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venerdì 19 agosto 2016

A CHE COSA SERVIRANNO LE STRUTTURE DI RIO 2016?

Se le strutture olimpiche non servono al domani

Dalle opere deludenti di Rio alcuni spunti per Roma 2024

Il Museo del Domani sul Porto de Maravilha di Rio è la principale architettura olimpica.

LA STAMPA 19/08/2016
Ricorderemo Casa Italia, a Rio de Janeiro, come uno dei padiglioni nazionali più belli delle ultime Olimpiadi. A strapiombo sulla scogliera che separa idealmente la spiaggia di Ipanema dal quartiere residenziale di Barra da Tijuca, è ospitata all’interno del Costa Brava Clube, storico progetto Anni 60 di Renato e Ricardo Menescal - simbolo di uno dei periodi d’oro della Cidade Maravilhosa. Lo scenario ricorda per molti versi la celebre Casa Malaparte di Capri, anch’essa arroccata sulla roccia. Vi si accede attraverso una passerella sospesa, per entrare in un grande parallelepipedo di pietra ingentilito da arredi italiani e dalla cucina di Davide Oldani: una fusione quasi perfetta di architettura e paesaggio.  

Come ricorderemo invece le Olimpiadi di Rio 2016, almeno dal punto di vista urbanistico? Proviamo a immaginare un ideale medagliere dell’architettura. I Giochi, come sappiamo, possono essere una grande opportunità di trasformazione e rilancio di una città, come nel caso ormai classico di Barcellona 1992. Ma si possono anche risolvere con lo sperpero di denaro pubblico o la costruzione di infrastrutture inutili: emblematico l’esempio di Atene 2004 e - almeno per quanto riguarda la situazione odierna degli impianti olimpici - di Torino 2006. 

Finora i pareri su Rio 2016 sono contrastanti. I costi per la realizzazione delle nuove strutture e per il restauro di quelle esistenti sono lievitati oltre le stime e hanno provocato forti proteste popolari – proprio mentre la nazione affondava in una nuova crisi politica ed economica. Neppure si può dire che il Parco Olimpico sia stato pensato in modo particolarmente innovativo: dopo la fine delle gare verrà trasformato in una delle tante enclave residenziali che punteggiano la costa sud di Rio attorno a Barra da Tijuca – una specie di Miami Beach latinoamericana. Qualche anno fa il sindaco Eduardo Paes aveva cercato di coinvolgere la progettista irachena Zaha Hadid, chiedendole di immaginare una serie di architetture completamente riciclabili, ma lei, interessata piuttosto ai suoi formalismi barocchi, aveva lasciato cadere l’idea nel nulla. Cosa è rimasto allora di quell’iniziale aspirazione alla sostenibilità? Solo alcune carpenterie metalliche che verranno riusate per costruire nuove scuole. Per il resto, le note di merito sono scarse: difficile anche arrivare soltanto a una medaglia di bronzo. 

Diverso il caso del centro città, fino a qualche mese fa tagliato dal mare da una sopraelevata a quattro corsie, simile a quella di Genova e di altre città italiane. La sua spettacolare demolizione con la dinamite, immortalata nei video postati in rete, ha riaperto il cuore di Rio, donando nuovi spazi pubblici agli abitanti carioca. La vasta piazza Mauá, circondata da musei e promenade, torna oggi a essere il baricentro non soltanto geografico ma anche ideale della metropoli: un condensatore urbano aperto a tutti i gruppi e le classi di una società ancora spesso divisa, come quella brasiliana. Per questo successo il Sindaco e il suo braccio destro per l’architettura, Washington Fajardo, meritano probabilmente una medaglia d’oro - possibile lasciapassare per futuri incarichi politici a livello federale. 

Di certo escluso dal nostro immaginario medagliere è invece il Museo del Domani di Santiago Calatrava, affacciato sull’acqua di fronte a piazza Mauá. I dinosauri bianchi dell’architetto spagnolo hanno francamente un po’ stancato. Dopo le polemiche per l’inaugurazione della stazione del World Trade Center a New York tutti si aspettavano un approccio più sobrio e attento alla realtà locale. Torna invece l’ennesima foto-cartolina che ignora il contesto - in questo caso, la favela di Morro da Providência a poca distanza - e ci consegna una scultura alla scala urbana, retaggio di sensazionalismi architettonici ormai obsoleti. 

Già parte integrante del sistema metropolitano sono invece il nuovo tunnel che sostituisce la defunta sopraelevata e la grande tramvia che attraversa il centro storico. Certo, non saranno questi interventi, da soli, a risolvere i problemi di mobilità di Rio: ma resteranno come importante eredità urbana delle Olimpiadi del 2016. Ed è forse questa la lezione più importante che portiamo a casa al rientro in Italia, proprio mentre Roma si prepara alla sfida finale con Parigi e Los Angeles per la candidatura 2024. La ricetta per i Giochi non può essere quella di fermarsi alle poche settimane di celebrità estiva o invernale. Ma piuttosto la capacità di sfruttare il breve intervallo di festa come leva con la quale ripensare la propria città sulla base di una visione di lungo periodo. Per fare in modo, insomma, che il dopo venga prima del gioco.  

*Architetto e docente al Massachusetts Institute of Technology  

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