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giovedì 14 luglio 2016

LA NUOVA DESTRA DI ANGELINO

Alfano frena i ribelli e nasconde il dissenso. Ma Ncd è un vulcano pronto a esplodere

Alfano

Niente imboscata in Senato, la fronda interna prende tempo. Ma il leader snobba i dissidenti e si oppone all'uscita dal governo: «Tagliando in autunno, dopo il referendum». Scontro rinviato, ma Ap resta una polveriera

I numeri dell’Aula, per il momento, sono ancora dalla sua parte. Li ostenta, superbo, Angelino Alfano. E a questi si affida per cantare vittoria, una volta che il governo supera lo scoglio del disegno di legge sugli enti locali. Era un voto a rischio imboscata, con la maggioranza assoluta da incassare, tra le minacce alla vigilia dei centristi. Ma dentro Area popolare, in 29 votano compatti con l’esecutivo, con solo due assenze. Un vessillo che il ministro può sbandierare, di fronte ai cronisti in Senato, per tentare di nascondere un dissenso che cova da mesi dentro il Nuovo centrodestra, prima di quell’assemblea “sfogatoio” richiesta fin dal flop delle Comunali.
GUARDA L’INTERVISTA AD ANGELINO ALFANO
Niente messaggi “politici” diretti a Palazzo Chigi, niente agguati pubblici: è la prova, si agita ai microfoni il leader di Ncd, che «la fronda interna non esiste». Soltanto un «falso», un’invenzione giornalistica. Un «bluff». Una versione alla quale il titolare del Viminale si affida per esorcizzare le ombre dell’ammutinamento dentro Area popolare. Lì, dove almeno una decina di ribelli contesta da mesi la sua linea morbida verso il premier Renzi.
C’è chi attacca in pubblico la sua strategia politica, come i senatori Esposito e Azzollini. O lo stesso Roberto Formigoni, uno che vorrebbe Ncd fuori dal governo, per passare all’appoggio esterno. Non se ne parla per Alfano e i lealisti, lui reclama quantomeno un «cambio di strategia»: «Il nostro compito al governo si è esaurito con le riforme. Alfano non vuole uscire? Bene, offra un’alternativa. Ma servono garanzie da Renzi. Un impegno formale prima del referendum, perché la linea che ha adottato non è la nostra». Ma l’impressione è che l’Italicum da modificare sia la priorità: «Dario Franceschini e Carlo De Benedetti dicono tutto il male possibile, possibile che noi restiamo zitti?», affonda Formigoni.
Non è l’unico. Perché anche chi non vede al momento alternative al governo, come il presidente della commissione Giustizia Nico D’Ascola, avverte e non lesina critiche: «Il problema è la linea politica. Non possiamo passare per la stampella del Pd. Penso ai repubblicani di La Malfa, ai tempi del pentapartito. Nessuno si sognava di tacciarli come subalterni…». Pesa il flop delle Amministrative, come l’incubo irrilevanza per un partito ridotto ai minimi termini di consenso. Da una parte alleato con Renzi, dall’altra con i suoi avversari.
E pesano le diffidenze. Perché c’è chi sembra lavorare nell’ombra, come l’area sudista. E dietro le quinte, per un ritorno nell’alveo del centrodestra. Come Renato Schifani, accolto pure ad Arcore dal vecchio leader azzurro Silvio Berlusconi. Prove di convergenza? Lui si difende dalle accuse dei lealisti, rimarcando la prova lealtà di Ap al governo. E sbandierandola come un suo successo: «Sono capogruppo, il mio compito è di tenerlo unito». Quasi un avvertimento diretto ad Alfano. Tradotto, se Ap è stata coesa, è una sua vittoria personale.

ALFANO SI NASCONDE DIETRO IL VOTO DEL SENATO

Alfano però si trincera nella sua linea, invoca fedeltà al partito, frena la rivolta interna promettendo l’apertura di una nuova fase, con il cantiere da lanciare in autunno. Ma non c’è spazio, nella mente del ministro, per lasciare l’esecutivo. Soltanto la prospettiva di un “tagliando”politico, di un confronto con il premier. Ma non prima di quel referendum sulle riforme di ottobre (forse novembre) che resta lo spartiacque della legislatura. Sia che vinca il “sì” o il “no“. Certo, è già un passo aver fermato la diaspora, almeno per ora.
Perché tutto ribolliva intorno ad Alfano, in una settimana passata prima a difendersi da intercettazioni bollate come “barbarie, quelle dell’inchiesta Labirinto, poi dalle fibrillazioni interne al partito. Ora può auto-celebrarsi e incensarsi come leader di un’area ancora essenziale per l’esecutivo: «Senza di noi il governo non ha la maggioranza, con noi può prescindere da tutti gli altri», è il messaggio diretto a Palazzo Chigi. Chiaro che gli “altri” abbiano le sembianze dell’Ala di Verdini, l’ex sodale del Cav che Alfano continua a guardare con diffidenza. Il motivo? Voleva lanciare l’Opa anche sul gruppo di Ap, l’ex regista del patto del Nazareno. E sostituirsi come gamba destra della maggioranza. Eppure, precisano sia dal Pd che in casa centrista, resta ancora nelle vesti della «forza aggiuntiva». Non determinante in Parlamento. Ora anche in disparte, dopo il debutto amaro delle Amministrative, nei laboratori naufragati delle alleanze Pd-Ala.

IL LIMBO DI NCD, TRA GOVERNISTI E RIBELLI. UN BIG SI SFOGA: «MA LE SEMBRA UN PARTITO SERIO, NCD?»

Alfano, al contrario, rivendica le sue scelte. E allontana il rischio scissione: «Dobbiamo decidere come chiudere una fase e aprirne un’altra. E dare un segno di unità per non respingere chi ha già dato disponibilità a costruire insieme un nuovo soggetto politico». È l’idea del quarto polo, quella di Alfano. Quello moderato, dei Popolari, da costruire con Flavio Tosi e con chi ci starà. Un modello che rispecchi lo schema di governo, lontano dai populismi. Un progetto che mantenga la sua attenzione verso il Pd di Renzi, in attesa che cambi l’Italicum. Ma questa prospettiva per ribelli come Formigoni «non esiste». Né esalta chi, come il capogruppo alla Camera Lupi, punta al “modello Milano“. Quello che ha sostenuto Stefano Parisi, sconfitto di poco al ballottaggio.
Alfano prova a mediare, ma non vuol sentirne di cambiare linea. E preferisce trincerarsi dietro il successo di carta dell’Aula, ai piedi di un vulcano, Ncd, che può esplodere da un momento all’altro. Perché è chiaro che dietro l’attendismo di ribelli e delusi si nasconda soltanto un calcolo di opportunità politica. L’incertezza per un destino politico tutto da scrivere. Alla buvette è un big dell’ala governista a sfogarsi, mentre sorseggia un caffè, chiedendo l’anonimato. Quasi un flusso di coscienza, simbolo del limbo e della confusione più totale: «Una scissione dentro Ncd? Le faccio una premessa: secondo lei è questo è un partito serio? Glielo dico io: no, non lo è. Se non lo è il partito, come possono esserlo i suoi dissidenti…», replica sarcastico.
Tradotto, l’impressione è che dentro Ncd gran parte del gruppo “tiri a campare“. Senza una meta. O senza alternative. In attesa del referendum. Di un segnale di Renzi. O anche di Berlusconi. «Sa, nella politica i tempi sono tutto. Io sarei pure pronto a fare la guerra al premier, ma senza un casus belli, che senso avrebbe? Già valiamo poco o nulla, diventeremmo irrilevanti», spiega un’altra fonte di Ap in Senato. Tradotto, dentro Ncd si resta tra color che son sospesi. Nella terra di mezzo, tra un centrodestra che fa fatica a riorganizzarsi, un quarto polo tutto da costruire, un Pd di Renzi che non offre garanzie. E con un referendum all’orizzonte dal verdetto tutt’altro che scontato. Alfano ne è consapevole, al di là dei tentativi di esorcizzare la fronda. Oggi si aggrappa ai numeri. Ma il suo destino è precario, lo scontro interno soltanto rinviato. Anche perché, se l’Italicum non cambia, dentro Ncd-Ap i due terzi rischierebbero la rielezione. Sarebbero le premesse per l’implosione. E pure il suo leader verrebbe affossato.

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