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venerdì 1 luglio 2016

DUETTE SECONDO LA STAMPA ITALIANA (EPPURE LA GENTE FILIPPINA LA PENSA DIVERSAMENTE)

Filippine, lo sceriffo Duterte



ALTRENOTIZIE
di Michele Paris
Nonostante l’insediamento ufficiale del discusso nuovo presidente delle Filippine, Rodrigo “Rody” Duterte, sia avvenuto soltanto giovedì, le settimane trascorse tra questo evento e le elezioni nel mese di maggio sono già state segnate in maniera drammatica da una peculiarità che ha contraddistinto la sua carriera politica a livello locale. Da oltre un mese, cioè, l’arcipelago-paese del sud-est asiatico è attraversato da un’ondata di omicidi sommari di criminali per lo più di bassa lega per mano delle forze di polizia o di killer appositamente assoldati dalle autorità.

Duterte è stato a lungo sindaco della città di Davao, sull’isola meridionale di Mindanao, e come tale ha presieduto in maniera nemmeno troppo segreta all’attività di squadre della morte che, secondo alcune stime, hanno ucciso più di mille criminali o presunti tali, tra cui un numero consistente di minori.

A questi stessi metodi Duterte aveva fatto riferimento nel corso della campagna elettorale per le presidenziali, durante la quale non si era fatto troppi scrupoli nel promettere un assalto frontale al crimine nel paese, prevedendo la liquidazione fisica di 100 mila malviventi nei primi sei mesi del suo mandato.

Le promesse raccapriccianti di Duterte non sono sparite nemmeno dopo il successo alle urne. Anzi, il presidente-eletto aveva ad esempio annunciato la distribuzione di premi in denaro per ogni criminale assassinato, con importi a scalare a seconda dell’importanza della vittima.

Se anche le dichiarazioni di Duterte fossero da considerare semplici sparate elettorali per fare leva sui sentimenti di frustrazione della popolazione per l’altissimo livello di violenza nelle Filippine, l’impatto sul paese è stato drammatico, visto che dopo la sua vittoria le esecuzioni per mano della polizia hanno fatto registrare una netta impennata.

Il capo della Polizia scelto da Duterte, l’ex capo del dipartimento di Davao, Ronald De la Rosa, qualche settimana fa aveva esortato pubblicamente i suoi uomini a “sparare per uccidere” se i criminali dovessero opporre resistenza o essere armati. Nei giorni scorsi, invece, in una conferenza stampa De la Rosa ha affermato che ai sospettati di crimini legati al narcotraffico sarà garantito “il diritto di rimanere in silenzio – per sempre”.

Secondo i dati della Polizia filippina, quindi con ogni probabilità sottostimati, nelle sei settimane successive alle elezioni presidenziali gli agenti hanno ucciso in maniera sommaria 54 presunti spacciatori o trafficanti di droga, cioè un numero di gran lunga superiore alla media. Ufficialmente, in tutti i casi sarebbero state rispettate le direttive sull’uso della forza, ma un portavoce della Polizia ha ammesso in un’intervista al Wall Street Journal che l’elezione di Duterte “ha rinvigorito gli sforzi nel contrastare il narcotraffico”.

I giornali filippini e la stampa internazionale hanno riportato a partire dal mese di maggio numerosi casi di assassini extra-giudiziari di presunti criminali, i cui cadaveri sono stati spesso contrassegnati da cartelli con frasi che identificavano la vittima come “spacciatore” o invitavano a non seguirne l’esempio.

Varie municipalità hanno inoltre messo taglie in denaro sulla testa dei criminali, dal trafficante di alto livello fino al semplice ladro. Infine, dal mese di maggio si è moltiplicato il numero di vittime causate da sparatorie tra la Polizia e criminali armati.

Anche altre politiche repressive per combattere il crimine proposte dal neo-presidente delle Filippine sono già state messe in atto in varie città del paese, come ad esempio il coprifuoco nelle ore notturne, che ha portato all’arresto di centinaia di minori che vivono per strada.

Comprensibilmente, le associazioni a difesa dei diritti civili nelle Filippine hanno sollevato l’allarme sulle conseguenze delle iniziative promesse da Duterte, le quali rischiano appunto di scatenare un’ondata di violenze per mano delle forze dell’ordine e di garantire a queste ultime l’impunità per crimini che non vengono evidentemente considerati come tali dai vertici politici dello stato.

A livello internazionale sono state allo stesso modo organizzazioni come Human Rights Watch a denunciare il fenomeno delle squadre della morte già quando Duterte era sindaco di Davao. Recentemente, il Segretario-Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, si è detto anch’egli “estremamente preoccupato” dalla “apparente approvazione degli assassini extra-giudiziari” da parte del neo-presidente filippino.

Tra i governi occidentali e della regione, invece, è prevalso finora il silenzio. Gli Stati Uniti, ovvero il principale alleato strategico delle Filippine, hanno indirizzato qualche timida critica all’amministrazione entrante a Manila. L’atteggiamento dell’amministrazione Obama appare però particolarmente cauto, in attesa di capire quali saranno gli orientamenti economici e, soprattutto, in politica estera che adotterà Duterte.

Da Washington il problema delle esecuzioni sommarie da parte della Polizia filippina è sentito solo nella misura in cui esso può screditare agli occhi della comunità internazionale il capo di un governo che rappresenta un punto fermo nelle manovre strategiche americane in Estremo Oriente, indirizzate fondamentalmente all’accerchiamento della Cina.

Se apprensioni esistono negli USA per Duterte, esse sono legate alla possibilità che il sostituto del fedelissimo Benigno Aquino, cioè il presidente uscente, opti per scelte di politica estera più indipendenti e promuova quindi un riavvicinamento verso Pechino. Infatti, in campagna elettorale Duterte aveva talvolta prospettato proprio una svolta simile, pur assicurando in molte occasioni il sostanziale allineamento delle Filippine alle esigenze strategiche degli Stati Uniti.

Duterte, ad ogni modo, giovedì nel suo discorso d’insediamento ha mantenuto un tono tutto sommato prudente, evitando le uscite imbarazzanti che avevano caratterizzato la campagna elettorale. A un certo punto ha anche affrontato la questione della “lotta al crimine” e le critiche sollevate dal suo approccio non esattamente democratico. Per confortare i suoi accusatori, il presidente filippino ha ricordato il suo passato da avvocato e procuratore che lo rende consapevole quindi dei limiti legali imposti ai poteri dello stato.

Queste rassicurazioni sono apparse simili a quelle pronunciate dallo stesso Duterte e dai suoi portavoce nelle scorse settimane. Le sue indicazioni sarebbero state cioè di uccidere i criminali non in maniera sommaria, ma “soltanto” se essi rappresentano una minaccia per gli agenti o se fanno resistenza all’arresto.

Al di là del prevedibile, anche se relativo, ammorbidimento di Duterte al momento dell’assunzione ufficiale dell’incarico di presidente, la sua ascesa al potere rappresenta l’inquietante avanzamento di forze contrassegnate da tratti apertamente fascisti, nelle Filippine come altrove, in risposta all’aumento delle tensioni sociali e al deteriorarsi della situazione economica.

La presenza di Rodrigo Duterte alla guida di un paese come le Filippine, caratterizzato tradizionalmente da un clima politico e da un sistema legale tutt’altro che estranei alla violenza, nonché al centro della crescente rivalità tra USA e Cina, rischia quindi di produrre una miscela esplosiva e di vanificare i sia pure modesti passi avanti fatti segnare da questo paese sul fronte democratico negli ultimi decenni.

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