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giovedì 28 luglio 2016

LA STRAGE DIMENTICATA DI VIA PALESTRO

Via Palestro: la strage dimenticata di Cosa Nostra
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via palestro-Gea Ceccarelli- Non erano anni facili, né tranquilli.
L'Italia stava facendo i conti con Tangentopoli e con le stragi. Falcone e Borsellino erano stati ammazzati da poco più di un anno; una ferita ancora aperta per tutti gli italiani che, frattanto, assistevano al disfacimento della Prima Repubblica. Erano anni in cui tutto il marcio della storia del Paese sembrava in procinto di emergere, invece si insinuava ancora più a fondo. Erano anni in cui istituzioni e poteri deviati scendevano a compromessi, gli anni della cosiddetta trattativa Stato-mafia. Il '93, nello specifico, era l'anno in cui Cosa Nostra abbandonava la Sicilia per trasferirsi in continente.
Attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, significa annientarlo. Toglierne la storia, l'identità. “Ti immagini se l'Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?”, aveva detto Nino Gioè, nel tentare di convincere la mafia a procedere con gli attentati per tutta la Nazione. A dargli l'idea, forse, la Primula Nera, l'ex terrorista nero e legato ai servizi segreti, Paolo Bellini. Una serie di attentati che avrebbero spinto le istituzioni a cedere alle richieste di Cosa Nostra, rispettare i patti presi, accelerare sui tempi.
Il 27 maggio, ad essere colpita fu Firenze. In via dei Georgofili, a pochi passi dagli Uffizi, trovarono la morte cinque persone. Due mesi dopo, la notte del 27 luglio, altretre bombe deflagrarono: due si trovavano a Roma, presso le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. La terza esplose a Milano, in via Palestro: il Pac, il Padiglione d'Arte Contemporanea, fu distrutto. A perdere la vita, anche in questo caso, cinque persone: i tre Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, il vigile urbano Alessandro Ferrari e il cittadino del Marocco Moussafir Driss, che dormiva su una panchina a pochi passi dal luogo dell'esplosione.
Un incidente: così vennero definite quelle vite spezzate. Quella sera, a detta di Cosa Nostra, non dovevano registrarsi vittime. Solo che qualcosa non era andato secondo i piani. Non solo, infatti, la Fiat Uno caricata con 90 chili di tritolo esplose un'ora prima del previsto, ma, inoltre, aveva cominciato a perdere fumo dal cofano. Un segnale che preoccupò alcuni passanti, i quali preferirono avvertire le forze dell'ordine e i soccorsi. Quando però le autorità giunsero sul luogo, l'autobomba esplose e lasciò in vita solo Catia Cucchi, la vigilessa che era di pattuglia con Ferrari. Erano le 23.14 e il Pac era ancora in piedi.
Le persone si riversarono in strada e corsero in via Palestro per capire cosa fosse accaduto. Uscirono dai ristoranti, dai bar, e si diressero sul luogo dell'esplosione. Ben pochi, nei paraggi, non lo fecero. Uno in particolare: Roberto Enea, capo di Cosa Nostra a Milano, che si trovava all'interno di una sala da biliardo nei pressi del Pac. Quando scoppiò l'inferno, tutti gli avventori del locale, monitorato dalla Dia, uscirono per controllare cosa fosse accaduto. Lui no: le telecamere degli investigatori lo ripresero mentre, frettolosamente, si allontanava nella direzione opposta. Un atteggiamento sospetto, eppure il suo nome non finì mai nell'inchiesta.
Esattamente come non vi finì mai la “bionda”: una donna che era stata avvistata a Roma, poco prima dell'attentato di via Fauro, a Roma, il cui bersaglio era Maurizio Costanzo. Lei, descritta come magra e bella, fu vista anche quella sera a Milano: secondo due testimoni era stata lei a parcheggiare la Fiat Uno in via Palestro.
Fu lei, forse, a sbagliare anche posizione: come rivelò anni dopo Spatuzza, “a Milano l'obiettivo venne mancato di 150 metri”. Non era il Pac a interessare Cosa Nostra.
Essenziale, in questo senso, visualizzare almeno mentalmente, la mappa della zona: attorno a via Palestro si affacciavano importanti strutture, il cui danneggiamento avrebbe rappresentato chiarissimi segnali, forse addirittura più espliciti della deflagrazione del Padiglione -il quale, alle 4.30 del mattino, a causa di una sacca di gas sotterranea, venne comunque raso al suolo da una seconda, immane, esplosione.-
In primis, a circa cento metri dal museo, si sarebbe trovata una sede massonica: il Centro Europeo di comunicazione, guidato dal Gran Maestro Giuliano Di Bernardo. Poco distante, poi, vi era presumibilmente un ufficio dei Servizi Segreti. E ancora: nei pressi, si trovavano gli uffici di Marcello Dell'Utri, oggi imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, a causa dei suoi rapporti comprovati con membri di Cosa Nostra.
Subito, sul posto, giunsero i pm milanesi, ma ben presto il caso passò in mano alla procura fiorentina: l'esplosivo utilizzato nell'attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili. Si parla del tritolo confezionato da Giuliano, Lo Nigro e Spatuzza all'interno del rudere di Mangano. Una prova chiarissima dello stampo mafioso dell'eccidio: eppure, nella sentenza di primo grado della Corte d'Assise di Firenze, i giudici scrivevano come la strage milanese fosse “rimasta praticamente oscura nelle modalità di esecuzione e, in parte, negli autori.”
Fu necessario attendere il verdetto d'appello per conoscerne qualcuno: “Antonino Mangano, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Gaspare Spatuzza. Alle persone sopra dette, indicate dai collaboratori, vanno aggiunte Giacalone Luigi, Benigno Salvatore e gli stessi Antonio Scarano e Grigoli Salvatore e Pietro Carra”.
Spatuzza ne aggiunse altri: spiegò come l'esplosivo fosse stato consegnato il 23 luglio e trasportato su un camion guidato da Carra e Lo Nigro a Milano, dove, a prender parte all'attentato, vi erano anche Giovanni Formoso e i fratelli Filippo Marcello e Vittorio Tutino. Quest'ultimo, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, è stato assolto in via definitiva per quella di Milano, così che non potrà più essere chiamato alla sbarra. Il fratello, Filippo Marcello, è stato arrestato solo due anni fa.
Secondo Spatuzza, le menti dell’operazione furono i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Quella notte, però, si trovavano a Forte dei Marmi, ospiti dell'imprenditore milanese Enrico Tosonotti, in rapporti con Dell'Utri. Furono arrestati sei mesi dopo, il 27 gennaio del '94, scoperti in un ristorante con le fidanzate e due amici, Salvatore Spataro e Giuseppe D’Agostino, entrambi mafiosi di Brancaccio. Tra i due è D’Agostino a richiamare in causa, ancora una volta, Dell'Utri: era salito a Milano, a suo dire, perché gli era stato promesso un lavoro all'Euromercato -ai tempi gestito da Berlusconi- e perché suo figlio era in procinto di entrare nei pulcini del Milan. Ovviamente grazie al braccio destro del futuro premier.
Triangolazioni e punti oscuri che, ancor'oggi, a 21 anni dalla strage, non trovano risposta. L'eccidio di via Palestro è l'attentato di Cosa Nostra meno conosciuto e più misterioso. Ha faticato addirittura ad essere considerato tale: soltanto nel 2013, d'altra parte, la targa che spiccava sulla strada, e che recitava: “vittime innocenti per un vile attentato”, è stata sostituita con un più opportuno e credibile: “strage mafiosa per ricattare lo Stato”.

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