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venerdì 15 luglio 2016

LA STRANA MORTE DI PROVENZANO

Provenzano. Il tentato suicidio e le misteriose cadute a un passo dal pentimento

ARTICOLOTRE
provenzano-Gea Ceccarelli-“Ieri tutti gli italiani si sono riscoperti ingegneri ed esperti di treni. Oggi saranno tutti esperti di mafia e trattativa”.
Sono parole durissime, quelle di Sonia Alfano, già eurodeputata eletta nelle liste di Italia dei Valori e già presidente della Commissione parlamentare antimafia del Parlamento Europeo. Appresa la morte del Capo dei Capi Bernardo Provenzano, non ha infatti mancato di denunciare: “Una cosa è certa: Provenzano voleva collaborare e me lo disse in almeno due occasioni. E dopo questa ammissione cominciò a precipitare il suo quadro clinico con cadute molto misteriose. Oggi lui si porta nella tomba tanti segreti e qualcuno può continuare a dormire sonni tranquilli. La missione è stata portata a termine con successo”.
Non è la prima a sostenerlo (ultimo, in ordine di tempo, Massimo Ciancimino), né è la prima volta che la figlia di Beppe Alfano, il giornalista ucciso da Cosa Nostra nel '93, lancia queste accuse, certamente non infondate. Per comprenderle al meglio, però, è necessario un salto nel passato, in quelle pagine ritenute le più oscure della Seconda Repubblica: quelle delle stragi. 
Secondo i pm palermitani che tutt'oggi indagano sulla trattativa Stato-mafia, a seguito delle condanne del maxiprocesso, Cosa Nostra si rivalse contro quei politici che, inizialmente, avevano promesso di intervenire per “aggiustare” le sentenze; la stessa strage di Capaci sarebbe da inquadrare in una vendetta, seppur trasversale, anche nei confronti di Giulio Andreotti che, pochi giorni dopo, sarebbe dovuto diventare il nuovo Capo di Stato. 
Fu allora che vennero gettate le basi per la trattativa Stato-mafia: da una parte le Istituzioni, politici e carabinieri, dall'altra i corleonesi stragisti di Riina. E in mezzo? In mezzo, a far da intermediario, il sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, che poteva contare sull'appoggio e sui consigli dell'amico ingegner Lo Verde, nient'altri che Bernardo Provenzano. 
Recentemente le dichiarazioni di Riina sono tornate a far discutere: “A me mi hanno fatto arrestare Bernardo Provenzano e Ciancimino”. Parole che, di fatto, confermano quanto, da anni, sostengono i magistrati palermitani, secondo cui, nella seconda fase della trattativa, si procedette per arrestare Totò U Curtu, grazie all'aiuto del suo sodale che consegnò le mappe del covo. In cambio, Provenzano avrebbe preso le redini di Cosa Nostra, traghettandola verso la ormai nota strategia della sommersione, senza esser braccato. 
Riina venne arrestato nel '93, Provenzano nel 2006, nonostante ci fosse già stata occasione di catturarlo. Per quell'episodio, il generale Mori, pure imputato nel processo sulla trattativa, è stato assolto, non tanto perché il fatto non sia accaduto ma poiché, hanno sentenziato i giudici, “non costituisce reato”. 
Provenzano ha così potuto trascorrere 43 anni di latitanza, mentre, a oggi, sono diversi gli uomini delle forze dell'ordine, primo tra tutti il maresciallo Saverio Masi, a denunciare come i superiori avessero impedito loro di compiere indagini atte alla sua cattura. A Masi, nello specifico, venne anche urlato: “Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano!”
Volendo prender per vera e attendibile tale ricostruzione, com'è dunque possibile che, nel 2006, Binnu U Tratturi sia stato catturato? Per quale motivo? Era divenuto improvvisamente inutile ai giochi segreti dello Stato?
Secondo alcuni, è così. Altri, però, imboccano una pista diversa, singolare, ma non per questo da escludere. Va precisato che nelle ore successive all'arresto, accadde qualcosa di totalmente anomalo, nel panorama mafioso. I familiari, anziché chiudersi nel consono e tradizionale silenzio, affidarono al loro legale un comunicato di poche righe, in cui si dissero preoccupati per la salute del loro congiunto, che necessitava di continue cure. 
Ebbene sì, perché Provenzano, al momento dell'arresto, soffriva tumore alla prostata, -probabilmente una recidiva di quello che venne fatto curare, in Francia, dall'urologo barcellonese Attilio Manca, successivamente trovato “suicidato” in circostanze tutt'altro che chiare- e altri acciacchi, dovuti principalmente alla sua età. Aveva settantatré anni: troppi, per sostenere una latitanza. E' allora possibile credere che Provenzano si sia consegnato da solo, a termine della trattativa?
D'altronde, la salute di Provenzano è stato un nodo importante, nei suoi ultimi anni. Dal 2011, in particolare, quando il legale, Rosalba Di Gregorio chiese inaspettatamente la scarcerazione del suo assistito. L'intento? Quello di ottenere una perizia sulle condizioni di salute del boss, dopo vari tentativi non andati a buon fine: fu così che al capomafia venne riscontrato sì, il tumore alla prostata, ma anche il Parkinson, che impediva, di fatto, la chemioterapia. Non soltanto: nella perizia si segnalarono i postumi di un'ischemia e per  Provenzano iniziò da lì il declino delle condizioni di salute; viceversa, iniziarono ad aumentare rapidamente i misteri riguardanti le stesse. 
Il 9 maggio del 2012, per esempio, il boss tentò il suicidio in carcere. Per il Dap si trattò di una simulazione per fingersi insano di mente, né più né meno. Eppure, qualcosa non torna, comunque la si rigiri: a chiunque diventa difficile, infatti, poter credere che un uomo d'onore potesse mostrare un cedimento simile, fosse pure per simulazione o disperazione. Inoltre, Provenzano cercò la morte soffocandosi con un sacchetto di plastica. Come fece a entrare, quel sacchetto, in una cella di un detenuto al 41bis? E perché nessuno informò i familiari, che lo scoprirono attraverso i giornali?
Emblematica, in questo senso, la trascrizione del dialogo avvenuto in carcere tra il boss e suo figlio Angelo, la settimana successiva:
“Dicono che ti sei messo un sacchetto in testa”
“Dicono chi? Un sacchetto in testa?”
“Dicono che ti sei messo un sacchetto in testa per farla finita”
“Ma è questione di interpretare bene o sbaglio? Dobbiamo parlare noi, ma non mi fanno parlare, tra di loro parlano…
Chi fossero quelli che “tra di loro parlano” e “non lo fanno parlare” non è mai stato chiaro. Proprio per cercare di capire qualcosa di più al riguardo, poche settimane dopo, in carcere, giunsero Beppe Lumia e Sonia Alfano, per dialogare con il boss. Ed è qui che tutto si complica. In quel dialogo, infatti, Provenzano avrebbe lasciato intuire di poter collaborare con la giustizia, di non disdegnare totalmente l'idea. Un'apertura  che nessuno dei due politici poteva immaginare: alla proposta di Alfano, infatti, il boss replicò con un più che promettente “E' fattibile?”
Due mesi dopo, a luglio, i due tornarono in carcere per incontrare nuovamente Provenzano e proseguire il discorso. Lo trovarono, secondo quanto ricordò l'europarlamentare, pieno di ematomi sotto gli occhi, sulla mandibola, e con quelli che parevano punti di sutura sull'arcata sopraccigliare.
Alle domande dell'Alfano, su cosa fosse accaduto, intervenne prontamente un agente, sostenendo che il boss era caduto, senza dargli il tempo di rispondere. “Ci rettiru punta?”, domandò quindi la politica, rivolgendosi al detenuto (“Le hanno dato dei punti?”). Ancora una volta rispose prima l'agente: “No, nessuno ha dato pugni”.
Dopo le prime battute sullo stato di salute del boss, la conversazione era proseguita sulla possibilità di una collaborazione del boss con la giustizia. "I miei figli non devono andare al macello, fatemi parlare con loro e poi sarà la volontà di Dio", spiegò Provenzano. Più o meno lo stesso che rispose al pm Antonio Ingroia e il suo collega Ignazio De Francisci, una settimana dopo. Ottenuto il verbale dell'incontro tra il boss e la Alfano, s'erano affrettati a far anche loro visita al capomafia, per spingere verso un pentimento.
 “Fare male non m'è mai piaciuto e non mi piace” – sostenne Provenzano in quell'occasione – Per dire io la verità avissi a parrari male di cristiani, scusatemi”. E poi ancora: “Non ho niente, io… Facevo bene, facevo male… Ci sono cose che… portano tutto questo male che vede.
Noi dobbiamo parlare bene se non abbiamo ricordi. Allora, io dovrei prendere, caricare una cosa che non è chiara, non è mia, e dovrei farla portare agli altri? Non è cosa mia. E manco portarla. Niente. Per me è una legge che si deve rispettare”. E ancora: “Io cose da raccontare non ne ho e non ce ne posso dare. Al momento non ci posso dire niente, cioè se posso essere utile… e ritenete che potrebbe essere utile. Ma non lo so, sono a disposizione vostra… Prima devo vedere come mi trattano qua”.
“Se fosse fuori dal carcere parlerebbe più liberamente?”, chiese Ingroia. E Provenzano: “Non lo so, se u sapìssi ci u dicissi. Ma sì, aspettiamo. Aspettiamo cioè, quello che si dice 'e sia volontà di Dio', possiamo incontraci benino, se non c'è volere di Dio, sia fatta la volontà di Dio”
Era luglio, appunto. Risale invece a dicembre un altro video, reso noto da Servizio Pubblico, in cui Provenzano parlava con i propri familiari. Il boss era irriconoscibile, per niente lucido, l'ombra di sé stesso. Indossava anche un cappello di lana, normalmente vietato. Il figlio -questa volta Francesco Paolo- si accorse di qualcosa: “Tu hai un cerotto e una macchia in testa: mi puoi spiegare cos'è successo?”
La prima cosa è che passano per le cose e davano le legnate”, la risposta del boss.
Due giorni dopo Provenzano venne operato d'urgenza per un ematoma cerebrale dovuto, ufficialmente, a diverse cadute provocate dalla malattia neurodegenerativa che lo colpì. 
La stessa, nel 2013, gli valse l'incapacità di intendere e di volere: la sua posizione nei vari processi di mafia venne stralciata, in quanto Provenzano non sarebbe stato assolutamente in grado di partecipare ai procedimenti. Viveva, ormai, in un letto d'ospedale, dov'è rimasto fino a ieri mattina. 
Ciononostante, anche il primo aprile scorso, gli era stato prorogato il 41bis: “E' ancora pericoloso”, la motivazione. E probabilmente lo era sul serio: soprattutto per le realtà celate che avrebbe potuto raccontare.

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