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lunedì 18 luglio 2016

TRUMP VUOLE ORINE ... E DISCIPLINA!


La Convention della rabbia Trump: “Ora serve ordine”

Cleveland blindata per la kermesse repubblicana che si apre oggi. Il candidato attacca: gli agenti muoiono, colpa della scarsa leadership
AFP
Alla vigilia della convention sfida in piazza tra i sostenitori delle armi e pacifisti
Cleveland.

LA STAMPA 18/07/2016
INVIATO A CLEVELAND
Una cosa è certa: la violenza si sta impossessando degli Stati Uniti, come non accadeva dagli Anni Sessanta. «The Fire Next Time», aveva scritto James Baldwin nel 1963, e il fuoco stavolta è arrivato, che sia a sfondo razziale, terroristico, legato a milizie antigovernative e gang. Donald Trump lo imputa alla mancanza di leadership, prima ancora di conoscere le cause dell’ultima strage; i democratici alla sordità dei loro rivali repubblicani. 
I quali non hanno ascoltato il lamento dei discriminati, e hanno sbarrato con tutte le forze la strada ai tentativi di dialogo fatti dal primo presidente nero. La violenza così irrompe sulle Convention presidenziali dei due partiti, perché alla fine sarà la politica che dovrà fare i conti con le cause di questa estate insanguinata, e possibilmente trovare una risposta unitaria nel voto di novembre. 

LITE IN PIAZZA  
Cleveland era già in stato d’assedio perché il congresso dei repubblicani, che comincia oggi per incoronare candidato Donald Trump, era visto come l’occasione perfetta per chiunque volesse fare guai: terroristi domestici e stranieri, manifestanti di ogni genere, estremisti mossi dal risentimento razziale, persino bikers arrabbiati. In più, sullo sfondo del dibattito infuocato riguardo la diffusione delle armi, l’Ohio è uno stato che permette di portarle in pubblico. Così, mentre gli spari uccidevano i poliziotti di Baton Rouge, Steve Thacker, un uomo di 57 anni di Westlake, si è presentato nella Public Square di Cleveland con un fucile AR-15 a tracolla: «Io - ha detto - non rappresento una minaccia per nessuno. Sono un cittadino americano. Non sono mai finito nei guai per alcuna ragione. Questo è il mio momento di venire allo scoperto e offrire i miei due centesimi». 

Steve Loomis, presidente del sindacato dei poliziotti Cleveland Police Patrolmen’s Association, aveva già anticipato questi rischi così: «Abbiamo mandato una lettera al governatore dell’Ohio Kasich, chiedendo assistenza. Può emettere un ordine esecutivo. Non ci importa se è costituzionale o no. Potranno litigare a riguardo dopo la Convention, ma ora voglio che vieti assolutamente il porto di armi nella contea di Cuyahoga, finché il congresso non sarà finito». Kasich ha risposto con una frase: «Il governatore dell’Ohio non ha questo potere». Loomis però ha aggiunto un’altra dichiarazione, che ha subito politicizzato la strage di Baton Rouge: «Il presidente Obama ha il sangue nelle mani», perché ha criticato le violenze dei poliziotti contro i neri.  

Ieri, in realtà, il capo della Casa Bianca ha condannato l’aggressione: «Non c’è giustificazione per la violenza contro le forze dell’ordine. Nessuna. Questi attacchi sono opera di codardi che non parlano per nessuno. Non correggono alcun torto». Anche DeRay Mckesson, uno dei leader di Black Lives Matter arrestato nei giorni scorsi proprio a Baton Rouge, ha scelto un tono simile. 

Troppo tardi, secondo Trump, che invece ha tweettato: «Siamo in lutto per i poliziotti uccisi a Baton Rouge oggi. Quanti uomini delle forze dell’ordine devono morire, a causa della mancanza di leadership nel nostro paese? Domandiamo legge e ordine». Obama non gli ha risposto, ma per lui lo ha fatto il suo ex guru elettorale David Axelrod: «Senza perdere tempo, Trump chiede legge e ordine. Qualcuno ha studiato Nixon e il 1968». Nixon e il ’68, cioè lo spettro di una violenza che aveva sconvolto gli Stati Uniti. Siamo arrivati a tanto?  

In queste situazione di emergenza la politica dovrebbe cercare risposte responsabili, e invece si divide ancora di più, perché siamo in un anno elettorale. Trump, che ha invitato pochi neri a Cleveland e prende voti dai bianchi arrabbiati, si schiera con i poliziotti contro Obama. Martedì 26 i democratici, nella seconda giornata della loro Convention a Philadelphia, ospiteranno sul palco le Mothers of the Movement, mamme di afro americani vittime di violenze: Gwen Carr madre di Eric Garner, Sybrina Fulton madre di Trayvon Martin, Lezley McSpadden madre di Michael Brown, Geneva Reed Veal madre di Sandra Bland. Perché credono che siano vittime di abusi, ma anche perché sono una parte fondamentale della coalizione che dovrà spingere Hillary alla Casa Bianca. 

Qualche giorno fa il filosofo Michael Walzer ci ha detto che negli Usa è in corso una trasformazione demografica epocale: le minoranze, nera e ispanica, stanno diventando maggioranza, e l’attrito con i bianchi perdenti è esplosivo. Se ha ragione, e la politica non diventerà più responsabile, il fuoco continuerà a lungo. 

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