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martedì 12 luglio 2016

MILITARI ED URANIO

Difesa, un ddl per fermare le morti da uranio e il contenzioso infinito

Dal Pd una proposta per riformare il welfare dei militari, e porre la salute degli italiani in divisa sotto il controllo dell’Inail
Soldati italiani in missione all’estero

LA STAMPA 12/07/2016
«Si è parlato tanto di specificità delle Forze armate. Sinora ha voluto dire che la vita dei militari valeva meno di quella degli altri lavoratori. Per noi significa invece che maggiori sono i rischi, più rigorosa deve essere la prevenzione». Giampiero Scanu, Pd, è il presidente della IV commissione d’inchiesta sulle morti da uranio. «Il nostro impegno è che questa doveva essere l’ultima commissione. Ora basta. Occorre un salto di civiltà». Il «salto di civiltà», a cui ha collaborato da consulente l’ex magistrato Raffaele Guariniello, ha la veste di un ddl di riforma del welfare militare.  

La novità è grossa perché si infrange un muro, la separatezza tra mondo militare e mondo civile. «Noi proponiamo di superare un’anacronistica separatezza portando anche le Forze armate nell’ambito della gestione dell’Inail, organo competente, terzo e autonomo. Non ci possono più essere zone franche. Non ci possono più essere controllati che controllano i controllori». Secondo questo ddl, dunque, spetterà all’Inail occuparsi dei lavoratori con le stellette e non la struttura militare, che da sempre è vista con sospetto, quale «amica» delle gerarchie e «nemica» della truppa.  

Dice infatti Scanu: «A oggi più di duemila militari hanno fatto domanda di risarcimento per patologie correlate a uranio impoverito, amianto, radon e multifattorialità. Solo un terzo di loro ha ricevuto risposta positiva; gli altri sono in attesa di un verdetto o si sono visti negare il risarcimento. Nel corso della nostra inchiesta abbiamo constatato l’inadeguatezza delle procedure per il riconoscimento degli indennizzi. Ma non solo. Criticità le abbiamo rilevate anche nella sicurezza sul lavoro». Con il passaggio delle competenze all’Inail e agli ispettori del ministero del Lavoro, l’obbligo di rispettare la normativa sul lavoro con l’identificazione di «datori di lavoro, dirigenti, preposti, e medici competenti», e il superamento della «causa di servizio», ci sarebbe dunque una soluzione bell’e pronta nel quadro giuridico esistente. «La nostra proposta permetterebbe anche di superare il costoso e paralizzante contenzioso che in sede giudiziaria ha visto molto spesso l’amministrazione della Difesa soccombere. Un pronunciamento terzo e tempestivo allevierebbe il dramma dei malati e delle loro famiglie».  

Malati che potrebbero essere non solo il personale militare e civile impiegato nelle missioni internazionali, o nei poligoni di tiro, o nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, o nei teatri di conflitto, ma anche i cittadini residenti nelle zone adiacenti alle basi militari presso le quali è conservato munizionamento pesante o esplosivo «perché - conclude Scanu - i rischi ambientali non sono confinati dentro le mura delle caserme o dei poligoni, ma possono espandersi a danno dell’intera comunità, sino ad assumere le dimensioni del disastro ambientale che dura nel tempo. Mettere in sicurezza i luoghi di lavoro delle forze armate, garantendo una valutazione dei rischi efficace, vuol dire assicurare migliori condizioni di vita anche alle popolazioni che vivono nelle vicinanze delle servitù militari».  

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