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lunedì 29 agosto 2016

LIBERARE SIRTE!

Sul fronte dell’ultima battaglia per liberare Sirte dall’Isis

Scatta l’attacco delle forze lealiste ai quartieri ancora sotto controllo degli jihadisti. lmeno 27 soldati di Tripoli uccisi. Washington intensifica la copertura aerea
AFP
Soldati delle forze lealiste si preparano all’attacco delle zone di Sirte ancora in mano a Isis

LA STAMPA 29/08/2016
SIRTE (LIBIA)
«Fate fuoco». L’urlo del comandante viene seguito da una tempesta di proiettili: fucili, mitragliatori, colpi di artiglieria, tutti in direzione Nord, verso il «Quartiere 3». È da lì che avanza a tutta velocità una vettura blindata alla buona: è un’autobomba dello Stato islamico. I proiettili crivellano la macchina, ma il kamikaze prosegue la corsa verso il martirio tentando di incunearsi tra due edifici nel distretto di Anaga: nulla può però davanti ai dirompenti colpi di artiglieria ai quali si aggiunge il fuoco di un carro armato.  

L’esplosione è assordante, il kamikaze salta in aria a 20 metri dal palazzo nel quale ci troviamo, le mura tremano, i vetri sono in frantumi. Poi il silenzio, interrotto dal grido di «Allah Akbar», Allah è il più grande.  

A Sirte nel golfo dello Stato maghrebino ha avuto inizio ieri la madre di tutte le battaglie, quella per liberare definitivamente la città natale di Muammar Gheddafi dall’Isis, l’ultima spallata per eliminare del tutto la resistenza del manipolo di irriducibili al soldo di Abu Bakr al Baghdadi. E restituire Sirte ai libici. 

Operazione Macomades, l’offensiva finale per la conquista di Sirte

LE TRE CAPITALI DEL CALIFFATO  
Le bandiere nere sventolano sui tetti di Sirte dal giugno 2015, quando gli jihadisti ne hanno preso possesso con l’obiettivo di fondare la terza capitale del Califfato dopo Raqqa in Siria e Mosul in Iraq. E con un progetto ambizioso, quello di espandersi a Ovest per sfondare in Tunisia e affacciarsi in Italia. Un piano che stava facendo il suo corso, con l’avanzata di primavera ad Abu Ghrein in direzione di Misurata, salvo il ripiegamento in risposta alla controffensiva delle milizie leali al governo di accordo nazionale. Poi l’impasse, interrotta solo dai raid «chirurgici» delle forze aeree americane. Sul terreno ci sono le unità speciali Usa, britanniche e, nelle retrovia, anche quelle italiane. Così le brigate allineate a Fayez al Sarraj hanno potuto riconquistare una larga parte di Sirte, quartiere dopo quartiere, casa per casa, sino a riprendere Ouagadougou, il centro congressi usato come cabina di regia dall’Isis, e più di recente Abu Farah, Hel Esba, e il Quartiere 2. Ma il contributo di sangue è stato elevato, 452 morti e oltre mille i feriti.  

I RAID USA NON SI FERMANO  
Sirte però non è stata liberata. Ad oggi sono meno di un centinaio gli jihadisti rimasti, sudanesi, nigeriani, volontari Boko Haram: i leader tunisini se ne sono andati per tempo, portando via documenti e segreti «di Stato islamico». Con essi ci sono le famiglie, ma oltre a loro neanche un civile. Inutili i due giorni di tregua concessi con l’apertura di corridoi umanitari: nessuno li ha attraversati anche perché sarebbe stato freddato dai cecchini del Califfo. La guerra continua quindi, con almeno tremila combattenti delle Brigate di Misurata e Sirte impegnati a cingere d’assedio i quartieri 1 e 3 rimasti - ognuno per il 50% - sotto il controllo del manipolo di irriducibili dell’Isis. A garanzia della copertura aerea, sembra che Washington sia disposta a prolungare l’operazione Odyssey Lighting anche oltre la data del 30 agosto, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche, allargandosi ad altre zone infiltrate da terroristi. Questo il risultato dell’incontro di giorni fa in Germania tra i vertici di Tripoli e quelli di AfriCom, il comando Usa che gestisce le operazioni nei cieli libici.  


LE TATTICHE  
Le forze di terra avanzano su tre fronti, quello Est dove si è schierata la Brigata 166 con gli uomini più addestrati coadiuvati da forze speciali Usa, da Sud e da Ovest con cui lavorano oltre gli americani anche i britannici. A Nord, ovvero alle spalle dei due «quartieri neri», c’è il Mar Mediterraneo pattugliato da motovedette e unità della Marina libica che ogni tanto «regalano» colpi di cannone a scopo intimidatorio. L’obiettivo è consentire il riallineamento delle forze a Sud rimaste più indietro rispetto di quelle ad Ovest ed Est, in modo tale di rendere più agevole l’affondo finale con una manovra a tenaglia. Gli jihadisti rispondono invece con uno schieramento di cecchini tra le rovine dei quartieri 1 e 3, in tutto circa 2 km quadrati, colpi di mortaio ma soprattutto trappole-bomba con cui sono disseminate strade e rotatorie di accesso alla zona. Ci sono poi i kamikaze alla guida di auto cariche di esplosivo scagliate come arieti sulle postazioni nemiche. 

OPERAZIONE MACOMADES  
Autobombe come quella esplosa a venti metri dalla postazione dove ci trovavamo, una palazzina nel cuore di Anaga, davanti al quartiere 3: lo Stato islamico in linea d’aria si trovava a 200 metri come ricordano i sibili dei proiettili dei cecchini e il roboante suono dei mortai.  

«Gli americani hanno bombardato per almeno otto ore stanotte», dicono alcuni testimoni lungo la strada da Misurata a Sirte. Dopo ripetuti rinvii l’attacco finale sta per iniziare e la conferma sono le colonne di fumo che si sollevano all’orizzonte: l’operazione «Macomades» (antico nome di Sirte) è cominciata. Per arrivare verso le prime linee attraversiamo strade inghiottite da rovine con l’odore acre della polvere da sparo che si mischia con quello nauseante dei cadaveri rimasti intrappolati tra le macerie. La vera battaglia si combatte nel quartiere 3, quello dove la porzione in mano all’Isis è più ampia e lo schieramento dei combattenti libici, quello occidentale, è più imponente. È lì che si vedono un paio di elementi delle forze speciali Usa. Le due zone sono separate da una serie di larghe strade in successione dove al fuoco dei cecchini dell’Isis rispondono pezzi di artiglieria pesante come quelli del T-72, il carro che ci fa da scudo «tuonando» mentre transitiamo verso lidi più sicuri.  

IL COMANDANTE SHEBANI  
Mustafa Shebani, comandante dell Terza Brigata, indossa la mimetica in dotazione all’esercito italiano, ai piedi gli immancabili sandali e in mano la radio con cui coordina uomini e mezzi. Il volto è rassicurante come quello di un vecchio amico di infanzia, ed è quello che ci vuole visto che a pochi metri i suoi uomini stanno dando battaglia. Fucili automatici, Ak-47, e Ar-15, mitragliatrici pesanti, Rpg (i lanciarazzi a spalla) pezzo forte di tutte le guerriglie. E poi ci sono i mortai e le «machine gun» montate sui pick-up Toyota che si alternano in prima linea come una giostra di fuoco. Nessuno è uguale all’altro in un folclore di divise e portafortuna, come i peluche donati dai figli dei combattenti o i panama mimetici di alcuni soldati. C’è chi con una scimitarra al vento si avventura sulla linea di tiro dei cecchini per gridare Allah Akbar. È senza dubbio lo spontaneismo a compensare la mancanza di mezzi e tecnologia: «Noi siamo il vero Islam, non loro», dice Halid, giovane combattente mentre indica una bandiera nera, la linea del nemico. C’è tempo anche per la preghiera prima che «le bocche di fuoco smettano di cantare», dopo almeno sei ore di battaglia furente e ininterrotta.  

SENZA SOSTA  
Davanti a un panino con del chili locale fatto dai suoi ragazzi Shebani fa il punto della situazione e muovendo alcuni pacchetti di sigari sul tappeto spiega che le forze sono avanzate di circa un km verso le bandiere nere blindando le posizioni con trincee sulla linea del nemico. Tutto è pronto per l’assalto finale, ma le perdite sono state elevate: almeno 27 morti e 120 feriti. E con gli ospedali congestionati e gli aiuti sul personale e le strutture mediche che tardano ad arrivare non si può rischiare ancora. Occorre una pausa, forse, ma la battaglia finale per liberare Sirte continua. 

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