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domenica 10 luglio 2016

BANCHE ITALIANE A RISCHIO

Patuelli: “L’Italia è stata tirchia con le banche. Fondi pubblici come misura estrema” 

Il presidente dell’Abi: non sono un populista ma il bail-in va cambiato. Il nostro capitalismo è malato: un milione di aziende in affanno
LAPRESSE

LA STAMPA 10/07/2016
TORINO
Le regole europee sui salvataggi delle banche, il cosiddetto bail-in, non sono scolpite sulle tavole di Mosè, né scritte sul Vangelo». All’indomani dell’assemblea dell’Abi, Antonio Patuelli, 65 anni, presidente dell’associazione bancaria italiana dal gennaio 2013, tiene il punto noncurante delle polemiche sulla sua posizione a tratti “poco europeista”: «Non mi rassegno, quelle regole si possono cambiare, l’Europa deve essere meno burocratica e poi penso che l’intervento pubblico per qualche banca possa esserci seppure come extrema ratio e misura transitoria».  

Come mai l’Abi non si è schierata contro il bail-in prima dell’entrata in vigore a gennaio?  
«Intanto l’Abi non è una forza politica, né un’istituzione ma è un’associazione privata. Poi va detto che a fine ottobre del 2015 alla giornata mondiale del risparmio avevo già detto che il “bail-in” sarà l’eccezione estrema, non certo la regola e che in Italia vige sempre l’articolo 47 della Costituzione, secondo cui la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio. Detto questo sarò solo contento se qualcuno decidesse di sollevare in Tribunale la questione di costituzionalità sul bail-in». 

Non le sembra di essere stato un po’ populista a definire burocratica l’Europa? Comunque il bail-in ha ricevuto l’approvazione di 28 governi e del Parlamento europeo...  
«Si può dire di tutto, salvo che io sia populista. Sono europeista cronico, deluso ma non rassegnato perché l’Europa che abbiamo sognato era molto democratica e il ruolo delle burocrazie non era centrale come è adesso. Oggi vi è un rifiuto verso questa Europa sia da parte dei britannici sia dei Paesi dell’Est Europa». 

Ora però Renzi è ottimista, dice che sul tema delle banche italiane c’è il pieno supporto di tutti i partner europei e anche della Commissione Ue.  
«È vero, mi sembra un clima molto diverso rispetto a quello di un anno fa, dove trapelavano difficoltà nei rapporti. Quindi la mia attesa è costruttiva, sono speranzoso perché nei prossimi giorni si trovi un accordo con l’Ue». 

Ma chi deve mettere i soldi per le banche? Lo Stato, cioè i contribuenti, o gli azionisti?  
«Questo punto è stato spiegato bene venerdì all’Abi dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan e dal governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, dicendo che l’intervento pubblico può esserci solo come extrema ratio per singoli casi e con interventi transitori. Un po’ come è avvenuto in Germania, Regno Unito, Francia e Benelux con la presenza degli Stati nel capitale di singole banche in difficoltà. Dopo pochi anni gli stessi Stati hanno venduto quelle partecipazioni realizzando guadagni, come è avvenuto in Italia con i Tremonti-bond che offrivano interessi del 10% allo Stato». 

Mps ha fatto ricorso ai Tremonti-bond poi ai Monti-bond e ora forse sarà necessario un salvataggio pubblico. Non pensa che lo Stato abbia reagito in ritardo su questa banca e su altre in difficoltà?  
«Non sono un esponente del governo né del Parlamento, non voglio fare polemica con nessuno ma constato che in Europa l’Italia è il Paese che è stato più tirchio nei confronti delle banche. Poi è arcinoto che tutte le banche europee hanno problemi, non solo talune delle nostre. La Cgia di Mestre ha appena pubblicato uno studio in cui emerge che le banche finlandesi, del Regno Unito e della Germania hanno più del 20% del loro attivo in derivati; in Italia questa quota è del 5,3%, meno della metà rispetto alla media Ue». 

Perché le banche italiane hanno accumulato così tanti prestiti in sofferenza?  
«Non è solo un problema delle banche ma anche delle imprese: sono circa un milione in Italia le aziende in difficoltà con i prestiti. Per curare il nostro capitalismo l’Italia deve riuscire ad attirare più capitali esteri e la Brexit è un’occasione da cogliere. Apprezzo il lavoro che stanno facendo le istituzioni nazionali, lombarde e milanesi per cercare di trasferire da Londra a Milano una importante autorità europea, come l’Eba».  

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