Ogni ettaro di suolo cementificato ci costa dai 36mila ai 55mila euro all’anno. In tutto, se si considera che oggi risulta ormai occupato da condomini, strade, capannoni e centri commerciali il 7 per cento del territorio italiano, pari a 21.100 chilometri quadrati (2,1 milioni di ettari), il prezzo che paghiamo ogni anno è altissimo: almeno 538 milioni di euro, anche se i calcoli meno ottimisti arrivano a 825 milioni. A quantificarlo è stata l’Ispra, che ha appena presentato il suo nuovo rapporto sul consumo di suolo e avverte: “Si tratta con tutta evidenza di una sottostima, a causa sia del fatto che non sono stati presi in esame tutti i servizi ecosistemici, sia per non avere considerato tutte le tipologie d’impatto legate comunque al tema dei servizi ecosistemici stessi”. Un’espressione un po’ da addetti ai lavori per indicare gli innumerevoli benefici connessi ad avere un campo al posto di un parcheggio: dalla produzione agricola e l’impollinazione alla protezione della biodiversità, dalla naturale depurazione delle acque compiuta dalle piante e dallo stesso suolo permeabile alla capacità delle aree verdi di regolare il microclima dei territori, combattendo il fenomeno delle isole di calore urbane dovuto all’accumulo di calore superficiale. Fino all’assorbimento della CO2 alla protezione dei suoli dall’erosione.
Una tassa nascosta che è destinata ad aumentare ancora e che paghiamo tutti, indistintamente. L’Ispra calcola infatti che le conseguenze del consumo di suolo possano estendersi almeno da 60 fino a 200 metri di distanza dalla zona cementificata. “Oltre la metà del territorio nazionale ha una copertura artificiale entro 100 metri di distanza, mentre i tre quarti della superficie ricadono entro 200 metri da suolo consumato. Aumentando la distanza di impatto a 1.000 metri, si arriverebbe a coprire la quasi totalità del territorio nazionale (98%, con picchi del 99,9% in Liguria e Toscana)”.
4 metri quadrati persi ogni secondo
Il ritmo della grande avanzata di condomini, centri commerciali, capannoni, strade e parcheggi, è in media rallentato, ma la corsa continua: “Tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 250 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, circa 35 ettari al giorno. Una velocità di trasformazionedi circa 4 metri quadrati di suolo che, nell’ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo. Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo degli anni 2000, il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo) si è consolidato, quindi, negli ultimi due anni”, si legge nello studio Ispra.
Oggi le regioni con più suolo inesorabilmente occupato dal cemento sono Lombardia, Veneto e Campania, con valori compresi tra il 13 e l’11 per cento di terreno impermeabilizzato, ma negli ultimi anni la colata grigia è diventata sempre più veloce soprattutto nel Nord Ovest dell’Italia. Se infatti tra il 2008 e il 2015 la superficie consumata è aumentata altrove solo di pochi zero virgola, nelle regioni nordoccidentali la crescita ha sfiorato l’1 per cento. Un quinto del territorio “sigillato”, pari a quasi 5 mila chilometri quadrati, si concentra nelle aree metropolitane, ma a preoccupare ancora di più, nella geografia del consumo di suolo, sono quei puntini rossi che hanno iniziato ad affollarsi negli ultimi anni nelle aree meno cementificate. Nelle province di Bolzano e Aosta, sull’Appennino centrale, in Basilicata, nel Sud e nel Nord Ovest della Sardegna.
Là dove c’era l’erba
Così, finisce che in certi comuni medio-piccoli il cemento si sia mangiato più della metà del territorio, con casi limite in cui gli spazi verdi sono ridotti a pochi frammenti risparmiati quasi per sbaglio. Dei dieci comuni con la maggiore percentuale di suolo consumato, spiega il rapporto Ispra, otto sono nel Napoletano. Il record spetta alla cittadina di Casavatore, meno di 19mila abitanti, con quasi il 90 per cento di suolo sigillato. Un male che però non è solo campano, ma affligge anche il verde Trentino: “Citazione a parte merita il comune di Fiera di Primiero, che è stato il secondo comune più piccolo d’Italia (15 ettari complessivi) fino all’accorpamento in Primiero San Martino di Castrozza del 1° gennaio 2016 e che, nel 2015, sfiorava l’80 per cento di suolo consumato”. E poi ci sono Lissone, nella provincia di Monza Brianza, con oltre il 71 per cento del terreno ormai occupato da costruzioni e infrastrutture, e Lallio, nel Bergamasco, dove la colata si è presa in silenzio più del 63 per cento del territorio.
Nei piccoli centri la corsa accelera
La corsa a posare un nuovo mattone, gettare nuove fondamenta, posare un nuovo cavalcavia è rallentata a livello nazionale, ma non mancano le eccezioni anche nei piccoli centri lontani dalla città. “La crescita del suolo consumato tra il 2012 e il 2015 supera il 70 per cento nel piccolo comune di San Floro (Catanzaro), che ha il valore più elevato in Italia, a causa, in particolare, di un’ampia zona agricola che è stata destinata a impianti fotovoltaici, e di una nuova area estrattiva. In provincia di Milano, il comune di Vizzolo Predabissi ha avuto, nello stesso periodo, un incremento di oltre il 35 per cento, prevalentemente a causa della realizzazione della Tangenziale Est Esterna di Milano”. Se si osservano i dati a livello provinciale, si scopre che gli incrementi maggiori negli ultimi tempi si sono avuti proprio in aree ancora relativamente verdi come Matera e Viterbo, dove in soli tre anni il territorio cementificato è aumentato rispettivamente del 2,5 e dell’1,5 per cento. E poi ci sono le grandi aree metropolitane, dove si continua a mangiare territorio: “Rispetto al 2012, la copertura artificiale nelle province di Milano e Roma è cresciuta di oltre 500 ettari. Treviso, Bari, Foggia e Perugia hanno avuto un incremento compreso tra i 300 e i 500 ettari”.