È di 1,2 milioni il numero delle persone stimato dalle Nazioni unite che potrebbe essere sfollato da Mosul e dalle zone circostanti, a seguito dell’offensiva delle forze irachene contro la città caduta nelle mani dell’Isis nel 2014. L’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite in una nota annuncia che sono stati elaborati piani per dare riparo a un massimo di 120mila persone in fuga dalla città irachena e nella regione sono stati installati o allargati una serie di campi.
Le forze in campo che prendono parte alla battaglia di Mosul contro l’Isis sono l’esercito regolare iracheno e i peshmerga, entrambi sostenuti da potenze occidentali. Ma sullo stesso fronte, nella battaglia contro il Califfato, combattono anche il “movimento del risveglio iracheno” (Suhat al Iraqi), composto da sunniti in prevalenza delle tribù irachene, e il fronte di “mobilitazione popolare” (Hashd al-Shabi), formato da diversi gruppi armatisciiti. Proprio la partecipazione di quest’ultimo gruppo nella battaglia di Mosul ha sollevato i malumori dei sunniti iracheni da quando, il 31 luglio, il consiglio di sicurezza iracheno, insieme a Iran e Usa, aveva dato l’assenso alla partecipazione del movimento alla battaglia per liberare la città dall’Isis.Osama al Nujaifi, leader di “Mutahidoun”, coalizione politica sunnita che siede in parlamento, l’8 di agosto aveva incontrato nel suo ufficio l’ambasciatore americano in Iraq, Stuart E. Jones, portandogli le rimostranze per l’inclusione del fronte di mobilitazione popolare alla battaglia di Mosul, sostenendo che “i cittadini di Mosul non vogliono che questi ultimi partecipino a seguito delle violazioni compiute da questi durante le liberazioni delle altre regioni, come Salahuddin e Fallujah”.“Mosul non si libera se non con il movimento coordinato con le forze di sicurezza irachena” ha risposto alle accuse Hamad al Asadi, portavoce del movimento di mobilitazione popolare, durante una conferenza stampa il 25 agosto, aggiungendo: “Chi ha preso di mira il movimento è sostenuto da forze esterne che mirano a offuscarne l’immagine e indebolire la sua determinazione dopo le vittorie ottenute. Ma il movimento raggiungerà una vittoria morale prima che militare” ha concluso al Asadi, riferendosi ai detrattori.
Mentre sul fronte dei curdi, il primo ministro iracheno al Abadi e una delegazione della regione autonoma del Kurdistan hanno raggiunto un accordo per il governo delle aree che sono state o saranno liberate dell’Isis. Durante gli incontri di ieri, si afferma nel comunicato del governo di Baghdad, sono state prese decisioni per “governare le aree liberate evitando conflitti e dispute che potrebbero avere un impatto sulla situazione generale a Mosul dopo la liberazione”. Questo accordo dovrebbe stemperare le tensioni fra il governo di Baghdad e quello autonomo del Kurdistan, dopo che il primo aveva dichiarato che i Peshmerga, che sono in prima linea dal 2014 nella guerra all’Isis e hanno preso il controllo di aree al di fuori della loro regione, come Kirkuk, non dovevano entrare a Mosul una volta lanciata l’offensiva per strappare la città allo Stato islamico. Ma il governo del Kurdistan aveva risposto al primo ministro iracheno che i propri miliziani non si sarebbero fermati e in seguito non si sarebbero ritirati dai territori conquistati dove sono presenti popolazioni curde accanto a quelle arabe. In aggiunta, negli ultimi mesi, le autorità curde hanno ventilato l’ipotesi della tenuta di un referendum sull’indipendenza.