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mercoledì 13 luglio 2016

PER NON DIMENTICARE GALILEO

Il processo dimenticato di Galileo

A differenza di altri scienziati del suo tempo non ebbe un atteggiamento di sostegno e adesione all'astrologia

Giovanni Boaga
mercoledì 13 luglio 2016 09:43
CRONACHE LAICHE


«Non senza invidia sento il suo ritorno a Padova, dove consumai li diciotto anni migliori di tutta la mia età». Così scriveva Galileo Galilei al filosofo Fortunio Liceti nell'estate del 1640 da Arcetri, luogo dove era stato esiliato dopo la conclusione del ben noto processo. E nelle sue parole non possiamo non leggere, oltre alla nostalgia per un periodo di grandi scoperte, un certo rammarico per l'abbandono di un ambiente culturale e politico che sicuramente l'avrebbe messo al riparo dagli attacchi dell'Inquisizione, consentendogli di vivere gli ultimi anni della propria vita da uomo libero. Attacchi ben precedenti l'inizio del "caso Galileo" e risalenti addirittura al 1604, anno in cui l'Inquisitore di Padova aprì un procedimento giudiziario contro due professori della locale università. Uno di essi era proprio Galileo Galilei «imputato d'aver insegnato che gli astri avevano forza di necessitare le azioni umane» e, secondo la testimonianza di uno scrivano assunto da Galileo per ricopiare i suoi trattati, estensore di temi astrali e pronostici. Un vero astrologo.

"Il tempo dei maghi", così lo storico della scienza Paolo Rossi definisce gli anni a cavallo tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, ed è in questo "tempo" che si svolge la vita di Galileo. Sono anni in cui l'Uomo impara a guardare con altri occhi l'universo, ma sono anche anni di un rinnovato interesse per l'astrologia che occupava tradizionalmente un posto centrale e di grande prestigio nella cultura europea. Certo può apparire un po' strano che il protagonista della rivoluzione culturale seicentesca potesse essere accusato di dedicarsi a temi di nascita e previsioni.

Oltretutto proprio nel 1604, anno in cui Galileo fu coinvolto nella polemica sulla natura dell'apparizione di una stella nova nella costellazione di Ofiuco, che astrologi e filosofi aristotelici non potevano ammettere fosse un oggetto posto a grandissima distanza dalla Terra, come sosteneva Galileo, mettendo così in crisi la concezione aristotelico-tolemaica dell'universo. Era inconcepibile che un nuovo fenomeno di questa portata potesse apparire nella perfetta e immutabile sfera delle stelle fisse: doveva trattarsi senz'altro di qualcosa che apparteneva al mondo sublunare, corruttibile e imperfetto. Quello strano fenomeno, che rimase visibile ad occhio nudo per circa un anno, oggi sappiamo fu l'esplosione di una supernova nella nostra galassia, fenomeno raro che da allora non si è più ripetuto. Galileo difese con forza e satira pungente le sue ragioni e i suoi interventi ci forniscono non solo un esempio di rigore scientifico ma anche la prova del suo scetticismo nei confronti dell'astrologia. E allora? L'Inquisitore padovano aveva torto?

Nel 1592 Galileo si trasferì a Padova per ricoprire la cattedra di matematica e non era una cosa insolita per l'epoca che un matematico sapesse fare temi di nascita e stilasse oroscopi, se è vero che nella seconda metà del Cinquecento in alcune università italiane il lettore di matematica (chiamato indifferentemente matematico o astrologo) aveva l'obbligo di realizzare gratuitamente l'oroscopo ai suoi allievi. Una consuetudine, quella di occuparsi di astrologia, alla quale Galileo si uniformò, visto anche l'interesse che la medicina cinquecentesca riservava all'arte di fare i pronostici. Lo studio della matematica per un medico dell'epoca significava l'acquisizione di competenze indispensabili per la realizzazione di oroscopi ai futuri clienti, utili per meglio diagnosticare le malattie. Nella convinzione che il corpo umano riflettesse la struttura dell'universo, l'uso sapiente degli astri poteva indicare il momento e il punto esatto dove eseguire un salasso e portare al successo un intervento medico. Inoltre, secondo la teoria dei miasmi, anche le pestilenze potevano essere ricondotte a influssi astrali che, variando umidità e calore, favorivano la "putrefazione dell'aria".

Nonostante la pratica dell'astrologia fosse piuttosto diffusa, la posizione della Chiesa di Roma in merito era piuttosto chiara: condanna senza appello, specialmente per la cosiddetta astrologia giudiziaria che, considerando le vicende umane determinate dagli astri, sottraeva all'Uomo l'autonomia morale. Senza libero arbitrio non ha senso parlare di colpe né tanto meno di redenzione. Ma l'Inquisizione, pur mantenendo alta la guardia, interveniva di rado, consentendo alla maggior parte degli astrologi di continuare indisturbati la propria attività e facendo sentire la propria voce solo nel caso fossero coinvolti personaggi importanti o questioni politiche rilevanti.

Una popolarità, quella dell'astrologia, diffusa anche tra gli alti prelati della Chiesa e che coinvolse anche il vertice della gerarchia ecclesiastica. Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, fu piuttosto sensibile all'idea di poter prevedere il futuro attraverso le arti astrologiche. Dalla personalità cinica e vanitosa, tanto da risultare il primo papa a voler far erigere un monumento dedicato a sé stesso quando era ancora vivente, papa Urbano VIII fu tra quelli che incarnò al meglio il potere temporale della chiesa, arrivando a realizzare cannoni per Castel Sant'Angelo utilizzando i bronzi del soffitto del Pantheon. Non a caso sulla statua di Pasquino comparve l'epigramma Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini, a sottolineare la disinvoltura con cui si muoveva il pontefice.

Quando nel 1630 cominciarono a girare voci insistenti, frutto di intrighi politici dei suoi avversari, dell'esistenza di oroscopi che preannunciavano disgrazie per il pontefice fino a prevederne la morte in tempi brevi, in papa ne fu preoccupatissimo. Da tempo consultava regolarmente il filosofo Tommaso Campanella che era stato trasferito nel 1626, dopo una lunga detenzione nelle carceri di Napoli, nelle prigioni del Sant'Uffizio di Roma. Proprio da lui Urbano VIII ebbe alcuni preziosi consigli per mettersi al riparo dalle imminenti sventure provocate da condizioni astrali avverse, soprattutto le due eclissi di Luna del 1628 e di Sole del 1630. Nel settimo capitolo degli Astrologicorum libri VI, dal titolo eloquente De siderali fato vitando (come evitare il fato astrale), il filosofo calabrese consigliava al papa di rinchiudersi, durante le eclissi, in una stanza, di bruciare aromi e di accendere lumi (sette, uno per ogni astro del cielo), mettendosi così al riparo dagli influssi astrali negativi. Pratiche magiche che sicuramente Urbano VIII tenne in grande considerazione, nonostante la sua posizione ufficiale fosse quella di condanna di questo tipo di superstizioni e il nonostante risentimento per la notizia della pubblicazione dell'opera in Francia senza che l'autore ne sapesse nulla.

Galilei arrivò a Padova l'anno successivo a quello in cui i contrasti tra la locale università e la scuola dei gesuiti avevano raggiunto l'apice, portando addirittura a scontri violenti tra gli studenti. I gesuiti non sopportavano che allo Studio padovano venissero ammessi anche giovani protestanti che non avevano fatto professione di fede cattolica. Quello stesso anno i professori dell'università riuscirono ad ottenere la chiusura delle scuole della Compagnia di Gesù a Padova e i tentativi di mediazione fatti negli anni successivi non migliorarono molto i rapporti tra l'università e l'ordine religioso. Fu proprio un frate gesuita che, durante l'omelia del mercoledì delle Ceneri del 1604, si scagliò contro chi diffondeva idee eretiche in città, soprattutto all'interno dell'università: ogni buon cattolico avrebbe dovuto denunciare persone di tale risma. L'invito fu raccolto e alla denuncia dello scrivano, che accusava Galilei anche di non recarsi in chiesa e di non confessarsi, fece seguito un procedimento che coinvolse il Podestà e il Capitano, rettori della città di Padova. Essi chiesero a padre Lippi, sostituto dell'inquisitore ufficiale, di bloccare l'inchiesta a Padova e non coinvolgere il Sant'Uffizio di Roma. Padre Lippi, interessato all'astronomia ed estimatore di Galileo, acconsentì e il procedimento si svolse interamente in ambito veneziano. A meno di un mese dall'inizio dell'inchiesta il Doge prese visione dei documenti raccolti e diede disposizione ai rettori della città di non procedere oltre, essendosi rivelate, quelle a Galileo, accuse «leggerissime».

Galileo non ebbe nei confronti dell'astrologia un atteggiamento di sostegno e fiducia, come invece altri matematici e astronomi della sua epoca, Keplero un esempio su tutti. La sua scienza non ci appare come l'intreccio di astronomia e astrologia e la quantità di documenti galileiani dedicati a questa pratica è veramente limitatissimo. La sua stessa biblioteca ne è testimonianza: i quattordici volumi classificati come "Astrologia e filosofia occulta" scompaiono di fronte alle centinaia di volumi che, ad esempio, Newton raccolse e che trattano di argomenti esoterici. Sembrano più una piccola dotazione utile per la compilazione di oroscopi che la raccolta di testi di uno studioso interessato all'argomento. E non fu neanche un atteggiamento costante durante tutta la sua vita riguardando soprattutto il periodo padovano. Nel corso degli anni successivi cercò di prendere sempre più le distanze dagli astrologi e in uno scambio epistolare con Tommaso Campanella emerge tutto il suo crescente scetticismo

Si adeguò a una consuetudine diffusa e remunerativa. Vista la sua continua necessità di denaro questo aspetto non sembra essere trascurabile. La posizione di professore di matematica era, nell'università dell'epoca, meno prestigiosa di quella di professore di filosofia e lo stipendio di gran lunga inferiore. Inoltre una certa predilezione per la vita agiata e la grande generosità nei confronti della sua famiglia d'origine richiedevano una considerevole quantità di denaro. Così, accanto alle lezioni private a studenti a cui vendeva anche testi e strumenti, non stupisce che abbia saltuariamente accettato di buon grado di stendere qualche oroscopo, molto ben retribuito.

Per fare solo qualche esempio nei Ricordi autografi, il registro contabile che Galileo tenne durante il suo soggiorno padovano dal 1599 al 1610, troviamo annotati gli onorari per la stesura di oroscopi ammontanti , normalmente, a 60 lire venete. Ma troviamo anche notizie di lavori più impegnativi, con adeguamento delle tariffe: 70 lire ricevute dal sig. Lerbach e la bellezza di 116,12 lire versate dal sig. Sweinitz, sempre per sortem. Cifre considerevoli se consideriamo che in quegli anni la paga giornaliera di un manovale ammontava a circa una lira.

Tra gli oroscopi galileiani che ci sono pervenuti, raccolti nella sezione dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze dal titolo Astrologica Nonnulla, emergono alcune curiosità. Innanzitutto quello stilato per una persona nata nel 1505. Dato che fu realizzato nei primi anni del secolo successivo, è difficile che si trattasse di una persona ancora vivente. L'ipotesi più accreditata è che Galileo abbia tentato, in quel caso, di fare un esperimento di astrologia retrospettiva, confrontando le previsioni fatte al momento della nascita con la vita effettivamente vissuta, di cui probabilmente conosceva molti dettagli. Aspetti curiosi si osservano anche negli oroscopi fatti a sé stesso. In quelli sicuramente attribuiti a Galileo appaiono diverse date e ore di nascita: si passa dal 15 al 16 febbraio e dalle 22,30 alle 3,30 post meridiem. Queste ambiguità hanno fatto nascere una discussione sulle effettive data e ora di nascita dello scienziato pisano. Bisogna sottolineare, però, che questi come altri oroscopi, risentono delle difficoltà nella determinazione del momento esatto della nascita, sia per l'imprecisione dei sistemi di misurazione sia per la loro mancanza di uniformità. Tra Firenze e Roma c'era la differenza di un anno, alcune città adottavano le cosiddette "ore francesi", facendo iniziare la giornata nuova a mezzogiorno, mentre altre quelle "italiane" che computavano il nuovo giorno al tramonto. Inoltre dal 1582 era stato introdotto il calendario gregoriano che era stato adottato subito dalle nazioni cattoliche ma con grande ritardo da quelle protestanti: l'Inghilterra, addirittura, si adeguerà solamente alla metà del XVIII secolo, continuando, però, nella tradizione di far iniziare l'anno il 25 marzo. Stesso giorno del capodanno dell'antico calendario fiorentino che anche la cattolica Toscana mantenne fino al 1750.

Probabilmente imprecisioni di questo genere dovettero indurre Galileo a compilare oroscopi a sé stesso considerando momenti di nascita differenti. Sicuramente contraffatto è invece un altro oroscopo a Galileo che ritroviamo nella raccolta dei suo scritti sull'argomento. La data di nascita è il 18 di febbraio e appare corretta, in modo piuttosto evidente da un precedente 15 febbraio, dall'allievo Vincenzo Viviani con chiaro intento celebrativo: far coincidere la data di nascita del maestro con quella di morte di Michelangelo Buonarroti.

Molta cura dedicò, com'era ovvio, ai temi natali delle due figlie Virginia e Livia. Cura e precisione, visto che secondo gli storici effettuò i calcoli subito dopo la loro nascita. Questi oroscopi sono molto ricchi e comprendono, oltre al grafico natale e ai calcoli, dei veri e propri ritratti psicologici. Soprattutto la previsione di come si sarebbero evoluti i costumi e le abitudini delle figliole. Ma nonostante tanta cura e precisione i risultati non avrebbero dato molta soddisfazione al papà-astrologo. Virginia, che venne descritta come dal contegno severo e velenoso, dalla personalità solitaria e gelosa, si rivelò persona dolce e serena che accettò la vita in convento scelta dal padre, scoprendo la vocazione religiosa. Suor Maria Celeste, questo il nome preso dopo i voti, fu sempre vicina al padre con affetto, essendo per lui di grande conforto. Livia, al contrario, descritta dalla previsione astrologica come docile, razionale e prudente, manifestò ben presto una personalità problematica. Anch'essa condotta a prendere i voti e a trasformare il suo nome in suor Arcangela, non accettò mai la sua condizione monacale, maturando un carattere molto difficile e introverso.

Non meno accurato, dobbiamo supporre, fu il lavoro di calcoli per stilare l'oroscopo del granduca di Toscana Ferdinando I. L'8 gennaio 1609, tramite lettera, la granduchessa Cristina di Lorena chiedeva a Galileo l'intervento in qualità di astrologo. La richiesta era di calcolare due oroscopi relativi a due date, 19 luglio 1548 e 30 luglio 1549 in quanto non era sicuro quale delle due fosse quella giusta. Il lavoro, piuttosto faticoso, durò una settimana e il risultato fu che «confrontando li accidenti decorsi con l'uno et l'altro tema, mi par assai più conforme alle regole credere che S.A.S. nascesse li 30 di Luglio del 1549». Il granduca, nella previsione più attendibile, avrebbe potuto godere di un periodo positivo, avendo calcolato che gli anni critici e pericolosi, detti climaterici secondo la medicina antica e che concludevano i cicli in cui era suddivisa la vita dell'uomo, erano da considerarsi spostati più lontani nel tempo. Il granduca morì un mese dopo l'invio della lettera di Cristina di Lorena, il 7 febbraio 1609.

Quello che sorprende di questi insuccessi clamorosi di Galileo come astrologo è la mancanza di furbizia tipica degli astrologi del suo tempo e di quelli di oggi. Pur essendo piuttosto scaltro da un punto di vista commerciale, non adottò alcuna precauzione che lo mettesse al riparo dagli errori e, quindi, dalle lamentele dei clienti (soprattutto di quelli reali). Allora, come oggi, le vere armi degli astrologi non sono, ovviamente, calcoli ed effemeridi ma le "antenne" per capire quali sono le difficoltà, le angosce, le necessità, in una parola i punti deboli di chi hanno di fronte e muoversi di conseguenza. Galileo appare più attento agli aspetti formali dell'astrologia più che a quelli psicologici, scoprendo, probabilmente, che più che di calcoli avrebbe dovuto armarsi di buon senso e intuizione da mescolare con la dovuta ambiguità per fornire un prodotto soddisfacente per il cliente di turno. Un'attenzione all'aspetto logico-matematico che almeno inizialmente interessò Galileo, anche influenzato dal Tetrabiblos, l'opera astrologica di Tolomeo che probabilmente avvicinò Galileo alla materia.

Oggi che lo sviluppo scientifico fa apparire l'astrologia in tutta la sua inconsistenza, non c'è quotidiano (salvo pochissime eccezioni) che non pubblichi previsioni astrologiche e molte televisioni, soprattutto in prossimità del nuovo anno, riempiono i loro palinsesti con trasmissioni dedicate all'astrologia. Non è una novità, come non sono nuove le condizioni in cui versa la ricerca scientifica in Italia (Salviamo la ricerca italiana). E visto che chi governa questo paese non riesce a rendere il sistema ricerca competitivo e adeguato alle sfide della nostra società, non sembra sbagliato consigliare ai ricercatori che sono costretti a fare le valige per andare a lavorare all'estero o non trovano altra soluzione che salire sui tetti per manifestare al mondo la loro protesta, di procurasi qualche libro giusto e intraprendere la professione di astrologo, sicuramente più redditizia e socialmente riconosciuta di quella di biologo, fisico o matematico. In fondo. lo ha fatto pure Galileo.

Giovanni Boaga

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