Nulla di nuovo sotto il sole!
Oggi assistiamo alla beatificazione del cambio fisso. Quasi tutti i più noti economisti e giornalisti economici affermano che l’effetto più importante, conseguente alla adozione dell’euro, è l’aver realizzato una sorta di parità fissa tra le varie ex-monete nazionali.
Pochi sono i contrari, cioè fautori di un cambio flessibile e di conseguenza contrari alla moneta unica. Possiamo citare il Prof. Borghi docente di mercati finanziari alla Cattolica di Milano, il Prof. Bagnai che insegna politica economica presso la Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara e il Prof. Rinaldi che nella medesima università insegna finanza aziendale.
I fautori affermano che l’utilizzo di una moneta unica costringe le economie delle varie nazioni ad essere più competitive e quindi più efficienti. Come si ottiene questa condizione? Semplice: lavorando di più e con salari e stipendi inferiori. In questo modo, dicono, si migliora la famosa produttività e di conseguenza più competitivi sui mercati internazionali. Sarebbe come dire che, facendo lavorare di più il cavallo e dandogli meno biada, il contadino dovrebbe migliorare la redditività della sua azienda. Peccato che a lungo andare (e neanche tanto) il cavallo muore.
Tutto questo perché non si può mettere in discussione il dogma del cambio fisso.
Il cambio fluttuante viene visto dagli oppositori come una “furbata” dei governi del passato, che ricorrendo alla cosiddetta svalutazione competitiva, evitavano di impegnarsi nel migliorare l’efficienza del sistema economico.
Si parla sempre di cambi fissi e di cambi flessibili ma non si parla mai di cambio vero.
I cambi “falsi” modificano i redditi delle nazioni. Se il tasso di cambio di una nazione viene legato con quello di un altro paese che ha una inflazione inferiore, cioè che i prezzi nella prima crescono maggiormente, essa diventerà necessariamente meno competitiva e i lavoratori non potranno fare altro che accettare salari inferiori o perdere del tutto il lavoro.
Dicevamo: nulla di nuovo sotto il sole.
Anche nel Regno di Napoli tra il finire del Cinquecento e l’inizio del Seicento il dibattito era il medesimo.
Il 10 luglio 1613 dalle carceri napoletane della Vicaria, nel reame di Napoli, Antonio Serra dava alla luce un “Breve trattato sulle cause che possono fare abbondare li regni d’oro e argento dove non sono miniere”.
Il trattato è importante soprattutto perché, volendo confutarne le tesi, riferisce di un altro economista: Marco Antonio de Santis, autore di un “Discorso sull’effetto del cambio in Regno”(1605). Marco Antonio De Santis, racconta con dovizia di particolari, che la povertà del reame di Napoli era la conseguenza dell’alto prezzo di cambio della moneta, fissato dagli spagnoli. Mentre il basso prezzo del cambio della Repubblica veneta era la causa della sua prosperità.
La situazione del regno era così descritta:
«…il reame di Napoli è il più sfornito di moneta d’Italia, per cui disperate vivono le sue genti, nell’indigenza via e nella privazione pur essendo la natura generosa e fertile la terra di mirabili frutti»; «…l’altezza del cambio fissato alla moneta limita le esportazioni delle sue produzioni agricole»; «Le pochissime esportazioni delle sue derrate crea entrate monetarie modestissime, le quali vengono tutte assorbite per pagare gli interessi dei capitali stranieri che entrano a finanziare le sempre nuove necessità del reame»; «…così solo gli stranieri posseggono denaro. E solo gli stranieri esercitano mercato ora in negozi, pagandosi con sole mercanzie prodotte all’interno, e con le poche vendute fuori dai confini».
E Marco Antonio de Santis conclude che «il cambio basso fa entrare, il cambio alto fa uscire, i denari dal regno».
Nel libro “Economisti del cinque e seicento” a cura di Augusto Graziani (Laterza 1913, Bari), nella sezione dedicata al lavoro di Serra il “Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d’oro e argento dove non sono miniere” possiamo leggere:
«Il cambio alto provoca una scarsità di moneta in circolazione all’interno del reame il che è provato dai continui fallimenti delle banche le quali non sono fallite né per malizia né per disgrazia ma solo perché, avevano impiegato i loro denari nei negozi (negli affari), quando vollero farsi rimborsare della più modesta somma, cioè di 100, di 200 ducati, per la carestia dei contanti sono fallite. Per carestia di contanti che, se contanti vi fossero stati in altre banche, ci sarebbe stato credito. Ma non essendovi contante affatto, ognuno sta sulla sua». «Poiché se in quel tempo nel reame vi fossero stati solo due o tre milioni di contanti, certamente non ci sarebbe stato alcun fallimento»
«…l’industrie che fanno in Regno, delle quali la maggior parte è in potere di forastieri…» (pagina 173) «…tenendo denari di entrate (esportazioni) ed industria, non hanno bisogno di far venire denari (capitali) di fuora (dall’estero) per estraere robba dal Regno, che con le medesime entrate e industrie le comprano. (per appropriarsi delle merci del regno, possono comperarle con le stesse entrate delle industrie che controllano).
I forestieri erano gli spagnoli, che avevano creato una situazione insostenibile, «…avendosi li forestieri sorbito il sangue de tutti particolari di Regno, che non hanno più vita ».(pag. 174). «…Nel regno non vi è artificio di lana », «…il vestire vien di fuora », «…Il regno tiene bisogno di tutte cose speziane », «…cosi di aromatiche, come pepe, cannella, zenzero e mirra», «…non tiene zuccari», «…ne tutte robe di drogherie, artificiali e naturali », «…non vi è miniera di metallo», « …di fuori vengono tutte le tele sottili », « …per la tanta spossatezza e negligenza i suoi abitanti non hanno più vita».
Nel suo “Discorso sull’effetto del cambio in Regno” il de Santis afferma che « …l’altezza del cambio della piazza di Napoli con le altre d’Italia è la sola causa che ha fatto impoverire il Regno di denari; …perché l’altezza del cambio non permette che li denari, che doveano venire in Regno per la estrazione della robba fuora Regno, vengano in contanti, ma per cambio, e quelli, che doveano uscire per cambio per le mercanzie portate da fuora nel Regno, escono di contanti, per l’utile che si ha nell’uno e nell’altro; cosi all’incontro la bassezza debba essere causa dell’abbondanza, per operare il contrario effetto per la medesima ragione».
A riprova di questa tesi ricorda che: « …quindeci, venti, trenta anni addietro, che il cambio era basso, il Regno abbondava di denari propri e forastieri; e da quindeci anni in circa, che il cambio è alto, il Regno è diventato povero per la ragione assegnata.»
«L’altezza del cambio porta guadagno a chi vuole portare denari in Regno con cambiali e non con portarli in contanti. E, perché il fine d’ognuno in tal materia è il guadagno, dunque ognuno, che ara da portare denari in Regno, le portarà per cambio e non per contanti.»
In altre parole il De Santis affermava che il cambio alto rende vantaggioso per gli importatori napoletani effettuare i propri pagamenti in contanti, favorendo una fuoriuscita di moneta dal Regno; mentre coloro che all’estero acquistavano prodotti napoletani avevano tutto l’interesse ad effettuarli per “cambio”.
Quando si parla di “cambio”, si parla delle lettere di cambio, documenti con cui l’emittente ordina al corrispondente un pagamento a un terzo. In pratica i commercianti esportatori anziché farsi pagare in contanti preferivano farsi pagare con lettere di credito, in questo modo non entrava moneta contante nel Regno.
Più in particolare il De Santis osservava come le esportazioni fossero regolate essenzialmente tramite lettere di cambio, mentre le importazioni provocavano un deflusso di moneta, e arrivava a teorizzare l’esistenza di operatori che estraevano moneta dal regno per farvela poi ritornare per via di cambio, guadagnando così la differenza tra il cambio commerciale delle divise e il cambio delle monete.
Questo accadeva perché la moneta di riferimento era lo scudo d’oro della fiera di Piacenza. Tra le varie monete d’argento, che rappresentavano l’unità di misura nel sistema monetario di ogni Stato, vi era un rapporto ben definito; nel regno di Napoli la parità legale era di uno scudo per tredici carlini, ma la parità reale era di uno a quindici.
Di conseguenza al commerciante napoletano che aveva un debito all’estero conveniva pagare in contanti secondo il rapporto legale, mentre, per un operatore straniero era più conveniente pagare con una lettera di cambio, dove il rapporto con lo scudo era quello legale di 1 a 13.
Per concludere, gli operatori trovavano vantaggioso concludere i propri pagamenti all’estero in contanti, mentre gli stranieri avevano tutto l’interesse ad effettuarli nel Regno in cambiali.
Quindi, secondo il De Santis, era necessario emanare una “prammatica” che sancisse, il ribasso legale del cambio e il divieto a mercanti e banchieri di pagare o accettare effetti ad un saggio diverso da quello ufficiale.
Antonio Serra invece opponeva che le lettere di cambio erano delle promesse di pagamento e che, in quanto tali, potevano sostituire il pagamento in moneta solo temporaneamente e non in modo definitivo, come invece sosteneva il De Santis.
Aveva ragione quest’ultimo. La circolazione delle lettere di cambio (una sorta di moneta creditizia) assolvevano una funzione monetaria seppure per un tempo limitato.
Serra invece era contrario a questa tesi, seconda la quale la politica monetaria influisce sul funzionamento della produzione e dello scambio, motivo che gli meritò, tra gli altri, l’apprezzamento dell’illuminista Galiani, che arrivò a considerarlo il fondatore della moderna scienza economica.
Tutto torna! Già a quei tempi, si separava la moneta dagli altri fattori della produzione, cercando principalmente i motivi in aspetti quali: posizione geografica, quantità e qualità delle produzioni. Di conseguenza Serra non solo giustificava l’attività dei “banchi pubblici” ma attribuiva loro un merito in quanto consentiva il commercio anche in assenza di moneta. (Quindi se la sostituiva, era moneta).
Cosi, come si vede, già alla fine del Cinquecento Antonio De Santis denunciava che il mezzo per rarificare la moneta in un regno sono due: l’altezza del cambio e la chiusura del credito. La Napoli del 1599 ebbe la sopravvalutazione del cambio prima, la distruzione del credito poi. La conseguenza fu la manomissione delle sue industrie dagli stranieri e la degradazione per inazione della sua popolazione attiva. Ma non sono le stesse cose che succedono in Italia oggi?
Il De Santis si chiede perché le condizioni di Venezia siano opposte a quelle del Reame di Napoli, e afferma: «Venezia alla fine del Cinqueceto ha una moneta che vale poco, per cui compera molto più sul mercato internazionale. E una città che “fa grande spesa”. Apparentemente la moneta dovrebbe esservi scarsa ed invece è abbondante e la città è ricca». Risponde: «Perché, la ricchezza di Venezia deriva dal fatto che essa ha tre caratteristiche che concorrono alla sua perfezione: una quantità di laboratori e di mercature; un traffico grande; e una riserva monetaria grande nelle mani dei privati e della repubblica».
Perché? Perché « Il minor prezzo della sua moneta rende facile le vendite dei suoi prodotti e dei suoi servizi e quindi da movimento alle sue Industrie». « Il traffico grande aiuta e migliora gli artifizi (le imprese)! Quelle moltiplicandosi, la loro moltiplicazione aiuta la produzione e migliora il traffico, e cosi l’opera di chi governa se ne alimenta per le sue spese ed il suo tesoro». Risultati possibili « perché Venezia ha una speciale forma di governo, che sempre si può dire il medesimo ». Cioè ha una indipendenza, ha una sovranità propria, che la tutela nelle sue leggi. Non si fa affatto imporre dallo straniero ne leggi ne regole del gioco (cambi), il che non è mai stato in alcuna Signoria e Repubblica ».
Il Reame di Napoli era forse costituzionalmente povero? Tutt’altro! Dalla metà del settecento, un ramo dei Borboni si insediò in Napoli. Liberato dall’influenza straniera, il reame fu tra gli stati meglio amministrai d’Europa. Tanto che l’Inghilterra si oppose a tutti i tentativi di unificazione della penisola che partivano da Napoli, perché ne temeva lo sviluppo mercantile e marittimo.
Infatti la flotta del re di Napoli nell’ottocento turbava i sonni degli inglesi. Essi preferirono appoggiare nella costruzione di una Italia unita, una nazione meno progredita, meno ricca, meno colta, come era il Piemonte, povero e lontano dal mare e dai traffici. Meno temibile sul piano della concorrenza mercantile.
Ma questa è un’altra storia.