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venerdì 15 luglio 2016

BAMBINI E TERRORISMO

Come parlare di terrorismo ai bambini? “Non sdrammatizziamo, facciamoci raccontare le loro paure”

Gli attentati di Parigi nel disegno di un bambino della scuola elementare francese «Lycée Jean Giono» di Torino
Non è come quando ci si nascondeva sotto il letto mentre fuori cadevano le bombe. Il terrorismo che è entrato nelle case europee è immateriale, non spacca i timpani, non fa tremare le case, al massimo si vede in televisione, ma a guardarlo con gli occhi dei bambini probabilmente non ci si capisce niente. «Un conto è un bambino che si trovava vicino alla redazione di Charlie Hebdo mentre infuriava la sparatoria, un altro è chi l’ha vista in tv, il ruolo dei media è cruciale per capire la catena della violenza», spiega Maria Bacchi, classe 1950, per dieci anni maestra elementare e poi studiosa di didattica della storia e di storia dell’infanzia, che proprio in questi giorni ha finito di curare con Nella Roveri, per conto della “Fondazione Villa Emma- Ragazzi ebrei salvati”, un libro, L’età del transito e del conflitto. Bambini e adolescenti tra guerre e dopoguerra, di prossima uscita per Il Mulino. 

Attacco di Parigi, in molte case italiane si sono accesi i televisori per seguire in diretta cosa stava accadendo. Era venerdì sera, molti bambini erano svegli. Giusto o sbagliato far vedere loro quelle immagini?
«Credo che dobbiamo guardarci dai ricettari, dal “cosa bisogna fare”. Sono diffidente rispetto alle divisioni in fasce d’età, al fatto che una cosa che va bene per un bambino di quattro anni non vada bene per uno di dieci. Il punto è come noi adulti recepiamo le notizie, se ci mettiamo a guardare con interesse, con preoccupazione, con ansia, o magari imprecando contro i musulmani che invadono il nostro paese. I bambini sono lì vicino a noi, capiscono tutto. Mi sembra che in questa fase manchi una riflessione pedagogica seria sul rapporto educativo intergenerazionale in famiglia e soprattutto a scuola.  

La narrazione più potente viene dai media, quanto incide secondo lei?
Tantissimo, pensiamo a come è stata manipolata la guerra nazionalista della ex Jugoslavia: prima dell’esplosione del conflitto c’è stato un bombardamento mediatico senza uguali per costruire l’immagine dell’altro come nemico, dalla costruzione di notizie fino all’uso delle tifoserie calcistiche. Un esempio: lì non era ancora guerra aperta, erano i primi mesi del 1992, quando tre donne di Starj Majdan, un paesino della Bosnia,- una musulmana una cristiana e una serba – vengono massacrate mentre stanno bevendo insieme un caffè nel pomeriggio, come da tradizione. Gli abitanti del villaggio le trovano così, uccise senza una spiegazione. Cos’era? Era terrorismo, era la strategia della paura, l’inoculamento del germe che avrebbe portato alla pulizia etnica. Ho ragionato con i bambini – poi adulti – che vissero quella fase: c’era l’elemento dell’inspiegabilità, del terrore, dell’allarme vissuto dai genitori. E allora veniamo all’oggi: come sono arrivate le notizie delle perquisizioni al centro immigrati Baobab di Roma? Per carità, legittimo fare perquisizioni, ma perché riportarle mediaticamente con tanto clamore e associare l’immagine del richiedente asilo con quella del terrorista? Come risuonano queste due cose nella testa delle persone?  

La generazione degli attuali genitori non ha avuto esperienza diretta di guerre o conflitti. È più impreparata a trasmettere un’eredità di senso ai propri figli?
«Credo che l’impreparazione sia dipesa molto dalla scuola e dalle informazioni, c’è stato – e c’è ancora – un eurocentrismo spaventoso che ci rende più fragili: le guerre sono ovunque, anche la generazione nata negli anni Settanta avrebbe potuto essere coinvolta di più dai genocidi degli ultimi decenni se la scuola e i media avessero informato meglio. Il problema è che molti di noi non sono messi nelle condizioni di percepire ciò che ci sta accadendo: quello che succede in Africa, in Medio Oriente, arriva qui, come si fa a non capirlo, come si fa a non desiderare di esserne informati? Cosa sappiamo dei 14 mila minori non accompagnati arrivati fino all’agosto del 2015 sulle nostre coste? Cosa sa delle realtà da cui provengono chi si prende cura di loro? Chi si interessa dei loro traumi, dei loro lutti, del loro senso di emarginazione? Pensiamo che non ci riguardi? Peserà sulla nostra società futura, la nostra informazione e la nostra scuola devono cambiare radicalmente».  

Secondo lei la protezione dei bambini passa per l’evitamento o per l’informazione? Qual è il confine?
«Bisognerebbe occuparsi di storia dell’infanzia, studiando ad esempio come nel dopoguerra alcuni educatori hanno - o non hanno - affrontato il problema dei traumi dei bambini. Penso alla scuola ebraica di Venezia del dopoguerra, dove ai bambini sopravvissuti alla Shoah non venivano mai poste domande dirette, ma ci si metteva in ascolto, e si facevano venire fuori le emozioni attraverso il testo libero, il teatro, il disegno, per far sì che fossero i bambini stessi a segnare la sostenibilità dei loro pensieri. Di fronte al trauma non credo si debba affrontare direttamente il tema, quanto piuttosto pensare a stili educativi che lascino spazio all’imprevisto, nella comunicazione fra adulti e bambini. I bambini pensano complicato, pensano difficile, il loro amore per le domande enormi è una cosa che dobbiamo affrontare con loro, perché non abbiamo risposte certe. Dobbiamo scambiarci interrogativi, raccogliere le tracce, la scuola non deve fare domande, ma porsi in ascolto. Solo così si disinnesca la miccia della paura e del conflitto diffuso». 

Che paura si struttura quando il nemico è invisibile, quando gli attacchi non si vedono, quando si rinuncia a una vacanza a Parigi perché c’è l’Isis’?
«Qui non si può parlare di trauma, ma di un mormorio di fantasmi, mi tornano in mente i bambini al tempo di Chernobyl, l’angoscia dell’aria, la paura di cosa mangiare… Non bisogna sdrammatizzare, ma cercare di far capire che i problemi esistono, bisogna parlare dell’uomo, del male e del bene che si intrecciano. Il teatro, il disegno, le forme con cui indirettamente si racconta sono importanti, e sono tutte tecniche a cui oggi si ricorre troppo poco». 

Leggere favole, proporre storie? 
«Passiamo a loro la parola, facciamo che siano loro a raccontare, è una tradizione pedagogica che va riproposta, l’invenzione libera di gruppo, della messa in scena, del disegno collettivo. Così vengono fuori le cose dei bambini, così facevano scuola nel campo di concentramento di Theresienstadt i maestri che clandestinamente si occupavano dei bambini. Lì ai ragazzini veniva data la possibilità di tirare fuori i fantasmi attraverso l’arte, i giornali clandestini, le libere discussioni. E poi rileggiamo L’educazione dopo Auschwitz di Adorno: ci spiegherà come fare i conti con la violenza, con la paura, con la rinuncia allo spirito critico. Mettiamoci a pensare insieme, non a dare ricette. Sarebbe bello colmare l’assenza di confronto tra i docenti con la convocazione degli Stati Generali dell’Educazione, per raccogliere esperienze e confrontarsi; senza riflessione e senza studio non si affronta nessuna emergenza».  

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