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venerdì 22 luglio 2016

DOPO COMO C'E' LA SVIZZERA

Como, l’ultima frontiera per la Svizzera, 200 profughi inchiodati su un prato

La città sul lago come Ventimiglia: bimbi nudi, calze stese, insulti e speranze
Profughi. La maggior parte vuole arrivare in Svizzera o in Germania e non vuole restare in Italia dove «non c’è lavoro»

LA STAMPA 21/07/2016
INVIATO A COMO
Se Como avesse il mare e gli ombrelloni sarebbe Ventimiglia. Per il resto è tutto uguale. Spiaggiati sul pratone di piazza San Gottardo, di fronte alla stazione ferroviaria San Giovanni, ci sono 200 migranti e richiedenti asilo. Non possono andare avanti, la Svizzera ha chiuso le frontiere, alla stazione di Chiasso chi non ha i documenti in regola lo sbattono nuovamente in Italia. E non vogliono tornare indietro. Allora stanno qui, in questo pratone con una fontanella per 200, dove ci si lava e si lavano i panni nei catini di plastica. Dove i bambini girano nudi perché fa caldo. Dove il più piccolo ha un mese, è nato in Libia poco prima della traversata, sua madre rifiuta ogni aiuto e sogna solo di andare in Svizzera e poi in Germania.  

La Svizzera è la nuova America. Lo dicono tutti. Lo dice Haji, 26 anni, dalla Guinea: «Sono qui da una settimana. Ci ho già provato tre volte. Domani ci provo ancora. Voglio andarmene dall’Italia, qui non c’è lavoro, c’è la crisi». Il suo viaggio è l’odissea di tutti: «I pochi soldi che ho li uso per il biglietto del treno. Arrivo in Svizzera e la polizia mi ferma. Non ho i documenti. Mi prendono le impronte digitali. Mi mettono in uno stanzone. Poi con il primo treno mi rimandano indietro». Lui è in Italia dal 2015. Altri sono appena arrivati. Come Samira, 27 anni, etiope, arenata su questo prato insieme al marito: «Vogliamo andare in Svizzera e poi in Germania. Abbiamo là degli amici. Ci dicono che c’è lavoro. Tre settimane fa ero in Libia. Ho attraversato il Mediterraneo con il barcone. Ad Addis Abeba facevo la fame. Qui faccio la fame e la sete e non ho un posto da dormire. Ma da qui non mi muovo finché non riesco ad andarmene». 

È Como la nuova frontiera italiana dei migranti che sognano l’Europa

Da questa piazza, al confine e alla stazione subito attaccata in territorio svizzero, ci sono 6 chilometri. Il viaggio in treno lo tentano tutti. Altri se la fanno a piedi lungo l’autostrada. Ma c’è pure chi scarpina sui binari lungo le gallerie dove si rischia di più e si spera che ci siano meno controlli. Nessuno ha ancora scoperto i sentieri di confine dove passavano gli spalloni quando facevano i contrabbandieri. Se va avanti così arriveranno pure gli spalloni di uomini. Perché quella di Como è l’ultima frontiera. Chiusi Ventimiglia e i valichi per la Francia, blindato il passo del Brennero per l’Austria, doppiamente blindata la via della Slovenia non rimane che passare da Como per arrivare a Chiasso. Daghness, 26 anni, eritreo, al suo Paese faceva il contadino. Qualunque posto in Europa è meglio. Fosse anche questo prato dove la diplomazia e la politica lo hanno inchiodato da cinque giorni: «Dormo sull’erba. Va bene così. Tanto voglio solo andare in Germania». 

Sognare non costa niente. E poi non ci sono alternative. Ogni privazione va bene. Pure gli insulti degli italiani che passano di notte e agitano i pugni e urlano il peggio del peggio. Pure questo operaio dell’Enel che posa i cavi, ordina ai migranti di togliere le calze stese ad asciugare sulla betoniera, e apre la bocca per far uscire l’aria dalla pancia: «Se ci fossero ancora Hitler o Mussolini non avevamo questo problema. Aiutarli? Vadano nei campi. Non va bene così, prima dobbiamo aiutare gli italiani». Chissà quanti sono a pensarla così? Ma tanti si danno da fare per far fronte all’emergenza. Un blindato con cinque carabinieri e due poliziotti in motocicletta controlla discreto. I passeggeri vanno e vengono. La Croce Rossa porta cibo e acqua. 

La Caritas pensa di aprire un oratorio per garantire almeno le docce. Si pensa a un presidio medico soprattutto per i bambini e per chi è più in difficoltà. L’altro giorno erano venuti pure dei volontari svizzeri. L’assessore ai Servizi sociali di Como Bruno Magatti teme il peggio: «Rifiutano ogni ipotesi di finire in un centro di accoglienza. Sognano solo di passare il confine. Facciamo di tutto per affrontare l’emergenza. Ma questo non è un problema di Como. La politica e il governo devono farsene carico». Roberto Bernasconi della Caritas snocciola numeri: «Serviamo 200 pasti in mensa tutte le sere. Più 80 sacchetti con i viveri. Temiamo che ne arrivino altri». Basta attraversare il confine e cambia tutto. Alla stazione di Chiasso le guardie di frontiera anche in borghese controllano ogni treno. Non passa nessuno. Non parla nessuno. Nessuna tolleranza, zero accoglienza. Il cartello della Croce Rossa in stazione invita alla solidarietà: «Aiutiamo gli anziani». Si presume solo se bianchi e ticinesi. 

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