IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

Cerca nel blog

Caricamento in corso...

domenica 28 agosto 2016

HILLARY TO BOOST IN TEXAS

Il ritorno in Texas di Hillary a caccia del sorpasso 

La Clinton nel 1972 mosse qui i primi passi in politica con McGovern.Oggi gli eccessi di Trump le danno una chance di prendere lo Stato
AP
Un volontario al lavoro per registrare elettori in vista delle presidenziali. Quest’anno l’esito del voto in Texas appare meno scontato. I democratici non vincono dal 1976

LA STAMPA 28/08/2016
INVIATO A AUSTIN
«Quando lo dico mi caccio sempre nei guai, perché so che a Bill non piace sentirlo, però è la realtà: il vero capo è sempre stato lei, Hillary. E adesso lo dimostrerà». 
Garry Mauro, orgoglioso erede di una famiglia immigrata da Corleone, spreme tre fette di limone nel suo tea ghiacciato al Magnolia Cafe di Austin, mentre racconta la storia che spera chiuda il cerchio della sua vita politica.Nel 1972, durante la campagna presidenziale di George McGovern, lui guidava l’auto con cui Hillary Clinton girava il sud del Texas per registrare gli elettori ispanici e neri. Oggi è il capo di Hillary for President, e con lei sta brigando per l’impossibile: prendersi la rivincita del 1972, e togliere ai repubblicani il loro Stato più importante.  


«Allora la Corte Suprema aveva allargato il voto ai diciottenni, e io lavoravo per un’organizzazione che li aiutava a registrarsi. Un giorno ricevetti la telefonata di una ragazza che si chiamava Hillary Rodham: aveva 24 anni, studiava legge a Yale, e voleva unirsi a noi. Ero perplesso, perché era un periodo difficile. Pochi anni prima era accaduto il caso di “Mississippi Burning”, e i volontari liberal del Nord che venivano al Sud per registrare gli elettori rischiavano la pelle. Lei però insistette, e allora la misi alla prova: nella mia vita non ho mai più incontrato una persona altrettanto intelligente, determinata e carismatica». Qualche settimana dopo fu lei a proporre un altro volontario suo amico, di nome Bill Clinton: «Ormai - ricorda Garry - la stimavo così tanto che la mia risposta fu immediata: se questo Bill va bene a te, andrà bene pure a noi». Lui divenne il capo della campagna di McGovern ad Austin, in quella che sarebbe stata l’esperienza seminale della loro carriera politica. Qui, ad esempio, i Clinton conobbero Bestey Wright, futura manager delle campagne elettorali di Bill in Arkansas. 


«Gli anglos», come Mauro chiama i bianchi del Texas, «nella valle del Rio Grande erano minoranza, ma controllavano governo e polizia. Non amavano i loro simili che si alleavano coi nemici. Ispanici e neri di quelle regioni, poi, in vita loro non avevano visto molte ragazze bionde di Chicago e non si fidavano. Se il barrio è povero oggi, allora era un inferno. Eppure Hillary non si fermava mai: io guidavo, Franklin Garcia faceva da interprete, e lei bussava alle porte. Una volta ce la sbatterono in faccia, urlando insulti in spagnolo. Sono siciliano, ma quella gente era tosta: io e Franklin scappammo. Lei, invece, tornò a bussare. Era pericoloso, ma noi eravamo ingenui, incoscienti e idealisti». 


Garry scoprì che Hillary e Bill erano di un’altra categoria quando una mattina gli chiesero di accompagnarli all’aeroporto: «Dovevano tornare e Yale per iscriversi agli esami. Anche io studiavo legge, e quei test mi terrorizzavano: loro invece non avevano aperto un libro per mesi, eppure passarono come primi della classe». 
Le elezioni però furono un disastro: Nixon doppiò McGovern in Texas. «Dopo la sconfitta andammo a sentire un concerto di Willie Nelson, e poi a bere da Scholz, la storica birreria tedesca di Austin. E’ passato parecchio tempo, ora posso dirlo: eravamo tutti ubriachi, per affogare la delusione. Verso le due del mattino, tra i fumi dell’alcol, intravidi Hillary e Bill che discutevano animatamente sotto un albero nel giardino della birreria. Mi avvicinai per capire cosa succedeva: lei cercava di convincerlo che non era finita là, potevano ancora cambiare il mondo». 


Questa profezia potrebbe realizzarsi a novembre, magari anche in Texas: «Se dicessi ora che lo Stato è in gioco sarei un pazzo. Però ci sono sondaggi che ci lasciano sperare: se la distanza da Trump continuerà ad accorciarsi, Hillary investirà qui. Il Texas sta tornando democratico, grazie alle minoranze. Quando lo diventerà, sommandosi a California e New York, chiuderà le porte della Casa Bianca ai repubblicani per una generazione». Patsy Woods Martin, animatrice della Annie’s List che recluta candidate ed elettrìci, spiega di cosa parla Garry: «Secondo Public Policy Polling, gruppo vicino ai repubblicani, Trump ha solo 6 punti di vantaggio su Hillary in Texas: considerate che nel 2012 Romney vinse lo Stato di 16 punti. Un altro sondaggio del Texas Future Project, più vicino ai democratici, vede una differenza di soli 5 punti». Gli elementi chiave sono due, secondo Mauro: «Il Texas è un majority minority state, dove le minoranze sommate insieme rappresentano la maggioranza. Trump ha meno del 10% tra i neri, meno del 20% tra gli ispanici, e meno del 50% tra le donne: con questi numeri non può vincere. Il problema è portare la gente alle urne», perché nel 2012 votò il 61% dei bianchi texani, ma solo il 39% degli ispanici. «Se facciamo salire la partecipazione al 49% lo Stato torna in gioco, e se arriviamo al 59% vinciamo noi».  


In altre parole servono nuove giovani Hillary, che vadano porta a porta come fece lei nel 1972. «Questa - spiega Patsy - è un’occasione unica, perché non c’è solo il trend delle minoranze in aumento, ma anche Trump che col muro e gli insulti agli ispanici li spinge a votare. Già Wendy Davis, con la sua campagna per governatore, aveva mobilitato le giovani donne sulle questioni sociali. Ora Hillary può aggiungere istruzione, pari opportunità economiche, e la sua dimestichezza con gli ispanici: la ricordano, la conoscono, hanno un rapporto personale con lei». Finora è venuta in Texas soprattutto per fare raccolte di finanziamenti, perché «questo Stato è il bancomat dei democratici», spiega l’operativo del partito Gilberto Ocañas. «Però - ammicca Mauro - se quella distanza nei sondaggi si accorcia, presto la vedremo qui. E così chiuderemo il cerchio politico della nostra vita».  

Nessun commento:

Posta un commento