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mercoledì 17 agosto 2016

FIDEL 90

DI FULVIO GRIMALDI
fulviogrimaldi.blogspot.it
La Storia mi assolverà?
Per il 90° compleanno di Fidel Castro sono state suonate trombe, cimbali, arpe, violini e organi. Lo sconveniente paradosso è che il 90% di quei celebranti fino all’altro giorno, anno, decennio, secolo, a Fidel dedicavano veleni, calci, bugie, altro che elegiache note. Io tutti quegli strumenti li avevo suonati a distesa da quando avevo raggiunto l’età della ragione professionale e militante. Oggi preferisco stare zitto. Il mio silenzio si allarga tra due sponde che si allontanano l’una dall’altra a velocità impressionante. La Cuba che Fidel, con il Che, Camilo e gli altri, ha conquistato, liberato, costruito, difeso; e la Cuba che gli è stata imposta e che si è lasciato imporre dopo il colpo di Stato effettuato dai militari sotto Raul Castro nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2009.


Fu decapitata e annientata la seconda generazione rivoluzionaria, allevata da Fidel, con a capo il delfino del leader maximo Felipe Perez Roque, formidabile ministro degli esteri, coerente antimperialista, terzomondista e grande teorico rivoluzionario, e Carlos Lage, vicepresidente del Consiglio di Stato, segretario del Consiglio dei ministri, già segretario della Gioventù Comunista. Al posto di 60 dirigenti destituiti della generazione dei quarantenni e cinquantenni, subentrarono gli ottuagenari generali di Raul, capi di quelle forze armate che controllano gran parte dell’apparato produttivo e della terra. Per mesi al popolo cubano sull’enorme, drammatico, rivolgimento non fu comunicato assolutamente niente. Alla fine si trovarono raffazzonati e grotteschi pretesti per i quali i rimossi avrebbero brigato con settori Usa e si sarebbero presi gioco di Fidel. Era vero il contrario. Ma tutto il mondo della semisecolare militanza filocubana, che aveva posto Fidel accanto agli irriducibili Ho Ci Minh, Giap, Fedayin, Tupamaros, Che, IRA, si mise a belare appresso ai nuovi pastori. Amici del popolo cubano? Piuttosto appassionati di greggi e di pastori. Pronti, italioticamente, a fare le fusa a chiunque, in qualunque modo, si insediasse nel Capitolio. Ci avevano convenienza.
A Cuba, già modello di emancipazione, socialismo e resistenza all’imperialismo per l’intero mondo, innesco delle emancipazioni latinoamericane, Raul propose come modello il Vietnam. Il Vietnam del nuovo secolo,  ridotto a colonia economica e militare Usa, agitatore anticinese per conto del Pentagono. Vietnam dove, nelle strade di Ho Ci Minh City, Jaguar e Gipponi minacciano di travolgere turbe di pezzenti e prostitute. Poi, a Cuba, come prima in Jugoslavia, arrivarono i papi e presero  ad azzannare pezzi di sanità, istruzione e comunicazione, le chiese riaprirono e si riempirono di cattolici e di sette evangeliche innestate dalla Cia. Obama fu onorato da Raul di “uomo onesto”. La cosa più sconvolgente si ebbe quando la feroce controffensiva Usa contro i paesi latinoamericani dell’A.L.B.A., grazie ai quali Cuba era sopravvissuta dopo l’URSS, liberati dai suoi popoli sotto la guida di Chavez, Morales, Kirchner, Correa, fu celebrata all’Avana con l’arrivo del presidente Usa, la riapertura dell’ambasciata, la privatizzazione di metà dell’economia cubana, la trasformazione in “cuentapropistas“, “imprenditori”, di 500mila dipendenti dello Stato, Cuba spalancata al turismo e alle multinazionali Usa. Naturalmente, per tutto questo, era prima necessario togliere di mezzo chi avrebbe potuto rilevare un certo grado di incoerenza e convincerne il popolo ancorato alla rivoluzione: Perez Roque e gli altri. Il discorso è il solito: “aggiornamento, modernizzazione del socialismo”, come in Vietnam, in Cina. Quanti ne abbiamo visti che dicevano di “modernizzare” Marx!  E dove sono finiti!
Cosa fa questa nuova classe di imprenditori? Bancarelle, taxi, localetti notturni, bische, saloncini di bellezza, ristorantini, tutto il nugolo d mosche che ruota intorno alla torta del turismo (cresciuto dell’11,7% rispetto al 2015, 2,8 miliardi di dollari, fiumi di soldi), si arricchisce e presto pretenderà la sua fettona  della torta economica e politica. Succede così nel privato. La produzione? Al palo, come dopo Che Guevara che, sfortunato ministro dell’industria, voleva farne lo strumento della resilienza e dell’autonomia dal grande padrino sovietico. Così, alla faccia dei charter che fanno arrivare comitive Usa e tornare gusanos pieni di dollari, la crescita si fermerà   sotto l’1%. Il presidente ha ammesso la crisi, ha denunciato voragini di liquidità (ma come, con tutte quelle aperture al mercato?) e annunciato misure per contenere i consumi e le spese in divisa. E la miseria è sempre quella di dieci, venti anni fa, solo non più avvolta nella retorica.
Torneranno i risparmi energetici (il Venezuela, in grossa crisi, ha ridotto a metà il suo rifornimenti di petrolio), i black out, l’austerità che non è risparmiata a nessun paese che si faccia  abbindolare dagli Usa, che poi è un altro nome per Wall Street. “Verranno tempi duri”, ha detto il modernizzatore. C’è profumo di “periodo especial”, come quello che lasciò l’Isola in braghe di tela quando, con l’URSS, crollò anche la sua idea di divisione internazionale del lavoro. Voi zucchero e rum, noi tutto il resto. E così Cuba non produceva né mattoni, né carta igienica (avendo inesauribili argille e immense foreste). E, avendo giacimenti di metalli, importava chiodi e martelli. Cosa se ne deduce all’Avana? Non si scappa: ciò che Draghi, il FMI, IP Morgan e il principe evasore Juncker comminano ai paesi terroni: accelerazione delle riforme. Conosciamo bene la medicina.  Il 40% della forza lavoro cubana sta già nel settore privato. Che sa come gestirla.
Fidel era tutto. Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri, Primo Segretario del Partito Comunista, comandante in capo delle Forze Armate. Centralizzazione totale. E al popolo stava bene: partecipava, stringeva la cinghia, combatteva, studiava, imparava, cresceva. E le cose andavano bene. Ora tutto questo è Raul. E c’è una bella differenza. E il popolo è spaccato in due: chi naviga sopra, tra tour, voli, hotel, spiagge, mignotte, night club; chi annaspa sotto e  si arrabatta per cavare dal turista quel dollaro anti-fame.. Finiremo mai a romperci la testa se il problema stia nell’uomo, o nel sistema?
Sul Malecon bandiere a stelle e strisce, quelle che sventolano sulle macerie di Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, sul dirimpettaio Honduras golpizzato e trasformato in hub della droga e mattatoio degli oppositori e indigeni. Ma embargo ancora in atto e Guantanamo sempre base e carcere della tortura Usa. Se ne parlerà quando la “modernizzazione” sarà compiuta, vedrete. Gli yankee avevano cercato di eliminare Fidel 637 volte, un tentativo al mese. Hanno fallito. Ora ci ha pensato il fratello.
Riferiscono gli apologeti dall’Avana che Fidel insiste sulla certezza che “Cuba non piegherà la testa  perché il suo popolo ha acquisito una profonda coscienza di sé e l’orgoglio dell’indipendenza”. Certo. Ma, davanti, anzi sopra, chi è che dà l’esempio? Basta l’occasionale sparata di Fidel contro Obama o gli Usa sul Gramma? Troppo poco troppo tardi. E fa pure incazzare, pare che il revisionista Raul lo lasci fare, tanto non conta più, povero vecchio….
Il gigante si è ristretto. A volte succede con gli anni. A Malcom X non è successo. Neanche al Che, a Tito,  Gheddafi,  Mao, Saddam, Chavez. Forse perché sono morti in tempo?. Vai a sapere.
Il resto è silenzio. Anche per rispetto all’antico Fidel. E al suo popolo, di cui per molti anni ho detto, scritto, filmato e che ora non mi sento di abbandonare correndo appresso a un Raul qualunque e alla sua modernizzante gerontocrazia con le stellette. 

Slobo
“La distruzione del mio paese è la dimostrazione che non esiste la globalizzazione, ma solo un nuovo colonialismo…Se le nazioni, gli Stati, i popoli fossero trattati da soggetti pari, non conquistati, stuprati, se il mondo non dovesse appartenere a una minoranza ricca, che deve diventare più ricca mentre gli altri diventano tutti più poveri, si avrebbe la giusta globalizzazione. Non si è mai vista una colonia svilupparsi e conquistare la felicità. Se si perdono l’indipendenza e la libertà, tutte le altre battaglie sono perse. Gli schiavi non prosperano”. (Slobodan Milosevic, ultima intervista. A Fulvio Grimaldi. Marzo 2001)
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/topics/878
Nel 1999, mentre su Belgrado, Nis, Novi Sad, Pancevo, Kraguyevac piovevano le bombe Nato, a una mia intervista al giornale del Partito Socialista Serbo avevano dato come titolo una mia frase estemporanea: “Meglio serbi che servi”, con evidente allusione al caporalmaggiore Nato Massimo D’Alema che, oltre a fare di Aviano il patibolo su cui decapitare la Serbia, si era messo in prima fila tra i genocidi della Jugoslavia. E se il supercriminale Tony Blair, con alcuni milioni di iracheni sulla coscienza, è stato ridotto al silenzio dalla commissione d’inchiesta che lo ha costretto a fasulle e innocue scuse, il Nostro continua a blaterare, nel rispetto di tutti, soprattutto delle “Sinistre”, visto che ora si scaglia contro le schiforme costituzionali Renzi-Verdini, semplicemente per vendicarsi che le sue, identiche, schiforme con Berlusconi erano state cacciate nella fossa comune in cui la maggioranza del popolo italiano aveva, fino a ieri, seppellito chi intendeva rapinarlo della sua libertà. 
Quel titolo a grandi caratteri in apertura del quotidiano sconvolse la ciurmaglia del politically correct, cioè del consociativismo con il non più nemico di classe, dentro al PRC e a tutta la sedicente Sinistra Radicale. Fui sottoposto a un processo da coloro che, riformati da Bertinotti, avevano sostituito temi come imperialismo, lotta di classe, capitalismo, con omofobia, xenofobia, sessimo, misogenia, transfobia. Temi che poi, eclissandosi definitivamente ogni idea scientifica di sinistra, avrebbero trionfato nella più vasta società, anche grazie al formidabile sostegno materiale di George Soros e di Fondazioni come Ford, Rockefeller, Rand Corporation,Open Society, le stesse che, finanziando e così condizionando il World Social Forum (testè riunitosi inutilmente a Montreal), fin dai tempi di Porto Alegre realizzarono lo storico depistaggio di onesti militanti antiglobal verso un’opposizione compatibile con l’esistente:Tobin Tax sulla criminalità finanziaria e tanti gruppi di lavoro che impedissero la costruzione di una piattaforma unitaria e globale contro il capitalismo. Cosa ne sia venuto alle “sinistre”, impelagatesi nell’impresa realizzata con i quattrini del nemico, col fervore patetico dei neofiti imbrogliati o con l’astuzia degli amici del giaguaro, lo vediamo oggi  guardando i detriti che insistono a farci inciampare.
Ma si doveva parlare di Milosevic. Lo spunto è che quella Kangaroo Court dell’Aja, come in inglese si chiamano i tribunali farsa, giorni fa, ha assolto Slobodan Milosevic da ogni accusa di crimini di guerra e contro l’umanità. Assoluzione venuta a 10 anni dalla sua morte dopo cinque anni di carcere all’Aja. Morte voluta e organizzata, preannunciata dallo stesso presidente jugoslavo in una lettere in cui denunciava che lo stavano avvelenando. Altri imputati serbi sono stati uccisi o lasciati morire, come lui. Non avevano saputo produrre la minima prova di una sua anche minima colpevolezza. Così, Slobo doveva morire. 
Questa assoluzione è un fatto enorme perché significa che i criminali  veri non erano i serbi (che continuano a dover pagare per i colpevoli veri), né la loro leadership, né colui che, isolato da tutti,   e perciò con troppa disponibilità alla mediazione, aveva difeso la sua federazione, il suo paese, la libera convivenza nel progetto socialista di popoli, etnie, religioni. I criminali, i genocidi erano gli altri, gli aggressori, il papa, la Germania, i narcotrafficanti e pulitori etnici albanesi del Kosovo, Carla del Ponte, D’Alema e gli ignavi del parlamento italiano, i magistrati del tribunale creato e pagato da Washington, tutta robaccia al servizio della Nato e, cioè, del progetto mondialista di frantumare i Balcani, indebolire un’Europa alleata ma vassalla. Come oggi, con l’UE trascinata  a guerre e sanzioni contro gli interessi dei suoi popoli, sommersa da alluvioni migratorie provocate apposta dai signori delle guerre imperiali.
Avevo lasciato la Rai per sempre la mattina dopo i primi bombardamenti su Belgrado, 24 marzo 1999 ed ero andato lì a filmare il genocidio (“Il Popolo invisibile” – “Serbi da morire”  - “Popoli di troppo”) e a raccontarlo a “Liberazione”, finchè non me ne cacciarono. Il bombardamento, tra i primi in ogni guerra Nato, della TV: la vcce dell’altro fa paura, smaschera, va annientata; le bombe sugli ospedali, sulla rete elettrica con lo spegnimento delle incubatrici, i missili su tutte le industrie petrolchimiche di Pancevo per spargere morte con l’inquinamento di terre e acque, le bombe a grappolo, l’uranio a tonnellate per minare le generazioni future, i ponti, le ferrovie, le case, le chiese, la Zastava, fabbrica di automobili, cuore operaio dei Balcani. Ma poi, nel giro di un anno, grazie al governo e alla forza di un grande popolo, una ricostruzione prodigiosa, di quasi tutto.
 Fu la prima delle “rivoluzioni colorate” a risolvere il problema dei serbi riottosi e di un leader che non si piegava. Le bande di Otpor, infestate da cellulari forniti dai padrini dell’annichilimento umano, Steve Jobs e Bill Gates, grazie a quelli disponevano di strumenti di mobilitazione della feccia  e dei famelici, che la resistenza non aveva. I capi di questo mercenariato Nato, poi adoperato per destabilizzazioni di governi disobbedienti in mezzo mondo, mi dichiararono con orgoglio di essere stati addestrati da ufficiali americani a Budapest (non c’era ancora, purtroppo, Orban) e di sentirsi perfettamente in linea con i propositi della Cia per la regione. Per la “sinistre”, al traino dei bombardieri, erano “ribelli”, “democratici”, “rivoluzionari”. Gli stessi di Rossana Rossanda  e del suo sciagurato cucuzzaro di “ragazzi del Novecento”.
Quello che ancora resisteva di una sinistra internazionalista e rivoluzionaria lì perse definitivamente la sua innocenza. Grazie ai buoni uffici dell’ex-ministro degli esteri Jovanovic  riusciì a incontrare Milosevic nella sua casa a Belgrado, tre giorni prima che il rinnegato Zoran Djindjic, abusivo premier, uno che da Vienna aveva fornito alla Nato la mappa degli obiettivi da bombardare, lo facesse arrestare con un colpo di mano che prese alla sprovvista i suoi, evidentemente sprovveduti, sostenitori. Fu l’ultima intervista di Slobo, testimonianza della sua intelligenza, integrità, lungimiranza, umanità, capacità di analizzare le mostruose strategie di dominio globale di un potere dalla ferocia senza pari nella storia umana.
Sull’autentica bomba dell’assoluzione di Slobodan Milosevic, che mette in questione l’intera storia recente dei Balcani, dell’Europa, dell’imperialismo, nessuno ha fiatato. Tanto meno la cialtroneria mediatica di una sinistra fottuta e venduta che della fine della Jugoslavia (e di Libia, Iraq, Afghanistan, Siria) porta responsabilità anche moralmente peggiori di quelle dei killer materiali). Ha scritto qualcosa Giulietto Chiesa. Sì, in difesa di Milosevic e contro l’immancabile megera femminile di ogni cinismo genocida, Madeleine Albright, promotrice del trafficante di droga e organi kosovaro Hashim Thaci. Ma, menzionando la condanna a 40 anni di Radovan Karadzic, poeta serbo e difensore della sua gente, sul quale si è voluto caricare la gigantesca menzogna di Srebrenica, non ha saputo dire niente. Come se quella avesse qualche fondamento di giustizia. Ed è invece l’equivalente criminale del processo-farsa e della morte provocata di Slobo. 
La mia intervista a Milosevic fu l’ultima e riassume una vicenda storica dalle grandi e gravi ripercussioni. Un documento giornalistico sicuramente significativo. “Liberazione”, per cui scrivevo, lo rifiutò. “Ci appiattirebbe troppo sulle posizioni di Milosevic”, disse una vicedirettrice imbecille e complice. E il direttore Sandro Curzi, bonzo sopravalutato di Telekabul e poi burattino di Bertinotti, non aggiunse nulla. Il Corriere della Sera, che non temeva appiattimenti, ma sapeva valutare un pezzo giornalistico che sarebbe diventato storia, la pubblicò in forma ridotta. Ve la ripropongo integra e giuro che vale la pena.

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