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lunedì 22 agosto 2016

MA ALLORA ANCHE QUESTI VESTITI SONO BURKINA?

Cose che somigliano al burkini – Wittgenstein

Burkini -wittgenstein.it – Cose che somigliano al burkini – 
Nei dibattiti estivi intorno all’estivo tema del “burkini” ho letto molti paragoni usati per cercare di capire il rilievo degli sporadici divieti, quelli che hanno generato i dibattiti. “È come se”, hanno detto e scritto in molti: è come se vietassero alle suore di andare in spiaggia vestite da suore, è come se vietassero di andare in spiaggia con una croce al collo, simbolo religioso, è come se vietassero di stare in spiaggia con una muta da surf.
Ognuno di voi avrà sentito, o detto, la propria quota di “è come se”.
I paragoni sono utili a riflettere e a mettere le cose nuove o sconosciute in contesti familiari o schemi mentali radicati e più conosciuti: io stesso ne sono un consumatore seriale. Però bisogna stare attenti a ricordarsi che sono paragoni, non uguaglianze: aiutano a trovare tratti comuni di analisi tra situazioni e casi che sono molto diversi tra loro.
Quindi non è mai “come se”. Per un tratto che è comune ai casi paragonati ce ne sono altri cinque, dieci, cento, diversi. Per questa ragione i paragoni sono in effetti più utili se sono molti, e se riescono ad affrontare con diversi casi simili i diversi aspetti di una questione. Certo, la conseguenza sarà una maggiore complessità e una minore immediata certezza: chi cerca nella realtà immediate certezze e ne teme le complessità, si ferma più volentieri al primo “è come se”.
Quindi – detto che non ho un’opinione chiara sul divieto del “burkini”, appunto – aggiungo al già ricco novero degli “è come se” altri due paragoni possibili e che mi sembrano importanti per arricchire ed estendere lo sguardo sulla questione.
Burkini2 -
Uno è quello col divieto di mostrarsi nudi in spiaggia: divieto presente e assai applicato e condiviso nelle nostre società, a partire dal rispetto per le persone che possano sentirsi imbarazzate, infastidite, o addirittura minacciate dalla esposta nudità altrui. Le nostre culture hanno – con sviluppi e modificazioni continue – condiviso un’idea di limite e di “norma” in nome di una sensibilità diffusa e che è loro propria.
Un altro paragone è quello con la cintura di castità, paragone che pone il tema della discriminazione femminile, molto trascurato, mi pare, dai sostenitori della libertà di vestirsi e lasciar vestire come si vuole. Il costume che copre i corpi è infatti una cosa che riguarda solo le donne, e discende da una cultura discriminatoria che predica e pratica – anche in questa occasione – una superiorità maschile prepotente.
Che poi questa discriminazione sia accettata anche da alcune donne non la rende più libera e non dimostra niente sulla reale libertà di scelta: è inutile dirlo. Ma i meccanismi che impongono ad alcune donne di andare in spiaggia completamente coperte sono gli stessi che impongono ad altre donne di non andarci proprio, in spiaggia, e ad altre magari di non uscire di casa.
Ci sono differenze quantitative, anche qui, ma come in tutti i paragoni un tratto comune: una cultura che costringe le donne a sacrifici da cui invece libera gli uomini, facendoli invece sorveglianti e applicatori – spesso con violenza – di questi sacrifici.
Burkini3 -
Aggiungiamo quindi pure questi due “è come se” al repertorio, e poi decidiamo eventualmente che non sia con i divieti che si permette di superare queste tensioni, oppure che i divieti sono un normale strumento di educazione ed evoluzione in molti altri contesti, oltre che di tutela e protezione delle comunità degli individui. Ricordandoci che le cose cambiano, e niente “è come se”.
Poi aggiungo un’altra cosa più generale: il “rispetto per le religioni” è una specie di totem abusato per applicare pesi e misure diverse quando si parla delle religioni. Le religioni e in particolare le regole delle chiese sono costruzioni culturali e scelte, non malattie di cui i credenti sono vittime. Decidere di obbedire a queste regole – qualunque chiesa le abbia inventate – è una scelta che è una cosa diversa dalla spiritualità o dal proprio rapporto con Dio.
Il rispetto che si deve a queste scelte e a queste regole – che è giusto ci sia – non ha ragioni di essere esente da limiti o superiore a quello che si deve avere verso ogni comportamento che gli individui scelgono per altre ragioni religiose o atee: che sia di essere vegetariani, o di praticare il nudismo, o di non voler essere tredici a tavola o di non accettare trasfusioni. Di norma, sono scelte individuali che si rispettano e si tutelano fino a che non diventano obblighi indesiderati per qualcun altro, diretti o indiretti.
Una violenza domestica, in qualunque forma, è una violenza domestica che sia predicata da una religione o no. Ma qui il tema è più esteso: quello che volevo ricordare è che la parola “religione” non può essere un alibi per un’area di sospensione né delle libertà né dei doveri che riconosciamo nel resto delle nostre vite comuni.

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