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lunedì 15 agosto 2016

LA SOMALIA INTERNA CHE COSTRUISCE KAMIKAZE ANTI EUROPA

Viaggio nel cuore della Somalia fabbrica di kamikaze per colpire l’Europa

Gli jihadisti di Al Shabaab cacciati da Mogadiscio hanno ripiegato su Baidoa. Lì hanno costruito campi di addestramento per i nuovi adepti del Califfo
Gli Shabaab, i giovani in italiano, sono sorti in Somalia intorno al 2006

LA STAMPA 15/08/2016
INVIATO A BAIDOA (SOMALIA)
Da quando ho deciso di tornare in Somalia, a Baidoa, provo una inquietudine strana , come il senso di un oscuro pericolo. Di un pericolo che sia in me, dentro la mia coscienza. Qualcosa è nell’aria che mi mette in sospetto. Sto forse per attraversare la frontiera di ciò che intimamente non deve esser ricordato o raccontato, che è meglio resti sepolto in nebbie di dimenticanze? Questa Africa impassibile e oscura in cui arrivai venticinque anni fa, al tempo della Grande Fame. Chi indaghi in questo tragico Paese scopre che non lo si può raccontare e conservare dentro di sé se non in termini di ordine morale: non storico o politico, morale. La Somalia mi batte nel petto ancora e tiene desti tutti i miei demoni.  
Il piccolo vetusto aereo compie, per atterrare, una brusca virata come impongono i regolamenti delle zone di guerra. Mi sento già stanco, come se dovessi superare una prova, varcare appunto una soglia vietata. 
Perché qui mi guardai allo specchio meravigliandomi che il volto non fosse stato marchiato dall’inferno in cui ero sceso, che la realtà non avesse, con le sue trafitture, sciolto l’anima da ogni ancoraggio.  

Carestia e guerra  
Venticinque anni fa, Baidoa, la carestia e la guerra. Ascolto. Mi ricordo di tutto: sulla strada che portava in città e poi, più a Sud, verso Bardera, capitale di uno più feroci signori di quella guerra, i moribondi e i morti per fame. Bambini e ragazzi: non so perché, nel ricordo, mi pare fossero solo così. Eppure c’erano donne che gettavano i figli nei pozzi folli per non poterli nutrire e vecchi, ma all’ombra delle acacie, sdraiati senza forze, oggi ricordo solo ragazzi: sembravano dormire abbandonati all’ombra pallida dove li aveva colti l’estremo sfinimento, ogni tanto aprivano gli occhi si guardavano intorno. Pareva che qualcosa di vivo, di sveglio fosse rimasto in fondo alla loro coscienza. Era un diffidenza istintiva, incosciente ormai verso la vita che li abbandonava.  

I morti, avvolti nelle loro fute sudice, sedevano anche loro, qua e là, appoggiati ai tronchi e alle spine, in gesti che la morte aveva interrotto, fermati in mezzo a un lentissimo, intimo moto. Dormivano anch’essi nell’aria densa di sole e di mosche, ma vi era nel loro sonno senza risveglio come una terribile pace, una confidenza, un estremo abbandono. Pick-up furibondi di mitragliere e cannoncini (l’apporto della Somalia alla scienza della morte del ventesimo secolo che ahimè ha fatto scuola in altri luoghi del mondo) passavano indifferenti coprendoli con un sudario di polvere.  

Il mondo scopriva la carestia dovuta non alla siccità o alla natura ma creata dalla guerra che aveva svuotato i granai fino all’ultimo chicco di sorgo. La strada incideva nella carne rossa dei poggi. Scendeva tra valloni coperti di macchie spinose lievemente ondulati di una tristezza deserta e piena di rancore. Poi a una svolta spuntò un ragazzo che scendeva con passo incerto sbandando: un ragazzo, proprio un ragazzo, uno straccio sulle reni, anche nello sfinimento dell’agonia con le mani appoggiate a un bastoncino posato in bilico sulle spalle, attraverso il collo, nel gesto normale dei pastori somali. Tutto ciò che era umano sembrava estraneo a quella terra di morte. Pareva di attraversare una zona di natura dove l’uomo, travolto dalla bestialità della Storia, era diventato un puro accidente, un caso. L’autista scese per aiutarlo, con una bottiglia d’acqua, del pane. Il ragazzo lo guardò come da una distanza infinita e poi crollò a terra: senza vita. Era un figlio innocente della guerra, della paura, dell’esilio, della fame. 

Colera e guerra  
Venticinque anni dopo a Baidoa infuria il colera e la guerra non è mai finita: ci sono gli Shabaab, gli uomini del califfato del Corno d’Africa, i nuovi terribili signori della guerra. La Somalia è una terra di dolore, un’Africa che ti schiaccia, che ti entra nell’anima come una pugnalata di realtà dolorosa. Non ci vada chi vuole passare una vita di ottimismo. Ma chi cerca la verità deve farci una sosta rischiando: anche più che la vita, ciò che hai dentro. Trovi a Baidoa uomini che combattono contro il terrorismo fanatico. Come il Dottore, che ha insegnato in università europee medicina, odia l’antica maledizione somala dei clan, delle tribù e il nuovo fanatismo che ha contagiato la sua gente. Che è tornato volontariamente nella sua terra, lo Shebeli, «per dare volontariamente una mano». Sono uomini che ho sempre ammirato, quelli che non fanno del coraggio una sfida e non tracciano un ritratto eroico di se stessi davanti agli altri. Quelli che ti insegnano a vivere nonostante la paura attanagli anche loro. Non riconosco il paesaggio: non c’è più la terra arida, dura e rossa di aspetto, di umore, della carestia, di una povertà bellissima e aspra. Le immense distese di stoppie gialle sparse di alberi magri di disegno risoluto e insieme astratto di 25 anni fa, sono diventate, in questa stagione, un trionfo di verde, di alberi sani, di campi germoglianti il sorgo e il mais, quasi una foresta che sembra guardarti. Non ingannarti! Non dimenticare mai: qui c’è la guerra, la guerra del ventunesimo secolo, il jihad che si è fatto universale. Nei villaggi attorno a Baidoa gli Shabaab hanno costruito i loro campi di addestramento. Bambini guerrieri e combattenti che vengono dal Sudan o hanno passaporti inglesi e americani si allenano, sotto la guida di specialisti della guerra santa, a formare la nuova generazione del Califfato, a diventare kamikaze.  

L’arrivo dell’Isis  
Gli uomini dell’Isis Mukhtar Mansur, il Siriano, e Mustaf Adow, somalo con passaporto americano, sono giunti qui nel dicembre scorso e hanno subito rovesciato i rapporti di potere: in declino Al Qaeda che aveva storiche basi, in crisi la tattica dei vecchi Shabaab, anchilosati in una pantofolaia mafia terroristica, impegnati soprattutto a raccogliere denaro con estorsioni e sequestri. Sono loro che hanno fatto strage nella base keniota e preso per qualche tempo la città di Merka. A Dale, ad appena 60 chilometri da qui, c’è una base con 450 combattenti , dove si cura l’addestramento degli stranieri che poi lasceranno la Somalia usando i loro passaporti occidentali, e la preparazione dei kamikaze Tra loro lo sceicco Towfiq, siriano e Serwan Mustar, «l’americano». A Bohosha, una zona di foresta fitta, opera Dahir Gamay, capo dei giudici di al Shabaab. A Yaqbarawe, c’è il campo più grande, 600 guerriglieri con decine di veicoli; li guida tra gli altri Ali Dere portavoce di al Shabaab. E poi altre basi a Bulafulay, a Mount Harar. Questo stato federale, il South West, ha per fortuna un presidente coraggioso, Shariff Hassan, ex commerciate di pasta che li combatte, con pochi mezzi, ma in maniera implacabile, con l’aiuto dei soldati etiopici e degli inglesi.  

I margini delle cose spiegano spesso meglio quanto accade, è lì che bisogna cercare, osservare. Perché puoi leggervi gli strati di vernice che si sono depositati sulle cose e la ruggine che le rode. Chi cerca al centro, la Siria, la Libia, si perde nella illusione di capire, tutto è troppo evidente e confuso nello stesso tempo. Qui in questa periferia del mondo, margine apparente del califfato, maturano le sue implacabili metamorfosi, si preparano le micidiali sorprese che ci riserverà domani. 
Baidoa sembra una bella città colpita da decrepitezza. Solo i tetti di lamiera colorata vivacemente di rosso e di blu regalano macchie di colore ai ruderi, al sudiciume delle cose. Vecchi grinzosi ci vengono incontro nelle strade insieme a ragazze bellissime, alte e magre che portano grandi vassoi di legno. Bambini seminudi inseguono capretti neri dal viso bianco. Bande di cani famelici ruzzolano abbaiando. La scena ha un suo moto solenne, una compostezza dignitosa e antica. Al centro della città si eleva un campanile. Un tempo era la cattedrale, ora in cima c’è una mezzaluna . È stata trasformata in moschea: non mi lasciano entrare. Vergogna, dolore: una sconfitta di Dio. Non il mio, ma quello che, qualunque sia il suo nome, ci dice: sono io, non temete. 

L’ex dittatore Barre  
Saliamo su una altura dove era il palazzo distrutto di Siad Barre, il dittatore che è all’origine di questa tragedia. Camminiamo in precario equilibrio sulle rovine di cemento che si disfano in polvere. Dalla montagna trasuda l’acqua di una ruscello, Isha Baidoa la chiamano, che forma una polla. Ecco i sicomori, meravigliosi alberi, si odono lontane grida di bimbi che giocano nell’acqua. Un soldato dagli occhi felini mi indica l’altura di fronte nell’aria trepidante. Di lì, la notte, gli Shabaab colpiscono la città con i mortai, uccidono. Il paesaggio si estende infinito, si scompone come se fosse dipinto su un fondo di teatro agitato dal vento. Stormi di ibis bianchi e neri roteano alti. La guerra feroce non insozza la campagna come i volti e le anime. 

I militari etiopi  
Sulla strada per Dale i soldati etiopici escono sparpagliati dal sottobosco spinoso, alcuni hanno le facce grigie di sfinimento, le camicie zuppe di sudore per i pesanti giubbotti antiproiettile. Improvvisamente le campagne appaiono deserte, in guerra si nota di solito questa atmosfera di solitudine prima di entrare sulla scena della battaglia. In mezzo alla strada, il mitra in mano, con l’elmetto gettato indietro sulla nuca, uno di loro grida parole violente e dolci in amarha come se parlasse a se stesso a voce alta. Hanno baffi sottili sulla bocche grandi, sono esili, alcuni sono ragazzi, altri hanno le dure espressioni di cacciatori e di cacciati al contempo. Li pagano, per difendere Baidoa dai jihadisti, mille dollari al mese, una fortuna. Armati come sono forse potrebbero annientare gli Shabaab, metterli in fuga. E allora? Se, in fondo, non convenisse finire questa guerra che rende in mille modi? La lotta al Califfato, qui e altrove, si impingua di altri interessi, sfuma in utili, opportunistiche lentezze. 
L’innocenza dell’erba, il suo tremito affettuoso, a tratti il silenzio si fa perfetto. Tutto è abolito, l’aria sola è vivente. Tra i soldati etiopici spuntano due uniformi diverse, più chiare: ragazzoni dai capelli rossi, commandos inglesi. Nella notte hanno colpito più a Nord, con elicotteri decollati da una portaerei americana: nella rete sono rimasti cinque Shabaab tra cui un sudanese.  

Terroristi arrestati  
Vado a vedere i jihadisti prigionieri nel carcere di Baidoa. Nelle celle dei comuni in maggioranza sono soldati e poliziotti che hanno venduto i loro fucili. Da sette mesi non prendono stipendio, cento teorici dollari al mese. Come i giudici, o i medici. Penso ai mille dollari del soldato etiopico e capisco perché qui i poliziotti sono disarmati… Aleggia un odore appiccicoso come una ragnatela , vischioso, impercettibile. Lo Shabaab è giovanissimo mi scruta dal suo buio con gli occhietti piccoli affogati tra le grosse guance. Mi tuffo nel freddo vischioso di quegli occhi che fissandomi mi trapassano a succhiello. Si racconta senza palpiti: mi hanno preso con dell’esplosivo, mi hanno condannato a morte adesso attendo di sapere se mi uccideranno. La rabbia e il calore della piccola cella gli strizzano dal volto un sudore scarso come la rugiada in tempo di siccità. Non nega, non cerca scuse. Mi guarda.  
In una altra cella ci sono tre uomini, sono capi Shabaab. Stanno seduti con le gambe incrociate tutto è in ordine meticoloso, hanno barbe ben curate. Non rispondono al mio saluto musulmano, come se non esistessi, in silenzio. Vedo il loro sogghigno sprezzante. Guarda che cosa abbiamo fatto, dicono i loro occhi, guarda che cosa possiamo fare. Sappiamo quel che è bene e quel che è male. Crediamo nel paradiso e crediamo nell’inferno. Sappiamo di aver ragione. 

Torno a Mogadiscio. Attraversare la città è un viaggio tra i luoghi del terrore: l’hotel Saafi, il Quarto chilometro, il Tribunale. Il tanfo soffocante della politica somala ti arriva a zaffate: si preparano le lezioni, il denaro della corruzione corre a fiumi, bisogna comprare i grandi elettori dei clan che eleggeranno a loro volta i deputati. E poi peggio: le voci sul presidente Mohamud e le sue simpatie per salafiti e Shabaab, su una delle due mogli, Zara, che vende i visti e va in carcere a far liberare terroristi arrestati. E Abdu Izak, ministro degli interni, uno Shabaab «pentito», e il gran burattinaio Farah anche lui ex ministro, fondatore del partito «Sangue nuovo», gran finanziatore di madrase e scuole islamiste, uomo di traffici e di affari con i fondamentalisti. La cattedrale devastata è diventata un parcheggio, su Casa Italia, storico e meritorio orfanotrofio di proprietà italiana, sventola la onnipotente bandiera turca. Abbiamo duecento paracadutisti di base in un albergo all’aeroporto di Mogadiscio.  

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