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martedì 5 luglio 2016

AUSTRALIA AL VOTO

Australia, rischio pareggio



ALTRENOTIZIE
di Mario Lombardo
La scommessa del primo ministro australiano, Malcolm Turnbull, di cercare di rompere lo stallo che da tempo paralizza il quadro politico del suo paese con nuove elezioni anticipate sembra essere destinata a un più o meno pesante fallimento dopo i risultati non ancora definitivi seguiti alla chiusura delle urne nella serata di sabato. La “coalizione” conservatrice di governo, formata dal partito Liberale e da quello Nazionale, ha infatti segnato una setta flessione, attestandosi su numeri simili a quelli del Partito Laburista di opposizione. Nessuno dei due principali soggetti politici australiani avrà così probabilmente i seggi sufficienti a dar vita a un nuovo esecutivo senza il sostegno di partiti minori o di parlamentari indipendenti.

Turnbull aveva deciso un insolito “doppio scioglimento” dei due rami del Parlamento di Canberra nel mese di aprile dopo appena sette mesi dal suo approdo alla guida del governo. La sua installazione a capo dei Liberali e del governo era avvenuta in seguito a una rivolta interna al partito per rimuovere il suo predecessore, Tony Abbott, da entrambe le cariche. Quest’ultimo stava presiedendo a un vero e proprio crollo dei consensi per la maggioranza, mentre l’impazienza degli ambienti del business australiano per la lentezza nell’implementazione delle “riforme” di libero mercato a lungo promesse ha fatto il resto.

L’auspicio del primo ministro Turnbull era dunque quello di conquistare un nuovo mandato elettorale per creare un governo più forte, puntando sul suo presunto carisma, le sue posizioni progressiste sulle questioni ambientali e sui diritti dei gay e sulla presentazione di un bilancio federale che intendeva dare l’impressione di contribuire alla “modernizzazione” del paese.

Dopo il voto di sabato, invece, Turnbull si è trovato di fronte a prospettive tutt’altro che rosee. Lo spoglio di circa i tre quarti delle schede ultimato finora assegna all’incirca lo stesso numero di seggi alla camera bassa (Camera dei Rappresentanti) al Partito Laburista e alla coalizione “Liberal-National”. Al momento, entrambi sembrano destinati a fallire l’obiettivo di raggiungere la maggioranza assoluta di 76 seggi.

Nella serata di lunedì, le proiezioni pubblicate da alcuni giornali australiani attribuivano alla Camera 70 o 71 seggi al centro-destra, 67 al Labor, uno ai Verdi, 5 a candidati indipendenti e partiti minori. In sette collegi elettorali la situazione era invece ancora troppo equilibrata per prevedere i vincitori dei rispettivi seggi. I dati provvisori della Commissione Elettorale Australiana ne davano invece 71 ai Laburisti, contro i 55 del 2013, e 67 alla Coalizione di governo, contro i 90 del Parlamento uscente.

Da conteggiare restano ancora alcuni milioni di voti espressi per posta che, secondo la stampa australiana, in genere tendono a favorire il Partito Liberale. Per questa ragione, un Turnbull già sotto assedio nelle ore successive alla chiusura delle urne ha provato a rassicurare i suoi sostenitori, affermando che alla fine la “Coalizione” avrà i numeri per mettere assieme un governo sufficientemente solido.

Le autorità elettorali hanno comunque fatto sapere che i dati definitivi non si conosceranno almeno fino alla fine della settimana. Nei prossimi giorni, perciò, potrebbero moltiplicarsi sia le pressioni su Turnbull sia i tentativi delle prime due formazioni politiche di garantirsi l’appoggio di quelle minori per raggiungere la maggioranza in Parlamento.

Anche nel migliore degli scenari - un governo di minoranza o sostenuto da una maggioranza risicata - il primo ministro rischia di andare incontro a un voto di sfiducia interno al suo partito, vista la debolezza di un eventuale nuovo gabinetto da lui guidato e la tendenza ai colpi di mano contro i propri leader dei partiti australiani in periodi di crisi.

Inevitabilmente, l’attenzione in questi giorni è puntata sulle formazioni minori e sui candidati indipendenti che hanno ottenuto un numero relativamente importante di seggi. Significativo appare soprattutto il ritorno in Parlamento dopo due decenni di Pauline Hanson, leader del partito xenofobo “One Nation”. Nello stato nord-orientale del Queensland, ad esempio, questo partito ha raccolto circa il 10% dei consensi, a conferma del fatto che il voto di protesta contro i tradizionali partiti di governo finisce spesso per beneficiare i movimenti di estrema destra in assenza di un’alternativa realmente progressista.

Il voto del fine settimana registra in ogni caso anche in Australia una tendenza già osservata ampiamente altrove in questi anni, tra cui più di recente in Spagna, cioè il collasso di un sistema fondamentalmente bipartitico a causa della crescente ostilità della maggioranza degli elettori per politiche di austerity e di impoverimento di massa implementate sia dalle destre che dalle sinistre.

La precarietà del panorama politico australiano è un altro sintomo inequivocabile della crisi delle democrazie rappresentative occidentali, visto che questo paese non entra tecnicamente in recessione da 25 anni e, almeno fino a qualche anno fa, era sinonimo di stabilità politica. I segnali del progressivo sconvolgimento degli equilibri erano comunque evidenti, tra l’altro dall’avvicendamento di ben cinque primi ministri a partire dal 2010.

Le perdite più sensibili la maggioranza di governo le ha incassate nelle periferie delle principali città australiane, dove la “working-class” nutre un forte risentimento nei confronti delle politiche di rigore che hanno segnato il peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. I modesti progressi dei Laburisti in queste elezioni sono infatti dovuti principalmente all’opposizione ai tagli al sistema sanitario pubblico proposti da Turnbull, nonostante essi stessi si fossero mossi in una direzione simile quando erano al governo.

Lunedì, intanto, il leader del Partito Laburista, Bill Shorten, ha invitato il primo ministro Turnbull a dimettersi dopo averlo paragonato al suo omologo britannico, David Cameron, anch’egli sconfitto in un’iniziativa elettorale lanciata per i propri calcoli politici. Lo stesso Shorten potrebbe però fronteggiare problemi sul fronte interno. Uno degli esponenti più autorevoli del suo partito, Anthony Albanese, ha escluso una resa dei conti nel Labor per il momento, lasciando però la porta aperta a un possibile voto sulla leadership nel prossimo futuro.

Al di là dei risultati finali del voto in Australia, la prestazione dei due principali partiti e, soprattutto, di quello Liberale di governo, ha suscitato profonda irritazione tra i commentatori dei giornali ufficiali. Ciò è dovuto al timore che il perpetuarsi dell’instabilità politica a Canberra in parallelo al deteriorarsi dell’economia australiana, dovuto dal crollo delle esportazioni derivanti dall’industria estrattiva, renda sempre più difficile l’applicazione di misure di “ristrutturazione” dell’economia in senso liberista.

Le agenzie di rating hanno d’altra parte già minacciato di privare l’Australia dell’ambita tripla A se non verranno adottate al più presto le “riforme” necessarie a ridare fiducia agli investitori. La classe politica australiana si ritrova così a vivere lo stesso dilemma di quelle di molti altri paesi occidentali, pressati cioè dagli ambienti economico-finanziari a procedere con misure di devastazione sociale a fronte della resistenza e l’aperta ostilità di elettori che, attraverso le urne e non solo, continuano a lanciare messaggi in senso contrario fin troppo chiari, anche se puntualmente ignorati.

Il caos post-elettorale in Australia, infine, deve avere messo in allarme anche il principale alleato strategico e militare di Canberra, gli Stati Uniti. L’Australia è uno dei paesi-chiave della strategia americana in Asia orientale, fondamentalmente rivolta al contenimento della Cina. A Washington è risaputo che all’interno dei due principali partiti australiani persistono posizioni che, pur non opponendosi all’alleanza con gli USA, vedrebbero con favore un clima più disteso tra le prime due potenze economiche del pianeta, visto che Pechino è il principale partner commerciale di Canberra.

Le possibilità che gli Stati Uniti intendano allentare le pressioni sulla Cina sono però vicine allo zero e, coerentemente con il ruolo giocato da sempre nella politica australiana, gli sforzi di Washington nelle prossime settimane saranno diretti perciò a garantire che gli sviluppi del dopo-voto producano scenari compatibili con i propri interessi strategici in quest’area del pianeta.

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