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giovedì 11 agosto 2016

BLACKOUT IN GHANA

“Acceso e spento, spento e acceso”. È il “dumsor”, il blackout continuo che ha messo in ginocchio il Ghana

Dal 2012 la nazione è preda di una terribile crisi energetica
Credito: Marisa Schwartz Taylor

LA STAMPA 10/08/2016
La coda davanti a «Papaye» è lunga, come ogni altra appiccicosa sera nell’afa di Accra. Ma il posto sembra chiuso. Chi non c’è mai stato non capirebbe cosa ci faccia lì tutta quella gente. Persino il neon che pubblicizza la prima catena di ristoranti del Ghana - un chiaro simbolo dell’ascesa della classe media nel paese - è spento. Il personale prova e riprova ad accendere il generatore, e per un attimo un bagliore illumina due sale gigantesche, piene di clienti chini sui propri piatti di riso fritto e pollo. Qualche secondo, e poi tutto di nuovo ricade nell’ombra. 

Gli anziani in Ghana hanno un detto: non puoi perdere fiducia in Dio finchè fuori c’è luce. Negli ultimi anni del Ghana si è parlato come di una democrazia stabile e in lieve ma continua crescita economica: una success story nella letteratura sui paesi in via di sviluppo. Recentemente però, la piccola nazione dell’Africa occidentale ha mostrato un rallentamento tale da preoccupare il Fondo Monetario Internazionale. Il segnale più allarmante? 159 giorni di blackout elettrico. 

Dal 2012 infatti il Ghana si trova nel mezzo di una grave crisi energetica. I Ghanesi la chiamano dumsor, che letteralmente significa «acceso e spento, spento e acceso». Nei periodi peggiori, un giorno sì e uno no la corrente non viene erogata per ventiquattro ore di fila.  

L’intera Africa subsahariana produce meno energia della Corea del Sud. In confronto al resto del continente, il Ghana ha una delle percentuali più alte di penetrazione dell’elettricità. Ma la domanda è spesso troppo alta per essere soddisfatta. A volte è colpa delle fonti di energia: una delle principali, la centrale idroelettrica di Akosombo, è al minimo storico per una siccità attribuibile ai cambiamenti climatici nella regione. In più, con le continue interruzioni di corrente e o con la scarsezza di combustibile, tutti i generatori e i macchinari elettrici si rovinano.  

«Certe mattine arriviamo e manca la luce. Si sa che tornerà, ma non si sa quando. Quindi bisogna buttare via la carne, per evitare di essere denunciati al Dipartimento di Igiene per vendita di prodotti andati a male». Grace Ogrey è la proprietaria del cold store «Metwe Ma Jesus» al mercato di Asafo, e vende polli congelati. In un paese i cui i frigoriferi sono un lusso per ristoranti e imprese - per non parlare delle case private - i cold stores (letteralmente «negozi freddi» sono un pilastro della vita quotidiana. Ma di questi tempi la fila che c’era sempre davanti al «Metwe Ma Jesus» di Grace non si vede più. 

«Per colpa del dumsor abbiamo quasi dovuto chiudere i battenti». Kingsley Adjei Jeffrey, comproprietario della stamperia «Emmanuel Printz» scuote la testa, mentre riaccende per l’ennesima volta la stampante a mano. «Le stamperie che avevano generatori si sono prese tutto il lavoro, e questo ci ha messo molta pressione». 

Il Ghana sta cercando di diversificare le proprie fonti di energia e aumentare quelle rinnovabili, uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu. L’esempio più riuscito è la centrale fotovoltaica BXC, nella regione centrale: è l’impianto più grande oggi in funzione in Africa Occidentale, di proprietà di una compagnia cinese. 

La transizione verso il solare è cominciata lentamente. Su una scala più piccola, però, l’idea sembra avere attecchito in molti posti dove dumsor, nonostante gli ostacoli economici e tecnologici, ha spento tutto tranne che lo spirito di iniziativa. Come è successo alla scuola King’s College di Kumasi. «Siamo andati su Youtube e abbiamo visto come si faceva - spiega Idrissu Musah, un insegnante della scuola - poi siamo andati in città e abbiamo chiesto il prezzo dei pannelli». Durante dumsor gli oltre 2000 allievi del college non potevano studiare la sera, perché mancava la luce. Oggi invece, con i pannelli installati da Musah e i suoi colleghi, la scuola si procura almeno il 20% della propria energia dal solare, e spera di arrivare a quota 90% nei prossimi tre anni. Grazie a una fotocellula, l’inverter si attiva nel momento in cui salta la corrente, e nessuno si accorge di nulla. Le bollette sono ridotte ai minimi, e non ci sono più scuse per non fare i compiti. «Potrebbe arrivare il giorno in cui, anche durante un blackout, le scuole non avranno più problemi», dice Musah. 

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