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mercoledì 27 luglio 2016

KRAFTWERKMANIA

Kraftwerk, show elettronico nell’Arena. Secoli di musica in 4 computer portatili 

Verona: al concerto della band tedesca novemila persone con occhialini 3D
I quattro Kraftwerk in un momento del concerto

LA STAMPA 26/07/2016
INVIATO A VERONA
Le millenarie gradinate dell’Arena di Verona e la musica sintetica dei Kraftwerk. Il contrasto è straniante, più di quanto devono essere state le esibizioni al MoMA, alla Tate Modern, alla Fondation Louis Vuitton e alla Neue Nationalgalerie a Berlino. L’unico concerto italiano del 2016 dei Kraftwerk è un evento da tutto esaurito: all’Arena non mettono in scena The Catalogue, il progetto che prevede l’esecuzione integrale di tutti e otto gli album, uno per sera, ma presentano il meglio della loro produzione, con visual in 3D e 9000 persone con i regolamentari occhialini.  

Poco più di due ore di spettacolo, una ventina di canzoni per ripercorrere una storia che inizia nel 1970, quando debuttano Florian Schneider e Ralf Hütter, musicisti di formazione classica, che citano Stockhausen e Pierre Schaeffer. Si chiamano Kraftwerk, “centrale elettrica”. Influenzeranno la musica dei decenni successivi come forse solo i Beatles: dai new romantic alla techno, passando per l’ambient, l’house, l’hip hop e mille altri generi, in tanti hanno ripreso l’idea che le macchine potessero diventare strumenti musicali. Qui si riappropriano, ad esempio, di Computer Love, usata dai Coldplay per un singolo di qualche anno fa, poi citano se stessi in qualche accenno di canzone, quindi fanno di Radioactivity un delirio lucidissimo di suoni e rumori. Nel 1975, quando il brano fu pubblicato, sembrava una dichiarazione d’amore per l’energia nucleare, oggi è un manifesto ecologista, con una strofa cantata in giapponese per ricordare Fukushima; per capovolgerne il senso è bastato aggiungere una parola al ritornello (“Stop radioactivity”).  


I Kraftwerk scardinano i concetti tradizionali di artista e di ispirazione. Si dichiarano “musik-arbeiter”, lavoratori della musica, passano otto ore al giorno nei Kling Klang Studios come impiegati qualsiasi. Della formazione originale rimane solo Ralf Hütter, dopo che nel 2008 ha lasciato anche Florian Schneider; sul palco però sono sempre in quattro, oltre a Hütter, Henning Schmitz e Fritz Hilpert c’è Falk Grieffenhagen, che non suona ma controlla gli effetti video. 

Quello dei Kraftwerk è uno show multimediale di teutonica precisione e complessità, il sogno dell’opera d’arte totale wagneriana costruito con computer e tecnologie digitali. I musicisti scompaiono tra le cifre nell’iniziale Numbers, diventano parte della scenografia, in un accoppiamento assai giudizioso tra uomo e macchina. Man-Machine è un capolavoro, con la grafica (puro suprematismo russo), che esce dal palco e volteggia sul pubblico. Spacelab è un viaggio spaziale, con Verona vista dallo spazio. Il 3D dei video è nitidissimo, e mai a un concerto il suono è stato così chiaro e potente.  

I Kraftwerk dal vivo a Venezia nel 1978

Oltre a tedesco e inglese, Hütter canta in giapponese, francese, spagnolo e russo: “Ya tvoi sluga, ya tvoi rabotnik”. “Sono il tuo servo, sono il tuo lavoratore”. Per il primo bis le postazioni dei musicisti sono occupate da quattro automi con le loro sembianze, che si producono in una danza surreale sulle note di The Robots, anno 1978. Come gli altri brani, sembra uguale all’originale e non lo è: tutti i suoni sono digitali, ricreati sui computer portatili che costituiscono tutta la strumentazione della band tedesca. I ritmi sono accentuati, i tempi dilatati (a parte Autobahn, ridotta a circa 7 minuti dai 22 minuti e passa della versione del 1974). 

Kraftwerk d’annata: l’intervista di Corrado a Domenica In nel 1978

Dove i Kraftwerk rimangono più fedeli a se stessi (The Model Neonlights) l’effetto nostalgia è dietro l’angolo. L’immaginario estetico della band è una sorta di futurismo retrò, fatto di abiti antracite, camicie rosse e cravatte nere, dove il cielo è sempre azzurro e il progresso arriva sulle rotaie di un treno (Trans Europe Express, che in tempi di Brexit acquista un nuovo significato). Su queste note sono nati insieme gli Einstürzende Neubauten e Afrika Bambaataa, qui i Daft Punk si scoprono nipoti di Philip Glass. Come in Tour de France, i rumori diventano musica, si intrecciano con le percussioni, si scompongono e si moltiplicano, si alternano con linee melodiche che rimandano alla tradizione sinfonica tedesca. Per il pubblico dell’Arena c’è anche un piccolo regalo: “Io sottraggo / e aggiungo / Io controllo / e compongo / Se io spingo un bottone / Lui fa una canzone”; è Pocket calculator, in italiano. Si chiude, come sempre con Music Non stop. La musica non si ferma, la musica - come recita una scritta che volteggia in aria - trasporta idee. E a un concerto dei Kraftwerk ce ne sono molte. 

I Kraftwerk in italiano a Discoring nel 1981 (e stasera all’Arena di Verona)

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