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lunedì 1 agosto 2016

LA RABBIA DEI KAYAPO'

Uomini bianchi udite la voce Kayapó

Dopo una notte di pioggia battente, sorge lentamente il sole sulla piccola Aldea Kedjerekra, nel cuore della terra indigena Kayapó, regione sudorientale della Foresta Amazzonica, Brasile.  
Una coppia di pappagalli rossi vigila sul ramo secco di un vecchio castagno. Una nebbia fitta e bassa aleggia sul fiume Riozinho, affluente del gigantesco Xingú e sede della imponente diga di Belo Monte, controversa centrale idroelettrica. La foresta avvolge le sette capanne di fango e paglia che compongono l’aldea, disposte in cerchio con al centro l’ “ngop”, la casa dei guerrieri dove si prendono le decisioni della comunità. 

Nella casa del cacique Rotka, anziano guerriero Kayapó, la moglie Irekampy prepara la colazione per i nipotini, latte di castagne e farina di manioca, mentre il marito si connette con la radio fumando il “waricoco”, la pipa degli anziani Kayapó. «Floresta Protegida Kedjerekra, Floresta Protegida Kedjerekra siete in ascolto?». Bephnoti Atydjare, coordinatore della ong indigena Kayapó Floresta Protegida lancia il messaggio ai cacique di tutte le aldee comunicando che ci sarà una mobilitazione a Brasilia per la difesa dei diritti indigeni.  

Corpo e volto dipinti di rosso e nero con i frutti urucum e genipapo, coccarda di piume e borduna, tradizionale arma di battaglia, il vecchio cacique, la moglie Irekampy, il nipotino Bepdjyre e il figlio Motere, giovane cineasta Kayapó scelto per filmare la cronaca di questo viaggio di lotta, navigano per tre giorni su una canoa fino a Tucuma. La cittadina, nata mezzo secolo fa per ricevere raccoglitori di gomma e legname, cercatori d’oro e fazenderos, è oggi l’epicentro delle aree deforestate d’Amazzonia, dove cercatori legali e illegali - i garimpeiros - si contendono le ultime risorse. L’ultima area incontaminata è l’enorme terra dei Kayapó, un territorio delle dimensioni del Belgio, oggetto di appetiti per le sue infinite ricchezze naturali. I Kayapó, distintisi per la forza e il coraggio nell’affrontare le battaglie, conservano le caratteristiche di popolo guerriero temuto e rispettato, sostituendo la precisione dell’arco e delle frecce con l’abilità della parola nei contesti politici. Per questo sono considerati come i più ostinati difensori della Foresta Amazzonica. Nella Rua do Ouro (Strada dell’Oro) si alternano postriboli con musica melody e chiese evangeliche dai nomi stravaganti. I garimpeiros ebbri di cachaça e sesso a pagamento osservano con disprezzo gli indios che passano. Davanti alla sede della ong é già pronto un bus e sono presenti 40 caciques di diverse aldee. Brasilia dista circa 24 ore.  

I Kayapó, distintisi per la forza e il coraggio nell’affrontare le battaglie, conservano le caratteristiche di popolo guerriero temuto e rispettato, sostituendo la precisione dell’arco e delle frecce con l’abilità della parola nei contesti politici. Per questo sono considerati come i più ostinati difensori della Foresta Amazzonica. 

Durante il viaggio vengono aggiornati sui temi della protesta: nuove proposte di legge, come la PEC 215 o la PL 1610, minacciano di rimettere in discussione anni di conquiste. Il corteo, guidato dalle donne Kayapo che intonano canti e danze di lotta con i bimbi in grembo, giunge al palazzo del Congresso. Dopo laboriose trattative hanno ottenuto di essere ricevuti, oggi siederanno nel tempio del potere. I Kayapó sanno che le questioni si risolvono con i “benadjwiri”, i capi, ed è lì la casa dei benadjwyri. Fotografi immortalano l’ingresso, tuona nel palazzo il loro canto. L’india Tuire grida poche incisive parole: «Uomini bianchi, udite la mia voce. Voi già avete la vostra terra, noi abbiamo la nostra. Se volete distruggere fatelo con la vostra. Noi abbiamo i nostri fiumi, la nostra cultura, voi siete “kuben”(bianchi), non siete qui per parlare di noi Kayapó. Restate fermi a casa vostra».  

«Uomini bianchi, udite la mia voce. Voi già avete la vostra terra, noi abbiamo la nostra. Se volete distruggere fatelo con la vostra. Noi abbiamo i nostri fiumi, la nostra cultura, voi siete “kuben”(bianchi), non siete qui per parlare di noi Kayapó. Restate fermi a casa vostra». 

Il ritorno a casa è in silenzio, già è forte la nostalgia dell’aldea. All’arrivo della famiglia, la nonna Tyiwa piange con la testa china per esprimere il sollievo dell’abbraccio rinnovato. La comunità, dopo aver acceso il generatore per l’energia elettrica, guarda alla televisione le immagini del viaggio girate da Motere. Un sentimento di orgoglio avvolge tutti, giovani e anziani. Per ora, la loro terra é ancora in salvo. 

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