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martedì 5 luglio 2016

BREXIT E IRLANDA


I possibili effetti della Brexit sull’isola di Smeraldo, l’Irlanda

Dopo i disordini dei «Troubles», l’Irlanda del Nord teme il riaccendersi dei nazionalismi. La Repubblica d’Irlanda di rimanere isolata
AFP

LA STAMPA 05/07/2016
A metà del ponte tra Belcoo e Blacklion c’è un cartello. Limite di velocità, 30 chilometri orari. Esattamente in quel punto, secondo la cartina geografica, c’è il confine tra l’Irlanda del Nord e l’Irlanda. Una barriera invisibile attraversata ogni giorno da migliaia di persone che si spostano, senza quasi accorgersene, da un villaggio irlandese a uno nordirlandese. 

Vent’anni fa al confine tra i due Paesi c’erano posti di blocco, decine di poliziotti e sergenti. Erano gli anni dei «Troubles», i disordini, quella «guerra a bassa intensità» che tra gli anni sessanta e i duemila ha infiammato l’Irlanda del Nord e travolto anche la confinante Repubblica d’Irlanda.  

Oggi la Brexit riaccende una questione mai del tutto sopita, in nome della quale tuttora si uccide. Nel referendum dello scorso 23 giugno il 55,8% di nordirlandesi ha votato per restare nell’Unione europea. Ma il risultato euroscettico ha unificato tutto il Regno Unito, ed è qui che il Leave potrebbe far sentire i suoi effetti peggiori. 

La questione nordirlandese  
Dopo la guerra anglo-irlandese, nei primi decenni del Novecento, l’Irlanda ottenne l’indipendenza dal Regno Unito mentre le sei contee nordorientali restarono sotto il dominio britannico. Da allora la regione ebbe un confine molto poroso, senza necessità per i cittadini di mostrare i documenti per viaggiare da un lato all’altro.  


Motivi politici, religiosi e nazionalistici però contribuirono a rendere questa divisione problematica. In sintesi l’Irlanda del Nord è composta da protestanti, che si identificano con gli inglesi, e cattolici, che si definiscono irlandesi. Dopo la separazione, i cittadini cattolici cominciarono a essere discriminati e sottorappresentati al governo. Un’escalation che dagli anni sessanta portò a disordini, violenze e oltre tremila morti. Dal lato nazionalista irlandese si schierò la Provisional Irish Republican Army, braccio armato paramilitare dell’Ira. Dal lato protestante scesero in campo i lealisti dell’Ulster, discendenti dai coloni inglesi. Il confine allora divenne un campo di battaglia, presidiato dall’esercito britannico: per decenni la normalità erano checkpoint, guardie per le strade, perquisizioni e controlli.  

Nel 1998 si raggiunse il Good Friday Agreement, l’accordo del Venerdì Santo, che ha creato un delicato equilibrio. I protestanti implicitamente hanno concesso ai cattolici di mantenere legami più stretti con gli irlandesi, mentre i cattolici hanno rinunciato all’unificazione con l’Irlanda. Diciotto anni dopo quell’accordo, è stato proprio il semplice flusso di merci e persone a permettere ai cattolici di perseguire questi legami senza una vera unificazione.  


L’Unione Europea e il processo di pace  
L’Unione Europea ha contribuito a riappacificare questo territorio. Nel 1995 ha attivato la prima parte del programma per la pace e la riconciliazione nel Nord Irlanda e nelle regioni al confine tra i due Stati, conclusa nel 2013. Due anni fa il progetto è stato riconfermato fino al 2020. Si tratta di finanziamenti che vanno dalle piccole e medie imprese, al turismo, alla sanità fino a progetti di recupero per i familiari delle vittime del conflitto. L’impatto della legislazione dell’Unione europea qui si è fatto decisamente sentire. Negli orari di lavoro, negli stipendi. Non è chiaro se dopo la Brexit questi progetti saranno riconfermati. Quello che si sa è che se ne ha fortemente bisogno, perché l’economia, ancora fragile, non può permettersi di perdere i finanziamenti europei. 

I rapporti economici  
Al di fuori degli scenari di violenza, il rapporto tra Irlanda e Irlanda del Nord è legato a doppio filo soprattutto per gli accordi commerciali. Si può dire che l’economia irlandese si regga soprattutto grazie al Regno Unito. Un terzo delle importazioni irlandesi vengono da qui, soprattutto petrolio (14%), gas (6,3%) e elettronica (2%). L’Irlanda esporta nel Regno Unito un sesto dei suoi prodotti, in primo luogo medicinali (12%), attrezzature di trasmissione (5%) e carne (4%). Un business di miliardi di dollari all’anno, secondo i dati dell’Unione Europea. Il legame economico ha spinto il premier irlandese Enda Kenny a richiedere un forum trasversale in cui tutte le parti possano dire la propria, prima della negoziazione della Brexit con l’Unione europea.  



La paura dei confini  
Oggi la percentuale degli irlandesi residenti nel Regno Unito e viceversa supera il 17%. Oltre ai residenti sono migliaia i cittadini che ogni giorno attraversano il confine per lavoro o svago. Ricreare una barriera sui 490 chilometri di confine potrebbe complicare la quotidianità di queste persone o addirittura riaccendere i vecchi rancori, e con una nuova veste. Fino a pochi mesi fa i sondaggi indicavano che solo una minoranza cattolica voleva ancora riunificarsi con l’Irlanda. Adesso aumenta sempre più il numero di chi vuole staccarsi dal Regno Unito per poter tornare nell’Unione Europea.  

Una prima risposta al problema, ribadita non solo da Kenny ma anche dagli euroscettici, è l’auspicio che tra Regno Unito e Irlanda non vengano posti limiti alla libera circolazione di merci e persone. Ma se il confine non venisse chiuso, l’isola irlandese potrebbe diventare il terreno privilegiato per la migrazione illegale, l’aspetto contro cui la campagna pro Leave si è sempre battuta. Una contraddizione che prima o poi andrà risolta. 

La questione politica  
Soffia sul fuoco Gerry Adams, leader del Sinn Féin, il partito nazionalista dell’Irlanda del Nord, che ha dichiarato che il Remain irlandese ha molto più valore del Leave britannico. Adams ha attaccato uno dei partiti protestanti di maggioranza, il Democratic Unionist Party, che ha fatto campagna per l’uscita dall’Unione. Insomma quello che una volta era un conflitto nazionalista oggi è lo scontro tra europeisti e euroscettici.  

La speranza, si dice da un lato e dall’altro, è che le basi del processo di pace siano così solide da resistere alla nuova condizione, qualunque essa sia.  

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