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mercoledì 6 luglio 2016

I RIFIUTI SPECIALI SUPERANO QUELLI URBANI

Una montagna di “rifiuti speciali”: sono quattro volte quelli urbani

Dal rapporto Ispra la fotografia di un settore su cui l’Italia ha fatto passi avanti. Più recupero di materia, ma troppa esportazione, e l’amianto resta un grosso problema
Una discarica abusiva di materiale contaminato da amianto

LA STAMPA 06/07/2016
Rifiuti speciali, in Italia sono quattro volte più di quelli urbani. È questo il dato che emerge dal rapporto «Rifiuti Speciali», diffuso stamane dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). Nel 2014 sono stati prodotti circa 130,6 milioni di tonnellate di scarti generati da industrie e aziende. Un numero che pone il nostro Paese all’ottavo posto tra i produttori di rifiuti in Europa: preceduto da Germania, Francia, Romania, Regno Unito, Polonia, Bulgaria e Svezia.  

L’aumento, rispetto all’anno precedente, è determinabile in una quota prossima al cinque per cento: ovvero più di sei milioni di tonnellate. Inferiore di oltre un quarto, invece, la quota di rifiuti urbani (trenta tonnellate) prodotta dagli italiani. Alla base del trend in crescita, secondo gli esperti, c’è l’aumento delle operazioni di costruzione e demolizione (+39,7 per cento) e di quelle derivanti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue (+27,4 per cento). Minore invece l’impatto assicurato da altre «fonti» di rifiuti pericolosi: come il settore dell’acqua e delle reti fognarie (+ 3,5 per cento), quello dell’energia, del gas, del vapore e dell’aria (+ 2,5 per cento). 



COSA SONO I RIFIUTI SPECIALI?  
Si definiscono “speciali” tutti i rifiuti non urbani, prodotti da industrie e aziende. Si differenziano in “non pericolosi” e “pericolosi”. I primi appartengono prevalentemente al settore manifatturiero, delle costruzioni e demolizioni e di alcune tipologie di trattamento dei rifiuti. I “pericolosi” sono generati dalle attività produttive che contengono al loro interno sostanze pericolose in concentrazioni tali da conferire pericolo (ad esempio, raffinazione del petrolio, processi chimici, industria fotografica, industria metallurgica, produzione conciaria e tessile, impianti di trattamento dei rifiuti, ricerca medica e veterinaria). 



CHE FINE HANNO FATTO I RIFIUTI SPECIALI?  
A fare da contraltare all’aumento della produzione di rifiuti speciali, c’è però anche la maggiore capacità di gestirli, attraverso il riciclaggio o lo smaltimento. La forma di gestione dei rifiuti speciali più utilizzata nel 2014 - in oltre il 75,7 per cento degli scarti prodotti - s’è rivelata il recupero della materia scartata. L’evidenza, secondo gli esperti, «conferma le buone performance dell’Italia nell’Unione Europea quanto al riciclo dei rifiuti speciali», dato che la media del Vecchio Continente è parti al 45,7 per cento. Meglio ha fatto soltanto la Slovenia (80,3 per cento), subito alle spalle il Belgio (73 per cento) e la Germania (70 per cento). Conversione in energia, incenerimento e stoccaggio in discarica le altre possibili «seconde vite» dei rifiuti speciali. In leggero calo (-4,7 per cento) le procedure di recupero energetico, in aumento invece il ricorso all’incenerimento (+540mila tonnellate) e al deposito in discarica (+460mila tonnellate). Una procedura, quest’ultima, che risulta però impossibile in Campania, vista l’assenza sul territorio di discariche adatte allo smaltimento dei rifiuti speciali. 


PIÙ IMPORT CHE EXPORT  
Dove vanno a finire i rifiuti speciali prodotti a Napoli e dintorni? Esportati: fuori regione o all’estero. Sì, perché esiste anche un «commercio» di rifiuti, che nel 2014 ha visto l’Italia più attiva nelle importazioni (6,2 milioni di tonnellate) che nel trasferimento verso altri Stati. Dove approdano i rifiuti speciali italiani? Prevalentemente in Germania, Cina e Grecia. Nel Paese di Angela Merkel finiscono prevalentemente rifiuti pericolosi provenienti dagli impianti di trattamento dei rifiuti, delle acque reflue, della potabilizzazione dell’acqua, dalle operazioni di costruzione e demolizione. Destinazione sono le miniere di sale e in particolare quella di Stetten in Baviera, nella quale i rifiuti vengono utilizzati per la messa in sicurezza delle cavità a seguito dell’attività estrattiva. Finiscono spesso oltre i confini nazionali anche gli pneumatici fuori uso. Destinazioni preferite: Germania e Corea del Sud, dove i materiali di risulta vengono utilizzati per il recupero della materia prima (gomma) o per la produzione di energia (biogas). 


L’AMIANTO È ANCORA UN’EMERGENZA  
Le prove sono inconfutabili: sulla capacità dell’amianto di causare il mesotelioma della pleura non vi sono dubbi. Ciò su cui occorre agire è il processo delle bonifiche. Ogni anno vengono smaltite 380mila tonnellate di rifiuti del minerale, per quasi cinquant’anni utilizzato da diversi settori industriali: dalla cantieristica navale al tessile, dal metalmeccanico all’edilizia. Ma il quadro è ancora largamente incompleto: serviranno più di ottant’anni per dismettere gli oltre 32 milioni di tonnellate di asbesto presenti nel Paese. Un ritardo che porterà il Paese, secondo gli specialisti, a registrare un picco dei nuovi casi di mesotelioma tra il 2020 e il 2025. Tesi che trova parziale conferma nel rapporto diffuso dall’Ispra, secondo cui «dopo una tendenziale crescita dal 2007 al 2010 e un picco nel 2012, lo smaltimento appare in forte diminuzione». Sono in calo le demolizioni? L’ipotesi non è da escludere, «ma non si è in grado di confermarla, perché non esiste un censimento delle strutture contenenti amianto». La Lombardia si conferma la regione che produce il maggior quantitativo di rifiuti provenienti dal cemento amianto: 119 mila tonnellate, pari al 35% del totale nazionale.  

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