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martedì 12 luglio 2016

PER L'AJA QUELLE ISOLE SON FILIPPINE E NON CINESI

Sui confini del Mar cinese meridionale il Tribunale dell’Aja dà ragione alle Filippine, ma la Cina non riconosce la decisione

Pechino e Manila sono in lite per un tratto di oceano che interessa anche Malesia, Brunei e Vietnam

LA STAMPA 12/07/2016
«Il tribunale che ha gestito l’arbitrato sul Mar cinese meridionale unilateralmente iniziato dal precedente governo filippino ha emanato la sua sentenza finale oggi. Un coro internazionale [di voci asserisce] che la giuria non ha giurisdizione e la sua decisione è naturalmente nulla». La reazione cinese all’arbitrato del tribunale dell’Aja in favore del ricorso filippino era prevedibile. I media cinesi non lo nominano nemmeno. In un documento di undici pagine «il Tribunale conclude che, come tra le Filippine e la Cina, non ci sono le basi legale per la Cina di rivendicare storicamente diritti e risorse sulle acque circoscritte dalla “linea a nove tratti” al di fuori di quelli definiti dalla Convenzione [Onu sulla giurisprudenza sul Mare (Unclos)]». 

Tutto corre su una linea a nove tratti disegnata su una mappa del 1947 attraverso la quale Pechino rivendica il 90 per cento delle acque del Mar cinese meridionale. Una linea che si allontana oltre duemila chilometri dalle coste cinesi e che passa invece molto vicino a quelle di Filippine, Malesia, Brunei e Vietnam. Una linea tracciata prima della presa del potere del Partito comunista e per questo rivendicata anche da Taiwan.  

Nel rifiuto cinese a riconoscere la decisione dell’Aja vanno sottolineate alcune parole. Intanto si pone l’accento sul fatto che l’arbitrato è stato richiesto «dal precedente governo filippino» asserendo implicitamente che è con il nuovo governo che bisognerà trovare un accordo. E la posizione dell’appena insediato presidente Rodrigo Duterte è nota. «La situazione è a nostro favore, riprendiamo i colloqui» ha dichiarato in un recente discorso alle forze armate «non siamo preparati per una guerra». 

Il «coro internazionale» di dissenso è stato preparato ad hoc negli ultimi mesi.Pechino ha asserito che più di 40 paesi appoggiano la sua posizione sul Mar cinese meridionale, mettendo di fatto in discussione la Convenzione Onu sulla giurisprudenza sul Mare (Unclos) che garantantisce che le acque fino a 12 miglia nautiche (circa 20 km) dalla costa siano considerate territoriali dello stato più vicino e una sua cosiddetta «zona economica esclusiva» fino a 200 miglia (370 km) dove lo stato di riferimento dovrebbe essere libero di pescare, costruire e sfruttare le risorse dei fondali. 

«La giuria non ha giurisdizione e la sua decisione è naturalmente nulla» si legge. E anche qui il terreno è stato preparato con cura. Poiché la Repubblica popolare si è rifiutata di partecipare all’arbitrato sin dall’inizio quest’ultimo è stato «unilateralmente iniziato» e dei cinque giudici che hanno composto la giuria, quattro sono stati scelti dal giapponese Shunji Yanai che è stato etichettato come «destrorso» dai media di stato e uno dalle Filippine. 

Il punto è che quest’arbitrato non si esprime solo sul contenzioso tra Filippine e Cina, ma mette in discussione la base su cui Pechino rivendica la sovranità su oltre due milioni di chilometri quadrati di mare e apre la strada a rivendicazioni simili da parte di Malesia, Brunei e Vietnam (e Giappone nel Mar cinese orientale). Il Mar cinese meridionale è di fatto il “terreno” su cui si sta scatenando il Grande Gioco del Ventunesimo secolo. Di qui passa un traffico di merci del valore annuale di 5mila miliardi di dollari. Inoltre controllare queste acque significa avere un corridoio di accesso ad oriente verso il Pacifico e a occidente verso l’Oceano indiano e, quindi, l’Europa. Di fatto è un passaggio fondamentale per la «via della seta marittima del XXI secolo» e, come se non bastasse, diversi studi dimostrano che i suoi fondali sono ricchi di petrolio e gas.

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