco ad Antonino Agostino (5 agosto 1989), ucciso insieme con la moglie Ida Castelluccio e al piccolo che portava in grembo, e poi alla scomparsa di Emanuele Piazza (16 marzo 1990), che voleva entrare nei Servizi e per questo si era dato molto da fare, bazzicando spesso a San Lorenzo e intrattenendo rapporti con alcuni uomini d’onore, allo scopo di procurarsi informazioni utili per far bella figura con i superiori”.
Secondo Di Carlo, Piazza e Agostino erano stati coinvolti nella preparazione dell’attentato e poi eliminati per cancellare scomodi testimoni, “Chi li aveva coinvolti non poteva rischiare di essere individuato”, nessuno doveva sapere che uomini dello Stato erano a conoscenza della borsa con l’esplosivo.
Il solo ad avere capito tutto fu Giovanni Falcone, in quale contesto quel sinistro segnale fosse maturato, infatti non a caso parlò delle famigerate “menti raffinatissime.
Il magistrato venne accusato di essersela messa da solo, la bomba. Una messinscena attuata per agevolarsi la carriera.
Anche se Franco Di Carlo confuta la tesi della Cassazione, a parer suo non si è trattato di un attentato fallito, il telecomando per azionare il dispositivo non c’era. L’intento era costringere Falcone a mollare tutto, ad andarsene da Palermo, il messaggio chiaro “Possiamo arrivare a te quando vogliamo e contiamo su persone influenti che dovrebbero proteggerti e invece sono d’accordo con noi”.
E osserva.
“Sono sicuro che nella predisposizione di quello che doveva sembrare un attentato ci sia l’opera di Cosa Nostra, ma che a guidare sul campo le operazioni ci sia stato qualcuno dei Servizi. Chiamiamolo un esperto che non può che essere stato fornito dai Servizi. Ciò che accadde dopo la fine di Piazza e di Agostino, del resto, è direttamente riconducibile a quel che era accaduto all’Addaura”.
Lo Stato esattamente come Cosa Nostra:di Totò Riina prima si serve delle persone poi le elimina.

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