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martedì 2 agosto 2016

CAMBERRA FA A PEZZI IL SUO MINISTRO LABURISTA

ONU: Canberra affonda Rudd



ALTRENOTIZIE
di Mario Lombardo
Se l’ex primo ministro Laburista australiano, Kevin Rudd, vedrà andare in fumo i suoi sforzi per succedere a Ban Ki-moon come Segretario Generale delle Nazioni Unite sarà in buona parte proprio a causa del governo del suo stesso paese. Nonostante l’eventuale diversità di schieramento politico, la bocciatura di un candidato alla guida di un organismo internazionale da parte dei leader del proprio paese è piuttosto insolita, soprattutto alla luce del relativo prestigio che deriva dall’incarico. Se si considera il contesto strategico e la posizione internazionale dell’Australia, la vicenda di Kevin Rudd risulta tuttavia molto meno sorprendente.

L’ormai più che probabile naufragio della sua candidatura è stato decretato dal rifiuto di sostenerla in maniera ufficiale da parte del primo ministro conservatore australiano, Malcolm Turnbull. Quest’ultimo ha definito il due volte ex premier ed ex ministro degli Esteri Laburista “non qualificato” per occupare la carica di Segretario Generale dell’ONU, senza però spiegarne le ragioni, ufficialmente per non infliggere ulteriori dispiaceri allo stesso Rudd.

La decisione di Turnbull ha finito per accentuare polemiche e divisioni all’interno di una già fragile coalizione di governo, uscita dalle elezioni anticipate di inizio luglio con una risicatissima maggioranza in una sola delle due camere del parlamento australiano. All’interno anche del gabinetto le opinioni su Rudd sono infatti tutt’altro che uniformi. Il ministro degli Esteri, Julie Bishop, aveva anzi sponsorizzato il leader Laburista, la cui candidatura aveva essa stessa sottoposto all’intero gabinetto.

Kevin Rudd, da parte sua, non ha incassato passivamente la presa di posizione del governo, ma nei giorni scorsi ha reso pubbliche tre lettere che testimoniano come Turnbull avesse appoggiato verbalmente la sua candidatura a Segretario Generale almeno dal mese di novembre prima del clamoroso voltafaccia.

Discussioni sull’argomento sarebbero avvenute anche il 23 dicembre negli uffici del primo ministro a Sydney, dove quest’ultimo avrebbe comunicato a Rudd la necessità di ottenere dal governo l’appoggio alla sua candidatura. Ciò avrebbe dovuto essere però una semplice formalità, in modo da evitare l’impressione che si trattasse di una decisione unilaterale presa dal premier.

Turnbull ha smentito la versione di Rudd, ribattendo che, in tutti i loro faccia a faccia, all’ex primo ministro Laburista era stato comunicato che l’eventuale appoggio ufficiale alla sua candidatura sarebbe stato deciso all’interno del gabinetto. Malgrado le smentite, Rudd è riuscito a mettere in serio imbarazzo il premier e, come ha scritto lunedì il quotidiano australiano Sydney Morning Herald, ha “alimentato il sospetto che [Turnbull] sia stato esposto alle pressioni della destra del suo partito [Liberale] per respingere la candidatura”.

In effetti, svariati leader della coalizione “Liberale-Nazionale” avevano sparato a zero su Kevin Rudd, in particolare quelli vicini all’ex primo ministro Tony Abbott, deposto da Turnbull lo scorso settembre con un colpo di mano interno al partito. Anche membri autorevoli del governo si erano lasciati andare a dichiarazioni al limite dell’offensivo nei confronti di Rudd per evidenziarne le carenze caratteriali e i limiti nella capacità di gestire le attività connesse a un incarico così importante e delicato.

Il ministro del Bilancio, Scott Morrison, aveva ad esempio affermato di non potere nemmeno spiegare apertamente le ragioni per cui Rudd è da considerarsi inadatto a guidare le Nazioni Unite, mentre quello dell’Immigrazione, Peter Dutton, aveva definito l’ex premier una sorta di “megalomane” che farebbe impallidire “l’ego di Donald Trump”. Per l’ex ministro ed ex leader dei Liberali al Senato, Eric Abetz, Rudd sarebbe invece un “narcisista” con l’impulso a controllare maniacalmente ogni minimo dettaglio legato alle proprie mansioni.

D’altro canto, anche all’interno del “Labor” ci sono state prese di posizione contrarie a Rudd, pur prevalendo le critiche al governo per avere sacrificato gli interessi dell’Australia a calcoli politici di parte. L’opposizione e molti commentatori sui media ufficiali hanno inoltre puntato il dito contro un primo ministro e un esecutivo che, essendo finiti nella bufera per una questione apparentemente inoffensiva come la candidatura di un australiano alla carica di Segretario Generale dell’ONU, difficilmente sapranno affrontare le sfide ben più complesse che si prospettano per il paese.
Il siluramento di Kevin Rudd, a un’analisi superficiale, appare effettivamente difficile da spiegare. Due volte capo del governo, ministro degli Esteri e con una carriera diplomatica che gli ha permesso di sviluppare una profonda conoscenza soprattutto della Cina, il leader Laburista è da ritenersi a tutti gli effetti sufficientemente qualificato per l’incarico ora ricoperto da Ban Ki-moon, quanto meno per gli standard correnti.

A negargli la possibilità di correre alla successione del diplomatico sudcoreano non sono state perciò soltanto le divisioni all’interno della coalizione di governo, ingigantite dalla precaria posizione del gabinetto Turnbull dopo un’elezione finita non esattamente nel mondo auspicato dal primo ministro.

Le ragioni dell’insolita bocciatura di Rudd vanno ricercate anche e, probabilmente, soprattutto nelle sue posizioni sulla questione strategica più importante per l’Australia in questo frangente storico, vale a dire la rivalità tra Stati Uniti e Cina, nonché il conseguente posizionamento di Canberra tra il proprio principale alleato diplomatico-militare e il primo partner commerciale.

Le stesse reazioni opposte tra gli schieramenti politici in Australia all’affondamento di Rudd riflettono le divisioni esistenti nella classe dirigente di questo paese sull’atteggiamento da tenere nei confronti di Washington e Pechino, ovvero quale condotta strategica garantisca maggiori benefici agli interessi rappresentati dai partiti australiani e dalle varie fazioni al loro interno.

Rudd, ben lungi dal mettere in dubbio l’alleanza strategica tra USA e Australia, in questi anni ha nondimeno sostenuto pubblicamente posizioni che si scontrano con gli interessi e le strategie di Washington in Asia sud-orientale. Per l’ex primo ministro Laburista, cioè, le aggressive politiche di accerchiamento della Cina promosse dall’amministrazione Obama per contenerne l’espansione e subordinarne gli interessi a quelli americani, rischiano di provocare una guerra tra le due potenze a cui l’Australia non potrebbe ragionevolmente sottrarsi.

Per questa ragione, Rudd promuove da tempo un processo di distensione in Estremo oriente, all’interno del quale possano conciliarsi pacificamente gli interessi della Cina, degli Stati Uniti e dei rispettivi alleati. A questo scopo, qualche anno fa Rudd aveva lanciato l’idea di una Comunità dell’Asia e del Pacifico, una sorta di piattaforma all’insegna del multilateralismo che avrebbe dovuto includere i principali attori della regione, oltre ovviamente agli USA.

Proprio questo progetto e, più in generale, le sue posizioni sulle relazioni sino-americane gli erano costate il posto di primo ministro nel 2010, quando una fazione interna al “Labor” vicina a Washington lo aveva rimosso dall’incarico con un voto interno che avrebbe portato alla guida del partito e del governo la sua vice, Julia Gillard.

A sei anni di stanza da questi fatti e con l’inasprirsi dello scontro tra USA e Cina, è più che verosimile che gli stessi fattori abbiano contribuito a mettere fine alle aspirazioni di Kevin Rudd a diventare il prossimo Segretario Generale dell’ONU.

Significativo è poi il fatto che a stroncarlo sia stato il premier Turnbull, egli stesso fino a pochi mesi fa considerato decisamente più cauto nell’allinearsi alle esigenze strategiche di Washington rispetto a due dei suoi predecessori: Gillard e Abbott. L’attuale governo australiano ha in realtà continuato ad assecondare il processo di integrazione dell’Australia nei piani di guerra contro la Cina dell’amministrazione Obama, ma ha finora evitato di prendere posizioni provocatorie come la partecipazione ai pattugliamenti americani nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale rivendicate da Pechino.

La marcia indietro di Turnbull sulla candidatura di Kevin Rudd potrebbe allora essere stata suggerita proprio da Washington, forse in seguito alla recente sentenza di un tribunale internazionale che ha accolto in buona parte la causa intentata dalle Filippine contro la Cina sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

In un’intervista ampiamente riportata dalla stampa australiana e internazionale, Rudd aveva minimizzato gli effetti del verdetto, dichiarando di preferire una soluzione diplomatica della questione tra Cina e Filippine. Parallelamente, l’ex premier Laburista aveva in qualche modo giustificato la decisione di Pechino di ignorare la sentenza con il fatto che altri paesi, come Russia e Stati Uniti, si erano in passato comportati allo stesso modo in risposta a verdetti sfavorevoli.

La decisione del governo Turnbull di bocciare la candidatura di Rudd è arrivata infine poco dopo una visita in Australia del vice-presidente USA, Joe Biden, caratterizzata da toni marcatamente provocatori nei confronti della Cina. Il vice di Obama potrebbe evidentemente avere ribadito la disapprovazione del proprio governo nei confronti di Rudd nel corso delle discussioni con il primo ministro e il ministro degli Esteri Bishop.

Senza l’appoggio ufficiale del suo governo, le possibilità di Rudd di succedere a Ban Ki-moon sono dunque virtualmente svanite. Una parte del partito di Turnbull, tra cui Tony Abbott, ha finito per manifestare il proprio sostegno per l’ex primo ministro neozelandese, Helen Clark.

Della dozzina di candidati a Segretario Generale, quelli con le maggiori possibilità di successo, oltre alla Clark, sembrano essere in particolare l’ex primo ministro portoghese, António Guterres, e l’ex ministro degli Esteri della Croazia, Vesna Pusi?.

Il meccanismo di selezione prevede che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU valuti i candidati ufficiali, sui quali i cinque membri permanenti possono mettere il veto, e rimandi poi la decisione finale a un voto segreto dell’Assemblea Generale. Il mandato del nuovo Segretario Generale, della durata di cinque anni e rinnovabile, inizierà il primo gennaio del 2017.

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