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martedì 19 luglio 2016

IL CODICE DEONTOLOGICO DEI GIORNALISTI

Pentiti da fotoromanzo e giornalismo d’accatto

ARTICOLOTRE
pentiti-R.C.- Vige  un codice deontologico tra i giornalisti che stigmatizza  l’iscritto all’Ordine che denigri un collega.
Ma esistono anche giornalisti che, per i più svariati motivi, non ultimo l’obbedire a precisi ordini di scuderia, screditano colleghi attaccandoli trasversalmente.
Per carità le opinioni, pur in un Paese che non occupa i piani nobili in materia di libertà di stampa, sono del tutto lecite, sono le menzogne ad essere inaccettabili, soprattutto se confutate dai fatti e da verità processuali.
Una testata siciliana on-line ha pesantemente attaccato i collaboratori di giustizia, etichettandoli come “pentiti da fotoromanzo”.
Nel mirino Franco Di Carlo, all’indomani dell’uscita di Sbirri e Padreterni, scritto dal giornalista Enrico Bellavia in collaborazione appunto con l’ex boss di Altofonte. Materia del contendere sono le dichiarazioni rilasciate da Di Carlo nei confronti di Bernardo Mattarella, padre dell’attuale Capo di Stato.
In tempi non sospetti, Un Uomo d’onore, biografia di Franco Di Carlo scritta sempre da Bellavia, dedica un ampio capitolo a Mattarella, dipinto come organico alla famiglia di Castellammare del Golfo. Il legale della famiglia Mattarella ha bollato tali affermazioni come “Fandonie di un uomo che non sa nulla”.
Attacco quantomeno superficiale, Di Franco Di Carlo si può dire  tutto, meno che non conosca una certa stagione di Cosa Nostra, di cui è fuor di dubbio la memoria vivente. L’ex boss di Altofonte ha confutato una per una le affermazioni del legale dei Mattarella e non sulle pagine dei giornali, ma in sede processuale, escusso dall’avvocato Fabio Repici.
L’autore  dell’articolo in questione, inoltre omette di dire che Di Carlo si esprime in termini più che lusinghieri nei confronti di Piersanti e Sergio, i figli di Bernardo Mattarella “Quando Piersanti venne ucciso provai un grande dolore, perché sapevo che era stata uccisa una persona perbene”.
Di Carlo racconta una stagione di mafia vissuta da protagonista quando, a suo dire, politici, banchieri, nomi eccellenti della finanza erano organici a Cosa Nostra, o facevano la coda per entrarci: una condizione tanto perversa quanto normale, Cosa Nostra era uno Stato all’interno dello Stato.
Pertanto perché stupirsi o indignarsi se politici di primo piano vengono accostati all’onorata società? Perché screditare un collega che racconta verità riscontrate processualmente?
Perché la solita melensa solfa del pentito ad orologeria?
La risposta di Di Carlo è illuminante “Mi sembra che i tempi siano cambiati”.
 Già un certo Tommaso Buscetta rifiutò di parlare con Giovanni Falcone del cosiddetto terzo livello della mafia “Signor giudice, non arriveremmo a domani né lei né io”.
E’ innegabile che tanti collaboratori di giustizia si siano rivelati inaffidabili e inattendibili, ma bollarli tutti come criminali che hanno dato vita ad un filone letterario è intollerabile.
Poi, come sempre, a credere a credere a certe rivelazioni, come già accaduto in passato, è sempre la mafia.
Domandare a Enrico Bellavia e alle minacce subite: lo potrà confermare.

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