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venerdì 22 luglio 2016

UNA ROCCIA FILIPPINA

DI PEPE ESCOBAR
counterpunch.org
La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, sostenuta dall’ONU, ha di base stabilito che non ci sono basi legali per i proclami della Cina riguardo il diritto storico su vaste regioni del Mar Cinese del Sud, compresa la “linea dei nove punti”.
Ecco in legalese: “Le rivendicazioni cinesi circa un diritto storico o qualche altro tipo di diritto di sovranità o giurisdizione, rispetto alle aree marittima del Mar Cinese del Sud comprese tra zona di rilevanza della “linea dei nove punti” sono contro la Convenzione e senza diritto legale poiché eccedono i limiti geografici e sostanziali dei possedimenti marittimi cinesi sottostanti alla Convenzione stessa”.
Nulla è bianco o nero in una situazione tanto complicata. Le Filippine erano sostenute da un team legale anglo-americano. La Cina “non aveva tramite o rappresentanti nominati”.


Pechino lamenta il fatto che tutta l’attenzione riguardo il Mar Cinese del Sud ruoti attorno ai conflitti di sovranità su isole/atolli/coste e relative zone marittime – su cui la corte non ha giurisdizione. Attribuire sovranità territoriale su zone marittime del Mar Cinese del Sud è fuori dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 circa la Legge del Mare (UNCLOS).
Pechino rispetta l’articolo 298 dell’UNCLOS – che esclude l’autodeterminazione dei confini marittimi. Questo, secondo il capo della missione cinese presso l’UE, Yang Yanyi, è un breve riassunto della posizione cinese. Infatti la corte non ha assegnato nessuna isola/atollo/costa ad alcuna nazione in disputa, si è limitata a sottolineare quali “zone” marittime possono – secondo la legge internazionale – generare diritti territoriali sul mare che le circonda.
Ciò che è scaturito all’Aia sicuramente non risolve il problema, come viene spiegato qui. Pechino ha detto chiaramente, ancor prima della dichiarazione, che avrebbe rigettato qualsiasi verdetto.
Ora si sta aggiustando il tiro: Pechino è disposta a trattare, sempre cha Manila non accetti il verdetto. Jay Batongbacal, dell’Università delle Filippine, va al punto della questione “Sostenere pubblicamente che il rigetto dell’arbitrato è una condizione per ristabilire le negoziazioni non lascia spazio alla possibilità di salvare la faccia a nessuna delle due parti”.
Salvare la faccia – in senso asiatico – è la regola del gioco. Il nuovo presidente delle Filippine Rodrigo Duterte – a.k.a. “il punitore”, dovuto ai trascorsi di sindaco giustizialista di Davao City – ha un programma, ovvero di migliorare le terribili infrastrutture del suo paese. Indovinate da dove arriverebbero i fondamentali investimenti.
Per cui il programma delle riforme punta sulla cooperazione economica, non sul confronto, con la Cina. Ha già dato – contraddittori – segnali del fatto che si recherà a Pechino per siglare un accordo. Senza dubbio, comunque, faticherà a convincere Pechino ad interrompere le costruzioni belliche nel Mar Cinese del Sud, così come ad interrompere l’imposizione di una Air Defense Identification Zone (ADIZ).
Potrebbe avere una possibilità proponendo una condivisione delle risorse naturali, ovvero gli inesplorati giacimenti di petrolio e gas naturale. Come al solito tutto ruota attorno all’energia nel Mar Cinese del Sud – molto più dei 4.5 trilioni di dollari di scambi commerciali che lo attraversano ogni anno, la “libertà di navigazione” è sempre stata assicurata per tutti. Per Pechino il Mar Cinese del Sud è una necessità dal punto di vista energetico, dato che costituirebbe, a lungo termine, un altro fattore fondamentale nel piano di fuga da Malacca per diversificare le fonti energetiche dal collo di bottiglia che potrebbe facilmente essere reso inaccessibile dalla Marina statunitense.
Attualmente, con la Marina statunitense che già invade e sorvola il Mar Cinese del Sud, la posta in palio non potrebbe essere più alta.
È … una roccia!
La maggioranza delle isole/rocce/scogli/coste/banchi di pesci rivendicati da Cina, Brunei, Malesia, Filippine, Vietnam e Taiwan nel Mar Cinese del Sud sono disabitati – alcuni di essi affiorano appena dal livello del mare. In totale fanno qualche decina di chilometri quadrati – ma sono sparsi su una immensa superficie di due milioni di chilometri quadrati di mare, tra cui la “linea dei nove punti” cinese, per la quale viene richiesta la sovranità sulla maggioranza degli arcipelaghi e delle acque limitrofe.
Per cui in questa situazione circa la domanda “chi ha diritto sulla sovranità di determinate isole nel Mar Cinese del Sud?” la decisione è stato un duro colpo per Pechino. Le rivendicazioni si sono sempre basate su testi storici, a partire dal quarto secolo avanti Cristo fino alle dinastie Tang E Qin. Durante il – breve – periodo della Repubblica Cinese, 291 isole, coste e banchi erano stati inseriti nella “linea dei nove punti” nel 1947.
Poi la “Cina rossa”, nel 1949, ha ereditato una rivendicazione della nemica Repubblica Cinese. Nel 1958, la Cina sotto Mao ha dichiarato di comprendere nelle proprie acque territoriali la “linea dei nove punti” – includendo le isole Spratly. Aggiungendo ironia storica, l’allora Primo Ministro del Vietnam, Pham Van Dong, si era accordato con il premier cinese Zhou Enlai.
Ora è tutto diverso. Nonostante Pechino e Taipei siano ancora d’accordo, la Cina ed il Vietnam sono avversari. L’Aia ha stabilito che “Non ci sono basi legali per cui la Cina possa avere rivendicazioni storiche sulle risorse incluse nella ‘linea dei nove punti’ “. Un problema ulteriore è che, legalmente parlando, Pechino non ha mai spiegato cosa si intenda parlando di “linea”.
L’Aia ha anche declassato quelle che erano definite come isole ad ammassi di rocce. Per cui non hanno territorialità. La maggior parte del Mar Cinese del Sud è considerato come acque internazionali.
Quindi, se si sta parlando di rocce, le loro acque territoriali si limitano a solo 12 miglia marittime e non possono avere lo status di Zona Economica Esclusiva (EEZ), con un raggio di 200 miglia navali.
Se le Spratlys non sono EEZ, ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro è che Filippine, Malesia, Brunei e Vietnam disegnino le proprie linee di EEZ dalle proprie isole maggiori o dalle linee costiere verso il Mar Cinese del Sud – reclamandone i relativi diritti.
La dichiarazione solleva questioni anche per le zone di Mischief e Subi – le due più grandi “formazioni” di terra nel Mar Cinese del Sud reclamate dalla Cina. Ora queste sono state degradate a “superfici da bassa marea” – emergono solo in determinate condizioni. Ciò significa che queste due basi di spicco nelle Spratlys non avrebbero mare territoriale, nessuna EEZ, nulla, ad eccezione di una zona di sicurezza di 500 metri attorno.
Ecco le rocce Spratlys
Poi c’è il caso straordinario di Taiping – la più grande “isola” delle Spratlys, con un’area di circa mezzo chilometro quadrato. Taiping è occupata dalla Repubblica Cinese, la quale come tutti sappiamo non è riconosciuta come nazione sovrana dall’ONU, dalla corte dell’Aia o da qualsiasi nazione del Sudest Asiatico per quanto possa contare.
Pechino non ha mai messo in dubbio le rivendicazioni di Taipei su Taiping, ma essendo Taiwan parte della Cina, anche non occupando Taiping fisicamente, Pechino avrebbe comunque il diritto di tracciare una EEZ.
Le Filippine, dal canto loro, opinano che Taiping non ha mai avuto occupazione civile o autosufficienza economica, essendo una mera guarnigione militare. L’Aia è d’accordo con la versione. Quindi anche Taiping è stata declassata allo status di “roccia”, quindi niente EEZ di 200 miglia, che arriverebbe molto vicina alla provincia filippina di Palawan.
In breve pare non ci siano “isole” rimaste tra le più di cento “rocce” delle Spratlys. Che sia arrivato il momento di chiamarle Rocce Spratlys?
Secondo la corte le Spratlys sono “impossibilitate a generare una zona marittima estesa --- [e] avendo scoperto che nessuna delle zone rivendicate dalla Cina è in grado di generare una EEZ, il tribunale ha rilevato di poter stabilire che – senza stabilire confini – determinate aree marittime facciano parte della zona economica esclusiva delle Filippine, poiché quelle aree non si sovrappongono ad alcuna possibile rivendicazione cinese”.
Ahia! Se ciò non bastasse, l’Aia ha anche condannato i progetti di rivendicazione cinese – tutti – e la costruzione di isole artificiali su sette “rocce” delle Spratlys, stabilendo che “avrebbero creato grave danno alla barriera corallina e avrebbero violato l’obbligo di preservare e proteggere gli ecosistemi deboli e l’habitat di specie in pericolo di estinzione”.
Dal 2012 tutte le isole Paracel sono sotto controllo cinese. Come le Spratlys, queste sono contese: il Vietnam ne occupa 21, le Filippine 9, la Cina 7 e la Malesia 5. La solfa però è sempre la stessa: la sovranità non può essere stabilita dalla legislazione internazionale, poiché queste sono al di fuori della giurisdizione dell’Aia.
Cosa succederà oltre alle infinite contrattazioni? Pechino e Manila dovranno sedersi ad un tavolo in modo che Pechino salvi la faccia: l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) dovrebbe farsi avanti come mediatore. Ciò non significa che la Cina smetterà di creare “prove sul mare” – come in molti casi nel Mar Cinese del Sud. Dopotutto ne hanno il potere (militare). Con o senza la “linea dei nove punti”. Che si tratti di isole, coste, “zone di bassa marea” o un pugno di rocce.
L’articolo è apparso per la prima volta su RT.
Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a pepeasia@yahoo.com.
13.07.2016
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l'autore della traduzione FA RANCO

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