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giovedì 11 agosto 2016

IN VIAGGIO CON I PROFUGHI RAGAZZINI

Una notte sul treno dei profughi ragazzini: Hip hop e messaggi sognando la Svizzera – La Stampa

I ragazzi non hanno molto da portare con loro: un caricabatteria, un ricambio di biancheria e di jeans e tanti fogli di carta, piccoli, ripiegati in modo da diventare invisibili
lastampa.it – Una notte sul treno dei profughi ragazzini: Hip hop e messaggi sognando la SvizzeraTutti minorenni in viaggio da Roma: così nasce l’emergenza in Lombardia – Reportage 
flavia amabile
inviata sul treno roma-milano
Il match Rihanna contro Fresalam Mussie inizia alle 22,15, quando sarebbe ora di iniziare a prepararsi per andare alla stazione. Mulugheta, origini eritree, è un volontario di via Cupa, la strada di Roma dove chi arriva dall’Africa fa tappa prima di andare verso Nord.
È un fan di Fresalam Mussie, lo mette a tutto volume e inizia a ballare. «Parla della nostra libertà, della libertà del popolo eritreo, non puoi non ascoltarlo!»
Samson ha vent’anni di meno. Non gli importano le parole di chi gli ricorda quello che ha deciso di abbandonare. Nella sua libertà ci sono Rihanna, l’hip hop, il cappellino da rapper e il viaggio di stasera.
Spara con tutto il volume che il cellulare di un amico gli consente l’ultimo brano di Rihanna e finisce di preparare lo zaino. Non ha molto da portare con sé: un caricabatteria, un ricambio di biancheria e di jeans e tanti fogli di carta, piccoli, ripiegati in modo da farsi anche più piccoli e diventare invisibili in fondo allo zaino.
Alle undici di sera si va. Sono in sette a lasciare via Cupa: tutti minori, tra i quattordici e i sedici anni. I responsabili del Baobab Experience li hanno nutriti, vestiti e ospitati per quasi due settimane. Due giorni fa sono arrivati anche i soldi per il biglietto, è tempo di andare.
NIENTE LACRIME
Abbracci, sorrisi, strette di mano. Nessuna lacrima, nessun rimpianto. Nemmeno da parte di Zebib, 15 anni, che a via Cupa aveva trovato un fidanzato. Lo saluta in un angolo buio, lontano dagli sguardi degli altri, quindi si unisce al gruppo.
«Dove dovrei andare? Sono loro la mia famiglia», spiega in un misto di inglese e arabo. La famiglia di Samson e gli altri è nata tra le onde che molti di loro non avevano mai conosciuto, è un patto di sangue tra persone che hanno visto insieme la morte e insieme ne sono fuggiti.
Quando sono sbarcati a Taranto i minori sono stati divisi ma Samson e altri sei sono riusciti ad arrivare insieme a via Cupa. E ora quando si presentano agli altri dicono: «This is my sister», oppure «This is my brother».
Ancora insieme hanno preso la strada del Nord con il treno della notte per Milano. Il telefono squilla di continuo. Qualcuno dall’altra parte vuole sapere se sono partiti e impartisce le istruzioni da seguire all’arrivo. Con chi parli Samson? «Con mio fratello», risponde ovviamente.
IN VIAGGIO CON LO SCONTO
Verso l’una del mattino arriva il controllore. Osserva i ragazzi che occupano tutti lo stesso scompartimento, legge più volte le cifre riportate sui biglietti. Non si preoccupa del fatto che siano dei minori a migliaia di chilometri di distanza dalla loro casa, vuole solo avere rassicurazioni che siano davvero così giovani da usufruire dello sconto per ragazzi.
È il vantaggio di questo treno, il motivo per cui è diventato una delle tratte preferite per i minori non accompagnati in viaggio verso Nord: nessun controllo in grado di fermare la loro marcia.
Alle due ogni altro rumore si placa. Tutti dormono sui sedili duri e sporchi degli scompartimenti. O, almeno, ci provano.
Il telefono di Samson ricomincia a squillare alle sei e un quarto. Il treno ha superato da poco l’alba a Piacenza, non manca molto per Milano. Il «fratello» ripete ancora una volta le istruzioni. Sam e gli altri rispondono in tigrino, annuiscono.
Alle sette e undici minuti il convoglio arriva alla stazione di Porta Garibaldi. I ragazzi che hanno superato il deserto e il Mediterraneo si guardano intorno, disorientati. Forse le istruzioni non erano poi così chiare, scoprono ora. Non trovano nulla di quello che avevano immaginato. Si siedono su una panchina, aspettano.
Che cosa aspetti Samson? «Aspetto mio fratello. Sta dormendo».
Ma dove vuoi andare? A Como o a Milano Centrale? «In Svizzera, in un Paese d’Europa».
Samson per andare in Svizzera bisogna arrivare prima a Como: hai soldi a sufficienza? Figurarsi, hanno speso tutto quello che avevano per il biglietto di questa notte.
Samson, vuoi andare in un posto come il Baobab di Roma? Fa cenno di si: Milano non è la Svizzera ma il confine è meno lontano di ventiquattr’ore fa, sa che conviene fermarsi qui e aspettare. Sul piazzale della stazione Centrale finalmente il volto di Samson si illumina: «Mio fratello mi aveva detto di venire qui, c’è l’autobus 87». E’ la linea dei migranti, porta all’hub per gli stranieri in transito.
Samson, sai che corri il rischio di non trovare posto? Siete oltre tremila in questi giorni a Milano. Samson fa un gesto con la mano, come per dire: nessun problema. Ha ragione. Alla fermata dell’hub i ragazzi scendono e corrono verso un punto in fondo alla strada. All’angolo si bloccano per un secondo, increduli: «Ehi, brother! Ehi, sister!». Sono i fratelli e sorelle da cui li avevano separati dopo l’arrivo in Italia. Sono arrivati prima a Milano e hanno guidato Samson e gli altri fino a ricongiungersi. Come in una famiglia. Sperano di riuscire ad arrivare insieme in Svizzera. Non sanno che cosa li aspetta.

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