IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

Cerca nel blog

Caricamento in corso...

giovedì 4 agosto 2016

RICERCA: C'E' LA CINA AL PRIMO POSTO

La Cina batte gli Usa nell’Olimpo della ricerca

“Nature” stila la classifica dei centri più produttivi al mondo. L’Istituto Italiano diTecnologia entra nella lista dei “magnifici”

LA STAMPA 04/08/2016
Il panorama della scienza mondiale sta cambiando. La Cina supera gli Usa e ai colossi che hanno fatto la storia della scienza si stanno affiancando realtà giovani e aggressive, destinate a diventare le protagoniste della ricerca del XXI secolo. Realtà che stanno dando forti segnali di produttività, a volte da record. Come l’Istituto Italiano di Tecnologia, l’Iit, classificato dalla rivista «Nature» tra i 100 istituti di ricerca e universitari al mondo che, nel triennio 2012-2015, sono maggiormente cresciuti per qualità scientifica. 

La classifica di «Nature Index/Rising Stars» si basa sulla capacità dei singoli istituti a contribuire a 68 riviste scientifiche di alta qualità. In questo speciale elenco la performance dell’Iit è molto aumentata: lo certifica il «Wfc», l’indice utilizzato da «Nature» per stilare la classifica: da 22.42 punti nel 2012 è salito a 41.39 del 2015. In pratica, ha quasi raddoppiato la sua produttività.  

Nella top 100 c’è anche un’altra realtà italiana, l’International Centre for Theoretical Physics (Ictp) che ha sede a Trieste. Si tratta di un centro che opera in base a un accordo tra il governo italiano e due agenzie dell’Onu, l’Unesco e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. E, a sorpresa, si sono aggiunte tante altre istituzioni emergenti, dall’Europa all’Asia, che, negli ultimi tre anni, hanno raggiunto performance al vertice. A condurre la classifica delle 100 più performanti c’è - indiscutibilmente - la Cina: sono ben 40 i centri che hanno mostrato una crescita superiore al 50% dal 2012 a oggi.  

Gli Stati Uniti, che rimangono tra i maggiori produttori di articoli scientifici di qualità, sono invece scesi al secondo posto e si devono accontentare di 11 istituzioni. Nove quelle del Regno Unito e otto quelle della Germania. L’Italia, tuttavia, può vantare un istituto che si è posizionato tra i primi 25 della top 100 ed è proprio l’Iit. «È una grandissima soddisfazione essere non solo tra i 100, ma tra i primi 25 istituti del mondo con la più alta crescita di produzione scientifica dal 2012 al 2015 - commenta Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Iit -. Siamo una realtà giovane: abbiamo iniziato a costruire i primi laboratori solo nel 2009. E oggi possiamo contare su circa 1500 teste, praticamente niente in confronto agli eserciti di ricercatori competitivi di colossi come Oxford. Questo significa - continua - che abbiamo lavorato bene nei nostri settori strategici e questo si è visto a livello nazionale, mentre ora c’è stato anche un importante riconoscimento a livello mondiale». 

I settori strategici dell’Iit sono gli stessi che hanno permesso alle giovani istituzioni cinesi di surclassare gli americani in questa classifica di «Nature». Robotica, nanotecnologie e scienze della vita, prima di tutto. Non è un caso che la Cina è il primo Paese al mondo ad aver avviato una sperimentazione sugli esseri umani della tecnica del «taglia-incolla» del Dna, la Crispr-Ca9, contro i tumori. 
«Negli ultimi anni - aggiunge Cingolani - i cinesi hanno mandato i loro giovani a studiare e a fare esperienza fuori dal Paese. Hanno avuto così la possibilità di imparare molto e, grazie ai forti investimenti realizzati, si stanno già raccogliendo i primi frutti. La Cina non è più quella realtà arretrata di un tempo. Ha lavorato tanto e tra 15 anni potrà superare realtà oggi già consolidate nel mondo». 

Nelle prime 25 della top 100 di «Nature» ci sono anche tanti altri «fiori nel deserto». C’è ad esempio l’Institute for Basic Science della Corea del Sud, che ha aumentato il proprio contributo sulle riviste di alta qualità di oltre il 4mila%. E si è anche classificato il King Abdullah University of Science and Technology («Kaust») dell’Arabia Saudita, che ha investito cifre colossali. Prima di tutto per ridurre la storica dipendenza del Paese dal petrolio. 

Nessun commento:

Posta un commento