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lunedì 18 luglio 2016

INFANZIA E SOCIETA'

Società sostenibili e infanzia (non) negata

ALTRENOTIZIE
di Tania Careddu
C’è un inequivocabile rapporto tra lo sviluppo sostenibile e l’eliminazione radicale della disuguaglianza fra i bambini. Talmente tanto chiaro che, quando duecento leader mondiali si sono riuniti, nel settembre 2015, per mettere nero su bianco un piano quindicennale finalizzato a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG), non hanno potuto fare a meno di includere traguardi specifici per porre fine alle piaghe che minano l’uguaglianza: il lavoro minorile, la schiavitù, il traffico di esseri umani e la violenza contro i minori. Così da dedurre che le società sostenibili possono essere tali solo quando i bambini sono al sicuro, sani e istruiti. Equamente.

Ma la maggior parte dei dati recenti, riportati nel rapporto "La condizione dell’infanzia nel mondo 2016-La giusta opportunità per ogni bambino", redatto da Unicef, dimostra che nel mondo ci sono ancora centocinquanta milioni di bambini lavoratori, cinquantanove milioni di loro, in età da istruzione primaria, che non frequentano la scuola; quindici milioni di ragazzine sotto i diciotto anni che, ogni anno, sono costrette a sposarsi; milioni di bambini che convivono con una disabilità che ne pregiudica l’inclusione; trentasette milioni di minori, che vivono in zone colpite da gravi crisi, esclusi dall’istruzione e quasi due terzi dei bambini che vivono in luoghi colpiti da disastri climatici, senza una copertura vaccinale.

Per lavorare nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio, nelle miniere di mica e nelle fornaci di mattoni in India, vendere fiori in Colombia, cucire palloni di calcio in Pakistan. Ignorando che un aumento del lavoro minorile, oltre ad annullare totalmente i diritti fondamentali di ogni bambino, determina maggiore disoccupazione tanto che, oggigiorno, per i centocinquanta milioni di minori tra i cinque e i quattordici anni che svolgono attività lavorative da grandi, ci sono duecento milioni di adulti disoccupati che, va da sé, non possono garantire una vita dignitosa ai loro figli.

Non solo. Studi economici recenti dimostrano che ogni dollaro investito nell’istruzione di qualità renderà quindici volte la somma investita nel giro di due decenni; che, in media, ogni anno di scuola in più per ogni bambino si traduce, da adulto, in un incremento di circa il 10 per cento della retribuzione e, per ogni anno di scuola in più completato dai suoi giovani, il tasso di povertà di quel paese si riduce del 9 per cento.

Di più: una ricerca risalente allo scorso anno, effettuata dalla Banca Mondiale, ha rivelato che il semplice fatto di prevenire la denutrizione nella prima infanzia getta le basi, nella vita adulta, per un aumento della retribuzione oraria pari ad almeno il 20 per cento, offrendo, la prima infanzia, se protetta dalla frequente esposizione a eventi cronicamente stressanti come la privazione alimentare e la violenza, la basilare essenziale opportunità di spezzare i cicli intergenerazionali di disuguaglianza. Che “mettono in pericolo intere società”. Parola del direttore dell’Unicef, Anthony Lake.

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