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mercoledì 13 luglio 2016

MORTO UN PROVENGANO LO STATO E LA CHIESA NE FANNO UN ALTRO

Morto a 83 anni Provenzano, il boss dei boss di Cosa nostra

Era da tempo malato di cancro. Arrestato nel 2006 dopo una latitanza di 43 anni, fu condannato a 20 ergastoli. Stratega della sommersione, infiltrò la mafia nello Stato
Bernardo Provenzano era stato arrestato nel 2006: era stato condannato per una ventina di ergastoli

LA STAMPA 13/07/2016
PALERMO
È morto da boss, senza mai – perlomeno in forma ufficiale – avere detto una parola in più di quelle che a un capo della vecchia mafia tocca dire. È morto da boss, tenuto fino all’ultimo al 41 bis nonostante fosse agonizzante. Bernardo Provenzano, nato a Corleone il 31 gennaio 1933, era in condizioni molto gravi dal 2012 e nei giorni scorsi si era ulteriormente aggravato, fino al momento in cui, da lunedì, i figli Angelo e Francesco Paolo e la compagna Saveria Benedetta Palazzolo, mai sposata nonostante il legame fra di loro andasse avanti da una vita, prima in latitanza e poi da detenuto, sono stati avvisati che la dipartita era ormai imminente. Ciò nonostante, nel reparto speciale detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano, anche gli ultimi “colloqui” (più che altro visite, dato che Provenzano non era più capace di interagire) con i familiari si erano svolti sempre con le forme previste dal carcere duro, in regime di particolare sorveglianza


La mafia non è morta con Provenzano

LA LATITANZA RECORD  
È morto dunque da boss, considerato pericoloso fino all’ultimo momento, per la sua doppiezza, la sua capacità di penetrazione nelle “linee nemiche”, per il suo dialogo, vero o presunto che sia, con lo Stato, per la sua forza di condurre avanti le strategie che hanno consentito a lui di rimanere latitante per 43 anni, record difficilmente battibile, e a Cosa nostra di rimanere quella che è, nonostante i tanti, tantissimi colpi subiti. Uguale a se stessa perlomeno fino all’11 aprile del 2006, quando quella latitanza si interruppe a Montagna dei Cavalli, pochi chilometri da Corleone, il suo paese, lo stesso di Totò Riina, Luciano Liggio, Leoluca Bagarella e tanti altri capi di quell’armata corleonese che calò su Palermo a partire dal 10 dicembre 1969, con la strage di viale Lazio, alla quale partecipò lo stesso “Binu”, con due o con una sola enne (“Binnu”), come nel dialetto stretto di quelle zone impervie e aspre della Sicilia più interna e retriva.  

LA SCALATA A COSA NOSTRA  
Il 10 dicembre di 47 anni fa, in viale Lazio, c’era anche Provenzano in persona, nel commando di finti poliziotti e carabinieri che diede l’assalto al covo del boss Michele Cavataio: Riina, come sempre, stava nell’ombra, dietro le quinte, rimase fuori e non entrò nei locali dell’impresa Moncada in cui invece Provenzano – secondo il pentito Gaetano Grado, un altro di quelli che c’erano – aprì il fuoco avventatamente, provocando la reazione della vittima designata, pronta a reagire e a uccidere Calogero Bagarella, fratello di Leoluca e Ninetta, la futura signora Riina. Il corpo del cognato di Totò non verrà mai ritrovato: i compari se lo porteranno via. Sei morti (due innocenti, erano operai dell’impresa edile Moncada) e otto feriti, provocò quell’eccidio, che segnò l’ingresso ufficiale dei “viddani” a Palermo, per dare una mano alle cosche del vecchio potere (il triumvirato Bontate-Badalamenti-Inzerillo) dei clan palermitani e della parte occidentale della provincia, opposti allo scalpitante Cavataio. 

11 aprile 2006, l’arresto del boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano

GLI ANNI DELLE STRAGI  
L’abbraccio si rivelerà mortale, perché trascorrerà un altro decennio e, dopo lo sterminio da parte corleonese di uomini dello Stato (il giornalista Mario Francese, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il vicequestore Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il comandante dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa), avvenuti tra il 1979 e il 1980, toccherà a Stefano Bontate e Totuccio Inzerillo, cadere per mano “viddana”, nel 1981. E poi ad alcuni degli alleati palermitani, nel 1982, lo stesso anno della strage che vide morire il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’uomo a cui lo Stato aveva delegato la lotta alla mafia, lasciandolo poi inevitabilmente da solo.  

UNA LUNGA SCIA DI SANGUE  
Provenzano ha gestito tutto, la stagione degli attacchi frontali, proseguita il 13 giugno e il 29 luglio 1983 con le stragi che videro cadere tre carabinieri, massacrati a colpi di lupara e kalashnikov (e fra loro c’era il successore del capitano Basile, Mario D’Aleo), e poi la strage Chinnici, il primo attentato “libanese”, gli omicidi in serie delle guerre di mafia, l’eliminazione di uomini dello Stato come i poliziotti Beppe Montana e Ninni Cassarà (1985), il giudice Antonino Saetta (1988), il sostituto procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti (1991), eliminati nella stagione del maxiprocesso, in cui i boss più violenti preferirono contenersi, non esagerare con gli omicidi eccellenti. Fino alla reazione seguita alla sentenza della Cassazione che rese definitive le condanne di quel primo processo, l’omicidio di Salvo Lima, le stragi Falcone e Borsellino, l’omicidio dell’esattore mafioso Ignazio Salvo. 

L’OSCURA TRATTATIVA STATO-MAFIA  
Provenzano c’era, c’era sempre, anche se i suoi familiari, in quell’anno orribile che fu il 1992, erano improvvisamente ricomparsi dal nulla, in paese, a Corleone. Dopo la sentenza della Cassazione, del 30-31 gennaio, e prima del delitto Lima (12 marzo) lasciarono la latitanza in cui erano vissuti assieme a “Binu” o “Binnu” e da allora vissero in maniera quasi normale. Ma tornarono a farsi vedere proprio alla vigilia dell’ennesimo attacco frontale. Si disse che Provenzano fosse morto, ma in realtà era vivissimo e la sua ombra si materializza anche nelle stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano e nella stagione oscura della trattativa Stato-mafia, in cui proprio lui sarebbe stato l’interlocutore privilegiato dell’ex sindaco mafioso e doppiogiochista che era Vito Ciancimino. 

Provenzano parla con il figlio del suo presunto tentato suicidio nel 2012

LA STRATEGIA DELLA SOMMERSIONE  
Provenzano contrario alle stragi, alla linea dura, al punto da consegnare Totò Riina, catturato il 15 gennaio 1993, fra gli eccidi siciliani e quelli del Continente? Mistero smentito finora dalle sentenze che lo hanno sempre condannato e che non verrà mai dipanato, perché nel processo sulla trattativa la sua posizione era stata stralciata per motivi di salute. Mentre – finiti in cella in rapida successione anche Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri – tutte le strategie della vecchia Cosa nostra passarono in mano a lui, “lo Zio”, sempre presente attraverso i racconti dei confidenti come Luigi Ilardo, che poi verrà ucciso, e i colloqui - captati dalle microspie - dei suoi uomini di fiducia, ma anche attraverso i pizzini, trovati, decodificati, letti e che erano il codice e il collante di una Cosa nostra ancorata a sistemi arcaici ma efficaci. Fino alla cattura, seguita alla decimazione della rete dei fiancheggiatori dei clan di Villabate e Bagheria, hinterland palermitano, gli ultimi “corleonesi”, tenacemente perseguita dall’allora procuratore aggiunto di Palermo, Giuseppe Pignatone, e dai sostituti Michele Prestipino e Marzia Sabella, attraverso lo Sco di Renato Cortese, l’uomo che porrà fine a quella lunga e scandalosa latitanza. 

QUELLA FRASE DURANTE L’ARRESTO  
Il Provenzano detenuto, l’uomo che dice ai poliziotti che lo hanno catturato uno strano «non avete idea di cosa state facendo», il Binu legato – si dice, ma processualmente non è mai stato dimostrato – a pezzi delle Istituzioni, rimarrà in silenzio, nei dieci anni di carcere, gli ultimi quattro dei quali trascorsi nella demenza senile e nell’ingrigimento delle sue non poche capacità mentali. Unica eccezione un colloquio con i magistrati, a fine maggio del 2012, alla vigilia dell’inizio della malattia che poi lo ha portato lentamente a digradare verso la morte. Non disse niente e disse tutto, non accettando il dialogo e facendo capire di temere per i figli e la compagna. Quei figli, soprattutto Angelo, che hanno cercato di fargli togliere il 41 bis, anche concedendo interviste e facendo dichiarazioni sibilline su Falcone Borsellino «eroi sacrificati sull’altare della patria». Ma i suoi misteri, Provenzano padre, se li è portati con sé

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