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sabato 30 luglio 2016

CHINNICI CHE INVENTO' IL POOL ANTIMAFIA

Rocco Chinnici, il “giudice buono” che inventò il pool antimafia

ARTICOLOTRE
chinnici-G.C.- Era la prima volta che l'Italia aveva a che fare con un'autobomba: una Fiat 126, verde. Ferma in via Pipitone, a Palermo. Nessuno poteva sapere che sarebbe esplosa da un momento all'altro, neanche lui,Rocco Chinnici, il "papà" del pool antimafia, il "giudice buono".
Chinnici era buono, era onesto. Era un magistrato dalla schiena dritta. Era uno dei pochi che, in quegli anni in cui la mafia veniva spesso e volentieri negata, aveva avuto il coraggio di schierarsi apertamente contro Cosa Nostra. Un affronto che gli costò la vita: il 29 luglio dell'83, esattamente 33 anni fa, fu ammazzato, dilaniato dal tritolo, assieme a due uomini della sua scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile in cui abitava, Stefano Li Sacchi.
"Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta", aveva dichiarato qualche tempo prima, durante un'intervista. Parole che, rilette a decenni di distanza, appaiono come tragiche previsioni.
"Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare", continuava in quell'intervista. Aveva, come ricordò successivamente Borsellino, "la religione del lavoro". La sua necessità di giustizia non era un mestiere, ma una missione. Un credo, da anteporre a tutto. Anche al sacrificio, anche alla morte.
Sapeva che i magistrati antimafia erano tra coloro che rischiavano maggiormente. Per questo aveva ideato il "pool": una squadra di giudici, i quali si dovevano occupare esclusivamente dei processi sulla criminalità organizzata, scambiandosi e confrontando le proprie informazioni. In questo modo, le inchieste venivano rese più sicure e, nel caso in cui uno dei magistrati venisse costretto -anche attraverso la morte- a non seguirle più, gli altri potevano proseguire il  lavoro senza mettere a repentaglio tutte le indagini, senza che sprofondassero nell'oblio.
Fu un'arma dalla potenza incredibile: il "metodo Chinnici" rese vulnerabile Cosa Nostra e l'uomo divenne un bersaglio da eliminare. In maniera eclatante: nessuno doveva porsi contro l'organizzazione. Ma l'effetto conseguito fu l'opposto di quello auspicato dalla mafia: all'indomani dell'attentato, tutt'Italia venne pervasa da un senso di feroce rabbia nei confronti della criminalità organizzata. La mafia s'era palesata e, con essa, anche l'antimafia civile. Una situazione che andava a stemperare così le frustrazioni di quegli uomini in divisa che, subito dopo la morte del giudice, avevano denunciato la loro condizione di isolati, di individui abbandonati dalle istituzioni. “Siamo in guerra ma per lo Stato e le autorità di questa città, di questa regione, è come se non succedesse mai niente… ",aveva scritto un anonimo carabiniere su L'Ora. "I mafiosi sparano con mitra e tritolo. Noi rispondiamo con parole. Loro sono migliaia. Noi poche centinaia.”
Parole che risvegliarono le coscienze. I cittadini onesti non poterono fare a meno di prender parte alla battaglia contro la criminalità organizzata; esultarono, quando il pool nacque ufficialmente, sotto la guida di Antonio Caponnetto. Una squadra formata da magistrati eroi come Falcone e Borsellino, senza dimenticare Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.
Furono loro, assieme, a smascherare la Cupola e portarla a processo, nell'86. Grazie al loro impegno e la loro fame di verità e di giustizia, Cosa Nostra subì uno dei colpi più duri da sempre. Ma anche grazie al magistrato Chinnici, che 33 anni dopo, continua ad essere uno degli esempi migliori dell'Italia degli onesti e dei buoni. Dei liberi.

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