IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

Cerca nel blog

Caricamento in corso...

venerdì 22 luglio 2016

IL BATTERIO SUICIDA CHE SCONFIGGEREBBE IL CANCRO

Un batterio sintetico e «suicida» diventa arma contro il cancro

Studio americano: dopo avere rilasciato il farmaco nelle cellule malate il microrganismo agisce come un kamikaze per evitare di moltiplicarsi. La ricerca sulla rivista Nature

LA STAMPA 20/07/2016
La salmonella è un batterio patogeno per l’uomo, per cui rappresenta la prima causa di infezioni acquisite dal contatto con gli alimenti. Ma se adeguatamente «istruiti» in laboratorio, questi microrganismi possono diventare un’arma da puntare contro le cellule tumorali. La liberazione dal loro interno di un farmaco è quanto serve per le cure oncologiche. Al resto non occorre pensare. Una volta assolto il proprio compito, il batterio sintetizzato in laboratorio sarebbe infatti in grado anche di togliersi la vita. Così da non esporre ad alcun rischio il paziente. 
RISULTATI INCORAGGIANTI ASSIEME ALLA CHEMIOTERAPIA  
È questa la prospettiva che emerge da uno studio appena pubblicato nel pomeriggio sulla rivista Nature, grazie alla collaborazione tra alcuni ricercatori dell’Università di San Diego e dei colleghi del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston. Gli scienziati, da tempo attivi nel campo della biologia sintetica, hanno realizzato in laboratorio un batterio in grado di tornare utile anche in ambito oncologico. L’obiettivo della ricerca era infatti quello di poter indirizzare il microrganismo, in questo caso una salmonella, nel colon-retto di alcuni topi, a cui era già stato diagnosticato un tumore. Il batterio, usato come vettore, avrebbe dovuto avere un duplice compito: «suicidarsi» nel sito della neoplasia in modo da rilasciare il farmaco in esso inserito dai ricercatori. Soddisfacenti sono stati i risultati della sperimentazione preclinica. Somministrati per via orale, i batteri ingegnerizzati hanno garantito l’apporto del medicinale nel colon, cui è seguita una diminuzione della dimensione del tumore. Successivamente i ricercatori - i batteri sono stati ingegnerizzati all’Università di San Diego, mentre il trattamento è stato condotto al Mit di Boston - hanno adottato lo stesso trattamento in topi colpiti dalla stessa malattia, che nel frattempo aveva però generato metastasi a livello del fegato. Anche in questo caso l’effetto è stato sorprendente, con una sinergia stabilita da questo approccio con la chemioterapia tradizionale. Risultato: la riduzione della massa tumorale e una sopravvivenza prolungata. 
AGGREDIRE IL CANCRO DALL’INTERNO  
Correttamente, gli autori dello studio, guidati da Jeff Hasty, docente di bioingegneria all’Università di San Diego, si sono affrettati a precisare che «il nuovo approccio non è stato in grado di far guarire alcun topo dalla malattia». Eppure i risultati preliminari, ottenuti su modello animale, documentano un aumento pari quasi al cinquanta per cento della prospettiva di vita. Sta di fatto che è la prima volta che si esplora la possibilità di programmare il ciclo vitale dei batteri per ottenere un effetto farmacologico e al contempo evitare che si moltiplichino nell’organismo. Non è un caso che nel documento scientifico questo modus operandi venga definito con una sola parola: kamikaze. Come spiega Hasty, che da tempo lavora sull’ingegnerizzazione dei batteri anche per la bonifica delle acque, «se consideriamo la partita contro il cancro alla stregua di una guerra, i batteri rappresentano l’esercito invisibile che entra all’interno del territorio nemico». Una differenza sostanziale, secondo lo scienziato, rispetto alla chemioterapia, che invece «aggredisce dall’esterno, ma risulta in genere poco efficace nei tessuti carenti di ossigeno», dove invece i batteri, comunicando attraverso il sistema del quorum sensing, riuscirebbero comunque a farsi largo e a mettere in atto una strategia d’offesa alla malattia. Da non sottovalutare anche l’azione mirata, che tiene invece al riparo i tessuti sani circostanti. Peculiarità che appartiene pure alle terapie mirate già in uso nell’uomo, ma non alla chemioterapia: di cui non si riesce ancora a fare a meno, in molti casi. 
MA RESTANO DIVERSI ASPETTI DA CAPIRE  
Resta da capire quale possa essere la combinazione migliore, sul piano qualitativo e quantitativo, tra l’iniezione di batteri e la somministrazione di un farmaco. Così come è da comprendere quali aspetti guidino la popolazione batterica nel terreno del nemico. Un’ipotesi avanzata dai ricercatori è quella che vedrebbe i patogeni dirigersi nella zona del tumore per una questione di «sopravvivenza». Trovare riparo in un distretto dell’organismo in cui il sistema immunitario non funziona come dovrebbe li porrebbe infatti al sicuro dall’azione dei globuli bianchi, chiamati al coordinamento dei meccanismi di difesa dall’azione dei diversi microrganismi patogeni.  

Nessun commento:

Posta un commento