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giovedì 11 agosto 2016

L'ECONOMIST ED IL FUTURO

Le previsioni sul futuro dell’Economist – Il Post

lpost.it – Le previsioni sul futuro dell’EconomistCosa accadrebbe se Trump vincesse le elezioni? Se gli oceani fossero trasparenti? Se le leggi venissero scritte dai computer?
Per il secondo anno consecutivo, il settimanale britannico Economist ha pubblicato “The World If”, una serie di articoli in cui i redattori del giornale provano a immaginare come sarà il futuro se si verificheranno alcuni ipotetici ma precisi scenari. Nel 2015, il primo anno di “The World If”, il settimanale aveva provato a immaginare come sarebbe stato il mondo in caso di vittoria di Hillary Clinton alle elezioni del 2016 e cosa sarebbe accaduto se fosse stato scoperto un asteroide in rotta di collisione con la terra. Quest’anno gli scenari ipotizzano una vittoria di Donald Trump, il collasso della Corea del Nord e un modo in cui leggi e regole vengono scritte dai computer.
Se Donald Trump diventasse presidente degli Stati Uniti d’America
L‘Economist prova a immaginare gli Stati Uniti 100 giorni dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni del prossimo novembre (un evento che sembra improbabile, dopo l’ultima difficile settimana affrontata dal candidato Repubblicano). Siamo nell’aprile del 2017 e nel paese si parla ancora dello scandalo che gli ha permesso di vincere le elezioni. Nell’ottobre del 2015, un mese prima delle elezioni, alcuni pirati informatici, sospettati di legami con la Russia, hanno pubblicato su internet una serie di documenti segreti che sostengono di aver trovato tra le email di Hillary Clinton.
La fuga di notizie fa saltare la copertura di alcuni agenti americani in Russia e Ucraina e uno di loro viene trovato ucciso nel suo albergo di Ginevra. In molti sospettano un accordo segreto tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, sospetti che sembrano confermati dopo la sua vittoria, quando annuncia un viaggio a Mosca per discutere misure comuni da adottare contro il terrorismo islamico.
A cento giorni dall’inizio della presidenza, però, il viaggio è ancora in sospeso. In poche settimane il carattere burrascoso del nuovo presidente, le sue dichiarazioni incendiarie e le sue scelte controverse hanno creato talmente tante crisi internazionali da costringere Trump a restare negli Stati Uniti. I rapporti con la Cina sono quelli più preoccupanti. Uno dei primi atti del nuovo presidente è stato il summit “Made in America”: un incontro alla Casa Bianca tra Trump e gli amministratori delegati delle principali società americane.
È una specie di agguato: approfittando della diretta tv, Trump chiede agli amministratori di impegnarsi a chiudere i loro stabilimenti in Cina e di riportare la produzione negli Stati Uniti entro la fine del suo mandato. Gli amministratori rifiutano e Trump li fa cacciare dalla Casa Bianca.
La risposta del governo cinese arriva poche settimane dopo, con l’annuncio di una serie di inchieste sulle principali società americane che operano in Cina. Apple e Pfizer si trovano sotto accusa da parte dell’antitrust cinese, mentre il ministero dell’ambiente indaga sui modelli di Ford e General Motors più venduti nel paese. Si prospetta una guerra commerciale tra le due più grandi economie del mondo.
Trump dice di voler usare la sua grande abilità nel fare “accordi” andando a Pechino per parlare con i leader cinesi, ma il viaggio viene cancellato come quello in Russia: altre crisi stanno continuando a scoppiare ovunque. Un elicottero militare estone viene abbattuto, probabilmente da una nave militare russa, e la stampa pubblica uno stralcio di conversazione tra Trump e il presidente del piccolo paese membro della NATO.
Tutta l’alleanza inorridisce leggendo che Trump avrebbe detto al suo omologo: «Fatti furbo e stai zitto». Intanto, al confine meridionale degli Stati Uniti, il Messico ha deciso di rispondere alla decisione di Trump di costruire un muro lungo il confine con la sospensione degli accordi di collaborazione nella lotta alla droga e annunciando che d’ora in poi ridurrà il numero di rimpatri di immigranti provenienti dal Centro America che entrano in Messico per arrivare in Texas e Arizona: un gesto che, probabilmente, non farà che incrementare la pressione migratoria verso gli Stati Uniti.
La cosa più ironica di questa catena di eventi, conclude l’Economist, è che Trump non ha messo in atto nessuna delle sue idee più bizzarre. Non ha alzato tariffe doganali sui prodotti cinesi, non ha ancora cominciato a costruire il muro con il Messico, non ha bloccato l’immigrazione dei musulmani. Si è limitato a fare discorsi roboanti e controversi: eppure questo è bastato a suscitare una serie di crisi che, a meno di cento giorni dal suo insediamento, minacciano su ogni fronte la posizione degli Stati Uniti.
Se crollasse il regime in Corea del Nord
Il primo dicembre del 2023, nello stadio di Pyongyang, un concerto di Eric Clapton celebra il quinto anniversario della riunificazione delle due Coree. Tutto è cominciato con la morte dell’ultimo dittatore della dinastia dei Kim, Kim Jong Un, avvelenato da un gambero radioattivo mentre visitava una fabbrica di tempura destinata al mercato giapponese. Fino a pochi anni fa, gran parte degli esperti riteneva che la fine del regime nordcoreano sarebbe avvenuta in un bagno di sangue, con scontri nelle strade, centinaia di migliaia di morti e il pericolo che qualche generale impazzito decidesse di usare la bomba atomica.
Dopo la morte di Kim, invece, i suoi due fratelli più anziani si sono scontrati brevemente e, alla fine, il potere è passato senza spargimenti di sangue al candidato appoggiato da Stati Uniti e Corea del Sud, Kim Jong Chul. Le pratiche per la riunificazioni sono andate avanti rapidamente: l’ex segretario dell’ONU Ban-Ki Moon è stato nominato primo presidente della Corea unificata, mentre Chul ha ricevuto un incarico come “consigliere speciale” del nuovo governo.
È stata una fortuna che tutti gli attori coinvolti abbiano deciso di agire con molta prudenza. La presidente Hillary Clinton ha detto subito che nessun soldato americano sarebbe stato schierato nell’ex Corea del Nord, tranquillizzando così il governo cinese, che da sempre considera il paese un importante stato cuscinetto. Dal canto loro i cinesi hanno facilitato la transizione, convinti che una Corea unita avrebbe avuto tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con la Cina e nella consapevolezza che una guerra civile nel paese avrebbe prodotto uno sgradito flusso di rifugiati verso i suoi confini.
Il nuovo governo coreano ha deciso di compiere una “de-kimificazione” graduale. Ritratti e statue del secondo presidente, Kim Jong Il, sono spariti in fretta, perché nella memoria degli ex nordcoreani è rimasto associato alla terribile carestia degli anni Novanta. Con il primo presidente e fondatore del paese Kim Il Sung, i sudcoreani hanno preferito essere più prudenti e le sue statue stanno scomparendo molto gradualmente.
Ma il principale cambiamento è di natura economica: la Corea del Nord ora è un paese libero, non ancora normale, ma in pieno sviluppo. Nuove strade la collegano con la Cina e con l’ex Corea del Sud, i mercati sono pieni di cibo e la fame è un fenomeno scomparso. È un cambiamento così grande che è visibile persino dallo spazio: di notte, il buco nero che un tempo era la Corea del Nord si sta lentamente riempiendo di luci.
Se i computer scrivessero le regole
In un futuro prossimo, ma non meglio precisato, gli algoritmi e l’analisi di grandi volumi di dati sono divenuti così raffinati che le macchine hanno sostituito giudici e regolatori. Per esempio i semafori sono gestiti da un algoritmo in grado di interpretare cosa sta succedendo e regolare la successione di verde, giallo e rosso in base alle circostanze.
Un’ambulanza diretta all’ospedale si troverà davanti soltanto semafori verdi e non accadrà più che un auto in una strada vuota si trovi davanti a un semaforo rosso. I computer gestiscono anche le procedure mediche: algoritmi in grado di processare migliaia di casi simili decidono quali procedure chirurgiche effettuare subito e quali ritardare.
Essere negligenti è diventato quasi impossibile: costruisci una piscina in una casa isolata? Nessun problema. Una famiglia con bambini si trasferisce lì vicino? I computer ti avvertono che la tua piscina è improvvisamente diventata pericolosa e devi subito costruirci una recinzione intorno.
Quando si arriva al crimine, gli algoritmi cominciano a diventare inquietanti. I malviventi vengono condannati sulla base della loro posizione e del loro battito cardiaco al momento del delitto. I dati vengono registrati dalle bande elettroniche che ora tutti portano al posto degli orologi. L’intero sistema legale e regolamentare è molto efficiente e non c’è più margine per errori o interpretazioni sbagliate. Ma così facendo, il sistema non è forse diventato anche oppressivo?
Se tutti avessero un drone personaleCosa succederebbe se finalmente tutti quanti potessimo volare sfruttando dei droni personali (dei personal drones, o prones, li chiama l’Economist)? Sarebbero una rivoluzione per il modo in cui ci spostiamo: le strade sarebbero meno intasate (per i pochi che vorranno usarle), ci sarebbe probabilmente una diminuzione delle emissioni di CO2 e del consumo di petrolio e questo avrebbe effetti positivi sul cambiamento climatico.
Ci sarebbero tuttavia diversi problemi da affrontare: ci sarebbero problemi per la privacy delle persone e per la protezione dei segreti industriali (le recinzioni, banalmente, diventerebbero inutili), bisognerebbe scrivere nuove regole per la coabitazione del cielo e bisognerebbe capire come affrontare una crisi di migranti che si spostano volando.
E se l’oceano fosse trasparente?
Sapevate che conosciamo la superficie di Marte meglio di quella del pianeta Terra? Grazie a sonde e telescopi, ogni palmo di Marte è stato scandagliato e misurato. Conosciamo ogni spianata, ogni montagna e ogni avvallamento. Abbiamo le stesse informazioni per buona parte della superficie terrestre, ma una grossa fetta ci è ancora quasi completamente ignota.
La ragione è semplice: gran parte del nostro pianeta è coperto dall’acqua e ne bastano mille metri per bloccare completamente la luce e trasformare l’oceano in un manto quasi impenetrabile per il nostro sguardo.
Se l’acqua fosse trasparente come l’aria, mappare i fondali oceanici sarebbe molto più semplice. Lo sarebbe trovare gli aerei scomparsi e persino fare stime accurate di quanti pesci sono sopravvissuti a più di un secolo di pesca intensiva (secondo le stime più recenti e generose, la loro massa totale non sarebbe sufficiente a riempire il lago di Lochness).
Grazie alle immagini satellitari vedremmo 111 mila navi galleggiare apparentemente sul nulla (è la stima di quanti sono le navi in mare in ogni momento) e meno poeticamente vedremo lievitare sulla superficie anche le grandi chiazze di immondizia create dalle correnti.
Ma la cosa più sorprendente, e probabilmente deludente, è che quello che vedremmo sarebbe soprattutto una grande distesa di niente. Gli oceani sono immensi, mentre pesci e navi sono relativamente pochi e relativamente piccoli. Oggi la nostra attenzione si concentra su luoghi pieni di vita, come le barriere coralline e le grandi rotte commerciali piene di navi. Ma questi spazi rappresentano una frazione dell’immensità degli oceani che per gran parte sono pieni soltanto di roccia e sabbia.

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