IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

Cerca nel blog

Caricamento in corso...

lunedì 18 luglio 2016

PER ERDOGAN C'E' L'AMERICA DIETRO LA RIVOLTA DEI MILITARI

Erdogan: America dietro la rivolta. E trova una sponda con Putin

Il presidente in lacrime davanti alle bare dei “martiri” del fallito colpo di Stato. Telefonata con Mosca, in agosto un incontro. Obama: deluso dal leader turco
AP
Recep Tayyip Erdogan, 62 anni, piange ai funerali di un amico rimasto ucciso durante il fallito golpe

LA STAMPA 18/07/2016
INVIATO A ISTANBUL
Resta a Istanbul, Recep Tayyp Erdogan. Si mescola alla folla, partecipa ai funerali dei «martiri» del fallito golpe, ricorda un amico caduto, piange davanti alle bare. Promette al suo popolo che lo acclama al grido «Allah è grande» che ripristinerà la pena di morte, chiesta a gran voce, e «al più presto». Detta l’agenda. Mobilitazione 24 ore al giorno, perché la rivoluzione «non è un affare da mezza giornata». Azione implacabile per estirpare il «cancro» Fethullah Gulen. E poi un ribaltamento delle alleanze. Putin, sentito al telefono dopo quasi un anno, torna amico. L’America è un ex alleato con cui si litiga sempre più spesso. I moniti dell’Europa sul rispetto delle regole democratiche non vengono neppure ascoltati. 

Quartiere conservatore  
La «democrazia» qui è il leader che abbraccia il suo popolo. Lo scenario scelto da Erdogan è quello del quartiere di Fatih, al centro della Istanbul dentro le mura, la sua roccaforte da quando era sindaco. Da fatiscente è stato trasformato in un gioiellino di strade pedonali lastricate, negozi, viali di platani e aranci. Un quartiere «parigino» se non fosse per la percentuale di donne velate, molte con il niqab nero. Al centro c’è la moschea Fatih Sultan Mehmet, il conquistatore di Costantinopoli. È la prima moschea fondata in città, nel 1453, una meraviglia di marmi policromi e cupole che sembrano galleggiare nell’aria. Erdogan arriva verso le due, ai funerali di quattro «martiri» della battaglia sul Bosforo.  

Uno era Erol Olcak, un amico di lunga data, ucciso assieme al figlio sedicenne Abdullah. Le bare sono avvolte in bandiere verdi islamiche e rosse con la mezzaluna nazionale. Erdogan, in giacca grigia e camicia a quadri, prende il microfono. Comincia a parlare ma si ferma subito. Si commuove. Poi si riprende, confortato dalla folla che preme. È un appello alla mobilitazione permanente. Non si sente ancora al sicuro e per questo non torna ad Ankara. Arrivano voci di scontri all’aeroporto Sabiha Gokcen, poi domati in serata. Erdogan chiede alla gente di restare nella strade «24 ore al giorno». Rassicura che i golpisti «non hanno nessun posto dove andare», ma ora bisogna smantellare «la struttura parallela» che Gulen ha costruito in segreto «nei tribunali, polizia, forze armate e media» per rovesciare lo Stato.  

Duello con Kerry  
La folla, che comincia a radunarsi nel grande cortile in tarda mattinata, sembra già istruita. Behlul Giftzi, in polo arancione, arriva con la figlioletta. «No, dell’America non ci si può più fidare. Dietro Gulen c’è la Cia. E lui ha costruito uno Stato nello Stato». Rabia è nata a Londra e si è trasferita a Istanbul dopo essersi sposata. Indossa un elegante foulard grigio a pois viola, è venuta per un altro martire, Mehmet Kuder, cuoco nel ristorante dello zio. «Quando ha sentito del golpe è uscito dal lavoro per andare in piazza. S’è preso una pallottola. Non aveva ancora 40 anni». Anche per Rabia la fiducia nell’America «non può più essere quella di prima: lasciano che Gulen continui a tramare, ma noi lotteremo fino alla fine». Il golpe è fallito «perché questa volta non abbiamo avuto paura, non s’era mai visto». Non ci si può più neanche fidare dell’esercito, servirebbe «una guardia presidenziale», selezionata. Che sa tanto di Pasdaran.  

Anche Adem Sakarya, un ragazzo sui 25, ha partecipato alla battaglia, all’aeroporto Atatürk. «Ero appena atterrato da Vienna - racconta -. Ho visto l’appello su FaceTime». Chi c’è dietro i militari? «Bisogna andare a cercare in Pennsylvania», dove da 17 anni vive l’imam e magnate dei media arcinemico del Sultano. Erdogan non attacca personalmente gli Stati Uniti. Bastano le parole del fidato ministro del lavoro Suleyman Soylu, che nella notte ha accusato Washington di «essere dietro al golpe» e di proteggere Gulen. Barack Obama da parte sua dice di essere fortemente «deluso» dal leader turco e il segretario di Stato John Kerry replica ad Ankara che è «irresponsabile accusarci». «Gli Usa - spiega - non stanno proteggendo nessuno. E non abbiamo mai ricevuto una richiesta di estradizione». 

Putin al telefono  
Ma la rottura, anche se la base di Incirlik è stata riaperta, è difficile da sanare. Erdogan cerca altre sponde. Finito il bagno di folla, sente il presidente russo Vladimir Putin al telefono. Lo Zar fa le condoglianze per le vittime, esprime solidarietà, conferma il sostegno al «governo democraticamente eletto» e promette «presto» un incontro. Già la prima settimana di agosto. È un giro di valzer impressionante, dopo otto mesi di accuse feroci in seguito all’abbattimento di un bombardiere Su-24 al confine con la Siria alla fine di novembre. La Siria, e soprattutto il presidente Bashar al-Assad, resta il grande ostacolo per una vera alleanza Russia-Turchia. Ma Erdogan, ora ancor più con l’esercito ridotto a brandelli, ha il problema dei curdi. Al di là di Gulen, Ankara chiede a Washington garanzie chiare affinché non nasca un Kurdistan siriano. Se Mosca gliele darà, potrebbe anche digerire Assad. 

Nessun commento:

Posta un commento