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venerdì 1 luglio 2016

L'IMPORTANZA DELLA SCIENZA

La scienza ci salverà

Cruciale nel processo unitario del Paese, fondamentale nell'integrazione sociale, la ricerca scientifica è oggi ridotta all'asservimento a interessi economici di scarsa lungimiranza.

Giovanni Boaga
venerdì 1 luglio 2016 20:38
CRONACHE LAICHE


Mazzini, Garibaldi, Cavour, sono solo alcuni dei nomi che ricorrono più spesso nelle celebrazioni degli anniversari dell'Unità d'Italia. Così è avvenuto nel 2011, anno particolarmente importante essendo passati centocinquant'anni dalle vicende unitarie, che è stato ricco di manifestazioni di ogni tipo, mostre, convegni, spettacoli che hanno coinvolto l'intera penisola. Tra tutte le iniziative alcune sono state dedicate a personaggi come Enrico Betti, Luigi Cremona o Francesco Brioschi. Patrioti? Politici? Rivoluzionari? Anche, ma soprattutto matematici!

La scienza, non certo più limitatamente di qualunque altro aspetto della cultura di un popolo, riversa sulla società stimoli, risultati, modi di pensare e di interpretare la realtà che ci circonda, anche quando non viene supportata adeguatamente, come è avvenuto spesso e avviene ancora oggi in Italia. E dalla società stessa ne è influenzata, in diversa misura a seconda dei periodi storici, subendo o avvantaggiandosi degli interessi economici del momento, degli equilibri politici e delle scelte delle classi dirigenti in merito a programmi e finanziamenti. Ne è una prova la petizione Salviamo la Ricerca Italiana, lanciata in rete dal fisico Giorgio Parisi che sta raggiungendo rapidamente le 75000 adesioni e che chiede all'«Unione Europea a fare pressione sul Governo Italiano perché finanzi adeguatamente la ricerca in Italia e porti i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza», richiamando «il Governo Italiano a fare il suo dovere in questo settore cruciale per il futuro del paese».

Questo processo di integrazione con la società ha caratterizzato l'impresa scientifica dall'inizio della storia italiana. Il ruolo della scienza nel processo unitario, anche se spesso sottovalutato perché ritenuto irrilevante, è stato importante e si articola in tre momenti principali. Oltre alla partecipazione alle battaglie vere e proprie (a cominciare da quelle dei moti del '48) e alla costruzione dello stato unitario andando a ricoprire importanti incarichi istituzionali, gli studiosi italiani hanno contribuito alla nascita della nazione Italia innanzitutto, sia in ordine di tempo che di importanza, con l'organizzazione dei Congressi degli scienziati italiani.

Nella prima metà dell'Ottocento, negli stati in cui è divisa l'Italia, la ricerca scientifica vive una situazione di profonda arretratezza rispetto ai grandi paesi europei. Le sue difficoltà non sembrano preoccupare i governi che non incoraggiano particolarmente neanche gli studi di chimica, tra le scienze quella maggiormente legata al miglioramento della produzione agricola e della salute pubblica, la sola in grado di suscitare qualche interesse nelle classi dirigenti. I malumori degli intellettuali che confrontano lo stato attuale della scienza italiana, non più significativa a livello internazionale, con il recente passato settecentesco ispirato dai valori illuministi e rivoluzionari, viene dirottato dalle classi dirigenti nell'ambito della contesa politica, minimizzando le difficoltà esistenti ed etichettando i critici come ingenui al servizio delle potenze straniere e dei loro interessi politici. Opinione che fa breccia anche tra alcuni studiosi del tempo legati ai principi del congresso di Vienna. L'astronomo Giuseppe Bianchi, in una lettera al matematico Gabrio Piola, scrive che «[...] un matematico in più o in meno, in Europa o in America, influisce ben poco sul benessere della società, ma l'acquisto di un galantuomo e vero cristiano o l'allontanamento di un settario liberale è cosa molto significante per lo stesso fine». Un'opinione che non faticherebbe a trovare consenso anche oggi...

Ma si tratta di opinioni sporadiche e la maggior parte degli scienziati è di tutt'altro avviso. Alla situazione di arretratezza in cui versa l'Italia della scienza cercano di porre rimedio matematici, fisici, chimici che, dal 1839 al 1847, s'incontrano regolarmente ogni anno in varie città d'Italia. È un fatto importantissimo: per la prima volta si assiste a un confronto diretto delle idee, che in questo modo prendono a diffondersi con maggiore rapidità, al consolidarsi di rapporti personali tra uomini di scienza, alla nascita di una comunità scientifica nazionale prima ancora della nazione stessa. Il successo è crescente (nell'edizione di Napoli si raggiungono i 1611 congressisti) e suscita l'attenzione degli studiosi stranieri che partecipano in prima persona: Charles Babbage, ideatore della prima macchina calcolatrice programmabile, è presente al Congresso di Torino del 1840 e Dirichlet, Jacobi e Kummer, eminenti matematici tedeschi, sono presenti a Lucca nel 1943 per intessere rapporti di collaborazione soprattutto con i colleghi di Roma e Napoli.

I congressi furono autentici eventi scientifici e non riunioni di "pericolosi rivoluzionari", anche se una schedatura dei partecipanti e un controllo dei loro movimenti caratterizzarono sempre l'azione della polizia dello stato ospitante: nel 1847 a Venezia, ultima sede ad ospitare un congresso, il presidente della sezione di zoologia, Carlo Luciano Bonaparte, venne costretto dalla polizia a lasciare il regno lombardo-veneto a causa delle sue idee politiche democratiche.
E se alcuni regnanti favorirono i congressi, uno su tutti Carlo Alberto che aveva l'intenzione di apparire di idee liberali, altri si dimostrarono apertamente ostili. La Sacra congregazione degli studi di Roma, ad esempio, vietò la partecipazione ai sudditi dello stato pontificio al primo di essi, quello di Pisa del 1839. Un divieto che sarà mantenuto fino al congresso del 1846 tenuto a Genova dove, grazie alla decisione di Pio IX appena eletto papa e caratterizzato apparentemente da una politica riformatrice e moderata, poterono partecipare anche gli studiosi dello Stato della Chiesa. Una politica di apertura nei confronti dei dibatti scientifici che doveva avere vita breve: il congresso del 1847, l'ultimo della serie, che avrebbe dovuto svolgersi a Bologna (allora nello stato pontificio) venne spostato a Venezia per la contrarietà del pontefice.

Accanto all'importanza scientifica, anche se non omogenea nelle varie edizioni, i congressi ebbero una valenza politica che è difficile negare. L'idea che, con l'unità, non solo la scienza avrebbe potuto godere di una rapida evoluzione ma che l'intera società si sarebbe avviata a un sicuro rinnovamento culturale, fu chiaramente presente in tutti i partecipanti. Un progetto politico ambizioso, favorito anche dal fatto che le riunioni ebbero un'impronta generalista che consentì la partecipazione ai lavori di economisti, storici, letterati e giuristi, accanto a matematici, fisici, astronomi, chimici, e naturalisti, dando loro la possibilità di confrontarsi anche su temi economici e sociali, come l'istruzione del popolo e la riforma carceraria.
Uno sguardo al futuro ben espresso dalle parole del geologo Lorenzo Pareto che, parlando dei Congressi qualche anno dopo la conclusione dell'ultimo del 1847, li descrisse come «istituzioni che più grandemente concorsero a dilatare in Italia l'amore delle scienze e a disporre gli animi degli abitatori tutti della Penisola a riguardarsi come figli della stessa Patria».

Le cronache di questi eventi testimoniano la voglia di stare al passo coi tempi, di confrontarsi anche con problemi pratici, come durante il primo congresso di Pisa in cui viene presentata una relazione sull'illuminazione pubblica della città di Milano. Ma ci informano anche di momenti memorabili, come la realizzazione di un esperimento spettacolare lungo la ferrovia Milano-Monza volto alla verifica della legge di Ohm, o fatti di costume "molto italiani" anche prima dell'unità d'Italia. Narra, infatti, un resoconto del congresso di Napoli del 1845 che «La città offrì ai dotti feste, giochi, musiche, ed essi ne furono soddisfatti, benché alcuni di coloro che assistettero alla liquefazione del sangue durante la festa di San Gennaro dovettero lamentare la perdita di alcuni oggetti personali». Una "perdita" sicuramente facilitata...

Il 1848 vede l'inizio dei moti rivoluzionari in tutta Europa e in Italia in particolare. Nella mutata situazione risulta difficile organizzare un nuovo congresso: dell'ultimo, tenutosi a Venezia, non verranno pubblicati neanche gli atti.

Ma ciò che era stato seminato durante gli anni precedenti non va perduto. Angelo Genocchi, matematico italiano noto per i suoi contributi alla teoria dei numeri, partecipa ai moti di Piacenza e sarà costretto, al ritorno degli austriaci dopo la battaglia di Custoza, all'esilio. E nello stesso anno Francesco Brioschi, che sarà ricordato soprattutto per la risoluzione mediante funzioni ellittiche delle equazioni di quinto e sesto grado, partecipa alle Cinque giornate di Milano; arrestato dagli austriaci verrà subito liberato dagli insorti.

Ma ciò che rende evidente la partecipazione degli scienziati italiani alla prima guerra d'indipendenza è senz'altro la costituzione del battaglione dell'università di Pisa. Tra gli studenti e i professori che fianco a fianco partecipano alla battaglia di Curtatone e Montanara troviamo anche il caporale Enrico Betti, matematico che darà importanti contributi nel campo della topologia e della teoria dell'elasticità. Il caso di un giovane Luigi Cremona (che in seguito porrà le basi della Geometria algebrica) che partecipa nel battaglione "Italia Libera" alla difesa della repubblica di Venezia nel 1949 e molti altri episodi analoghi durante la seconda guerra d'indipendenza completano il quadro.

Una volta raggiunta l'Unità d'Italia quegli scienziati, in particolare matematici, che sentirono urgente la necessità di una comunità e combatterono sui campi di battaglia, si ritrovarono naturalmente a partecipare alla costruzione del nuovo stato, nel tentativo di superare le disomogeneità che l'Italia appena fatta presentava. Genocchi e Betti furono senatori del Regno d'Italia. Brioschi fu deputato, senatore e particolarmente impegnato nella realizzazione di un sistema educativo nazionale con indirizzo tecnico-scientifico che culminerà con la creazione del Politecnico di Milano. Infine Cremona, senatore dalla XIII legislatura, dedicò molte delle sue energie alla costruzione dell'Italia unitaria sacrificando notevolmente la sua attività di matematico. Fu addirittura Ministro della Pubblica istruzione nel 1898, anche se solo per un mese.

Queste vicende, accanto a quelle abitualmente celebrate, non ci danno solo l'occasione di ricordare scienziati che hanno fatto onore all'Italia fin dai suoi primi passi. Il non sottrarsi all'impegno politico e sociale, quando la nostra comunità era agli albori, il prodigarsi nel neonato parlamento fornendo prova di grandi capacità anche fuori dell'ambito scientifico, ci fanno sperare che l'Italia sia in grado esprimere, nei momenti di crisi, anche qualcosa di diverso dallo spettacolo avvilente al quale assistiamo ai nostri giorni.
Lo ha già fatto.

Giovanni Boaga 

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