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domenica 24 luglio 2016

ALDO ARPE SUL GOLPE TURCO

Il golpe turco e le sue conseguenze nello scenario mediorientale
19 Luglio 2016
golpe turchia



Il tentativo di golpe che è andato in scena in Turchia nella notte tra il 15 ed il 16 luglio rappresenta il punto di precipizio di tredici anni di storia recente del paese anatolico avviluppati intorno alla figura di Tayyip Erdogan, fondatore dell'AKP.

Abbandonati da tempo i panni del leader che ha guidato le trattative per l'adesione della Turchia alla UE, Erdogan ha seguito negli ultimi anni, in particolare dall'esplosione della grande crisi nel 2008, una politica costruita intorno all'ambizione di trasformare la Turchia non solo in un interlocutore necessario per le faccende mediorientali, ma in una vera e propria potenza regionale riconosciuta. L'asse portante di questo progetto è la ristrutturazione istituzionale che Erdogan e l'AKP portano avanti da anni, permessa da una decennale espansione economica, e incentrata su una lenta e moderata ma costante islamizzazione dello Stato.
La chiave di volta per lanciare internazionalmente il progetto è stata l'esplosione delle primavere arabe, che Erdogan ha cercato di cavalcare al massimo grado per accreditarsi come guida politica dell'islam sunnita moderato.

Nei confronti dell'Unione Europea, Erdogan ha mantenuto negli anni un atteggiamento opportunista, debuttando come campione dell'europeismo nei primi anni del suo governo quando il progetto UE era ancora sulla cresta dell'onda, ma tendendo a costruire relazioni più vantaggiose, ma non per questo idilliache, con gli stati dell'Unione con cui la Turchia è economicamente più esposta (la Germania è per la Turchia il primo paese per esportazioni ed il secondo per importazioni), più che una vera politica di ingresso.
Con l'avanzare della crisi e l'impasse del progetto dell'UE, la Turchia ha spostato sempre più il proprio baricentro politico verso il Medio Oriente, scontrandosi però con la realtà delle macerie che il fallimento delle rivoluzioni arabe hanno lasciato. Non è un caso che l'ultima fase della politica estera di Erdogan sia stata segnata da una vera e propria spregiudicatezza per quanto concerne la guerra civile siriana: per perseguire il doppio obbiettivo dell'abbattimento di Assad e dello schiacciamento del movimento curdo, il presidente turco non ha esitato a sostenere più o meno indirettamente l'ISIS, in particolare per quello che riguarda la capacità di movimento e di spostamento lungo i confini turchi, cercando in tutti i modi di ostacolare la resistenza curda e aggiungendo all'atavico odio per i curdi il malcelato desiderio di trarre beneficio da una “balcanizzazione” della Siria, strappandone i territori settentrionali.

L'ambizioso progetto di affermarsi come “sultano democratico” ha iniziato a conoscere le prime battute d'arresto con il precipitare nella barbarie delle primavere arabe e con il tracollo, l'uno dopo l'altro, di ciascuno dei suoi alleati nei paesi chiave; dall'affermazione di Al Sisi in Egitto a discapito dei Fratelli Musulmani e di Morsi; dalla perdita del governo del partito di Ennahda in Tunisia fino al precipitare della situazione siriana.
Mano a mano che lo scenario si è andato complicando, Erdogan ha dato prova di straordinario eclettismo tattico e di assenza di scrupoli: nel pieno delle primavere arabe ha giocato la carta obbligata della difesa degli interessi arabi contro Israele, arrivando ad un fronteggiamento di facciata col governo sionista tra il 2008 ed il 2012, periodo che va dalla guerra d'aggressione israeliana a Gaza (Operazione Piombo Fuso) fino all'incidente della Mavi Marmara in cui i commandos israeliani uccisero dieci cittadini turchi sulla nave che tentava di sfidare il blocco di Gaza.
La mancata caduta di Assad e il ruolo sempre maggiore dei curdi nella guerra all'ISIS hanno spinto Erdogan fino a fargli tirare la corda con la Russia di Putin arrivando all'incidente dell'abbattimento del caccia russo. L'isolamento internazionale e il logoramento nei rapporti con tutti i paesi vicini che la sua politica estera da saltimbanco ha prodotto, hanno portato Erdogan a scendere recentemente a più miti consigli, aprendo a un raffreddamento della tensione con la Russia e siglando un accordo storico con Israele al ribasso che è suonato come una vera e propria resa delle ambizioni di guida politica del mondo sunnita.

In uno scenario così complesso, hanno fatto irruzione tre diverse mobilitazioni contro Erdogan e il suo governo, da tre versanti diversi: in prima battuta, l'erompere delle straordinarie e drammatiche settimane della rivolta popolare partita da Gezi Park nel maggio del 2013, e sfociata in un vero e proprio movimento anti-Erdogan, contro le sue leggi liberticide e la sua politica guerrafondaia in Siria. La polizia di Erdogan ha represso ferocemente il movimento, che ha contato anche numerosi morti, ma ha aperto uno squarcio nella solidità e nella credibilità di Erdogan come leader politico nazionale e internazionale agli occhi delle forze imperialiste e dello stesso capitalismo turco.
L'anno successivo, nell'ottobre del 2014, sono i curdi turchi a sollevarsi in una vera e propria intifada che coinvolge tutto il sud-est del paese contro Erdogan, smaccatamente lanciato nella sua politica di sostegno all'ISIS in funzione tanto anti-Assad quanto anti-resistenza curda in Rojava, sotto attacco delle milizie dell'autoproclamato califfato islamico.
A queste due straordinarie rivolte popolari si è sommata tra il maggio ed il giugno del 2015 un'ondata di scioperi selvaggi organizzati dai lavoratori metalmeccanici turchi contro i divieti al diritto di sciopero imposti dal governo a guida AKP, portando, finalmente, delle rivendicazioni propriamente classiste nell'arena politica turca.
Il combinarsi di tutti questi elementi ha arenato le ambizioni del presidente turco e aperto esplicitamente una fase di crisi di consenso anche interno, culminata col l'arretramento elettorale delle elezioni del giugno 2015 e, contemporaneamente, aperto la fase dello stragismo di Stato per tutta la seconda metà del 2015, culminata con la strage del 10 ottobre al corteo per la pace. Le elezioni di fine 2015 consegnano una Turchia spaccata tra il sostegno nuovamente sopra il 50% all'AKP, con tanto di maggioranza parlamentare assoluta (ma non sufficiente per le riforme istituzionali presidenziali desiderate) da un lato, e il mantenimento della rappresentanza parlamentare dell'HDP curdo e la tenuta del partito tradizionale della borghesia europeista turco, il Partito Popolare Repubblicano, sopra il 25%.


IL TENTATIVO DI GOLPE, PUNTO DI PRECIPIZIO DELLA CRISI IN TURCHIA

Al netto dei suoi aspetti tecnici ancora tutti da chiarire, il tentativo di golpe militare andato a vuoto segna una spaccatura netta nella borghesia turca tra il fronte europeista (forse sarebbe più corretto dire “occidentalista”) e il fronte di Erdogan, che a questo punto potremmo chiamare neo-ottomano, stante la fusione di interessi di potenza regionale e islamizzazione delle istituzioni e della società. La politica spericolata di Erdogan, il continuo muoversi sul filo del rasoio nei rapporti con l'Occidente e con l'UE, le disavventure siriane, il raffreddamento della tensione con la Russia e l'altalena con Israele segnano il punto di una fase di enorme destabilizzazione di quello che dovrebbe essere il principale baluardo NATO in Medio Oriente. In questo quadro i golpisti hanno cercato la complicità dell'Occidente: non è un caso che i media internazionali nelle primissime fasi del putsch riportassero dei virgolettati accreditati ai portavoce dei militari che parlavano di “azione per riportare democrazia e libertà”.
La criticità della situazione turca e dei suoi rapporti con il mondo occidentale si misura per intero nelle lunghe ore di ambiguo silenzio che hanno preceduto i primi pronunciamenti formali, con il paradosso dell'aereo presidenziale dato in volo per l'Europa senza che nessuno dei governi amici ne autorizzasse l'atterraggio. Solo quando il quadro si è andato delineando con chiarezza, Obama e Merkel hanno rotto gli indugi prendendo le parti del “governo democraticamente eletto”.
Silenzi che testimoniano quantomeno la volontà di rimanere in un primo momento alla finestra, per capire il da farsi, e che sono indice dell'imbarazzo che il campo occidentale ha nelle sue relazioni con Erdogan. Ma forse anche la malcelata speranza di poter fare i conti con una Turchia stabilizzata senza il suo presidente, e proiettata di nuovo verso l'Europa e l'Occidente, senza più ambizioni “ottomane”.

Tre fattori politici hanno inciso a cascata sul fallimento del golpe: in primo luogo il consenso di massa che Erdogan mantiene in ampi settori di piccola borghesia e di proletariato turco che ha saputo mobilitare in sua difesa, consenso che solo fino a un anno fa sembrava evaporare; in seconda battuta, l'impasse del progetto dell'Unione Europea e l'aggravarsi della sua crisi economica e politica (di cui la Brexit rappresenta l'ultimo tassello in ordine di tempo) hanno enormemente indebolito l'appeal che un progetto di integrazione turca in Europa poteva avere, togliendo ossigeno al fronte occidentalista e kemalista e continuando invece a soffiare il vento, sia pure altalenante, nelle vele dell'AKP - e che è servito esattamente a tenere sotto la brace la base di massa del consenso che si è manifestato nel riversamento in piazza di migliaia di manifestanti a difesa del presidente; in terza battuta, l'irrisolta crisi mediorientale mantiene la Turchia nella condizione privilegiata di essere un ingranaggio fondamentale nell'area malgrado la politica estera da saltimbanco del suo leader, e questo, unito alla debolezza delle alternative politiche borghesi turche, ha fatto sì che dall'Occidente non venisse un immediato via libera - esplicito o meno - al tentativo dei golpisti, fattore che nelle ore decisive ha senz'altro contribuito a limitare l'adesione di altri settori delle stesse forze armate.
Il combinato disposto di questi tre fattori ha contribuito al fallimento del golpe e alla vittoria di Erdogan, che è potuto atterrare all'aeroporto di Istanbul, facendosi salutare da quel bagno di folla che ogni aspirante Bonaparte non può farsi mancare.

L'esito del tentativo di golpe consegna un Erdogan non solo sopravvissuto, ma con un suo straordinario rafforzamento e rilancio politico, almeno nel breve periodo, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.
L’immediata, seppur temporanea, chiusura della base di Incirlik, punto nevralgico delle operazioni americane per la guerra civile siriana, ha fatto da base materiale al braccio di ferro diplomatico che il presidente turco ha subito avviato nei confronti dei suoi formali alleati atlantici, il cui asse è la richiesta agli USA della consegna di Fethullah Gülen, l’ex alleato, poi acerrimo nemico di Erdogan, rifugiato negli States dopo gli scandali per corruzione che dilaniarono l’AKP nel 2013, scandali nei quali Erdogan ha sempre sostenuto essere parte attiva il movimento Hizmet di Gülen.
Tramontato in questa fase il sogno di guidare il mondo arabo sunnita, il presidente turco può tentare di sfruttare l’ossigeno riconquistato sconfiggendo il golpe a partire almeno da due punti cruciali tra loro combinati, su cui può tornare a giocare delle carte importanti.
Dal versante curdo, la simpatia dei governi occidentali che i combattenti del Rojava si sono guadagnati con la forza della loro resistenza in prima fila nella lotta all’ISIS può far emergere i curdi come elemento negoziatore nella regione, con esiti potenzialmente deflagranti nella politica interna turca, anche dopo i lunghi anni di trattative tra il PKK di Ocalan e l’autorità turca, e malgrado la presenza del Kurdistan iracheno a guida Barzani, più interessato a gestire l’estrazione autonoma del petrolio nell’alveo dell’Iraq e a rivenderlo alla stessa Turchia che non a perseguire un progetto di unità nazionale kurda. Un Erdogan redivivo può sperare di imporre un veto a questa possibilità.
L’altro punto riguarda la questione dei migranti e dei profughi, argomento di tensioni già particolarmente acute e sempre crescenti tra Turchia ed UE, in particolare con la Germania; argomento che adesso potrebbe essere utilizzato come arma di ricatto con ancora più vigore.

La straordinaria mobilitazione della sua base sociale di riferimento in sua difesa ha svelato un enorme potenziale plebiscitario cui Erdogan non ha tardato a tentare di dare continuità (l'appello “restate in piazza”), col preciso scopo di consolidare un nuovo rapporto di forza a livello generale che segnerebbe la fine della grande fase di ascesa dei movimenti anti-Erdogan partiti da piazza Taksim, proseguiti con la sommossa kurda di fine 2014 e giunta ai tentativi di alzare la testa da parte della classe operaia industriale turca nel 2015. La crisi di consenso che Erdogan ha incontrato in questo biennio e culminata con la débâcle elettorale delle elezioni del giugno 2015, surrettiziamente arginata nella fase dello stragismo di Stato, ha conosciuto un primo arresto con le ultime elezioni. Oggi questa fase appare chiusa, ed Erdogan può vantare un rinnovato consenso che può essere, e sarà, investito dal presidente turco per completare il proprio disegno istituzionale reazionario, già in buona parte avviato, e che aveva recentemente conosciuto il passaggio dell’abolizione dell’immunità parlamentare, come arma contro le opposizioni: la tanto agognata riforma presidenziale (con annessa guardia pretoriana presidenziale) potrebbe passare attraverso un referendum che rischia di essere plebiscitario e che consegnerebbe ad Erdogan non solo ampio margine di manovra nella stretta autoritaria interna, ma anche la possibilità di presentarsi di nuovo al mondo come garante forzato della democrazia e della stabilità. Tale passaggio conosce in queste ore gli innumerevoli arresti e le purghe di enormi fette di società turca.

Su tutto questo giocheranno ovviamente un ruolo le resistenze sociali e la dinamica della lotta di classe. Lo stato dell'arte di oggi ci consegna importanti lezioni sul ruolo che la sinistra politica e sociale ha giocato negli anni passati, dei suoi errori e dei compiti che attendono i rivoluzionari per invertire la rotta.


IL RUOLO DEI RIVOLUZIONARI

Una stagione straordinariamente difficile si apre in Turchia per i rivoluzionari. Non è dato sapere ancora in che forme la stretta autoritaria di Erdogan ne limiterà ancora di più l’agibilità politica, o se addirittura arriverà a minacciarla per intero. Quello che è certo è che una grande stagione di mobilitazione, apertasi con la rivolta di Gezi Park, si è oggi chiusa. Il rovescio negativo dei due anni, pur straordinari e drammatici, di lotte contro il potere di Erdogan è stata l’assenza del movimento operaio organizzato con le sue proprie forme di lotta dall’arena dello scontro. La ribellione di Gezi Park, nata in prima battuta sull’onda di un movimento ambientalista, si è rapidamente trasformata come reazione alle violenze poliziesche in un grande movimento di massa contro il governo. Questo movimento era caratterizzato da una composizione eterogenea ed interclassista, in cui le rivendicazioni più incisive, come ad esempio quella per uno sciopero generale prolungato sino alla cacciata del governo, non erano sul piatto nelle settimane della mobilitazione, se non come rivendicazioni minoritarie dei marxisti rivoluzionari del DIP (Devrimsci Isci Partisi, Prtito Rivoluzionario dei Lavoratori).
Questa assenza ha impedito al movimento ogni salto qualitativo in avanti e ha concorso ad indebolirlo, prestando il fianco alla reazione poliziesca. L’altro grande assente da Gezi Park, in forma organizzata, è stato il movimento kurdo: sorpresa dall’esplosione della ribellione nel bel mezzo delle trattative per il processo di pace portate avanti da Ocalan e dal PKK, la direzione del movimento kurdo ha preferito non rischiare di mandare a monte il processo in corso e ha scelto un profilo defilato per rimanere marginale nello scontro. Il prezzo pagato dai kurdi per il fatto che Erdogan sia rimasto al potere è stato altissimo: non solo la Turchia ha favorito in tutti i modi possibili l’ISIS, sperando che questo schiacciasse la resistenza di Kobane e della Rojava, ma ha scatenato, a seguito della ribellione kurda del 2014, una vera a propria guerra civile poliziesca contro i suoi stessi cittadini kurdi nel sud-est del paese, di cui l’assedio di Cizre, con decine di morti, feriti, sospensione dell’energia elettrica, shut-down di ogni forma di comunicazione, è l’emblematico sigillo.

Le direzioni della sinistra turca e delle principali organizzazioni kurde non sono esenti da responsabilità per lo stato attuale dei rapporti di forza nell’area. Le sinistre politiche riformiste o centriste, tanto turche quanto kurde, hanno sperato, dopo i risultati del 7 giugno 2015, di poter disarcionare Erdogan investendo elettoralmente le grandi ribellioni degli anni passati. In quei mesi si ventilava l’ipotesi di una grosse koalition turca intorno al partito liberale borghese CHP; un fronte eterogeneo che avrebbe avuto il sostegno più o meno indiretto dell’HDP ma anche delle organizzazioni legate a Fetullah Gulen.
Lo scioglimento del parlamento ad agosto, lo stragismo e il risultato elettorale di novembre, hanno scombinato ancora una volta le carte in tavola, e questo ha probabilmente contribuito a precipitare gli eventi del golpe. In uno scenario la cui complessità è paragonabile solo alla sua drammaticità, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori si è trovato in solitaria ad indicare la strada corretta: gli unici alleati possibili per il popolo kurdo sono il proletariato turco e quello arabo. Non c’è amicizia possibile per i lavoratori turchi e arabi e per il popolo kurdo con le borghesie imperialiste, almeno quanto non c'è possibile amicizia con l’odiato Erdogan e il suo progetto ottomano. Sperare, tanto dentro la Turchia quanto fuori dai suoi confini, che l’imperialismo possa diventare un alleato dei kurdi per riconoscenza, per il ruolo che sostengono nella lotta contro l’ISIS, significa non avere il senso della realtà. La lotta esemplare di resistenza che i combattenti del Rojava oppongono al fascismo islamista di Al Baghdadi e del suo sedicente califfato non può diventare una merce di scambio per sperare di ottenere il favore di qualche benefattore imperialista, giocando sull’incredibile caos in cui è precipitato tutto il Medio Oriente, perché il risultato è facilmente pronosticabile: la svendita della lotta fondamentale per l’emancipazione e per l'unità del Kurdistan.

Eppure le principali direzioni kurde mantengono posizioni con l'imperialismo che oscillano tra l’apertamente colluso e il pericolosamente ambiguo: il PDK di Barzani, al potere nell’Kurdistan irakeno, come detto, è una forza borghese che lavora con il preciso intento di massimizzare i profitti derivati dall’estrazione del petrolio, e in cambio si pone come garante della rimozione della questione nazionale kurda, fungendo al contempo anche come bilanciamento al PKK.
Il PKK, che da par suo è da anni impegnato in un lungo braccio di ferro col governo turco per ottenere un’analoga autonomia federale amministrativa, e la sua propaggine siriana - il PYD - governa la regione del Rojava, dove è impegnato, come detto, nella strenua lotta di prima linea contro l’ISIS. Malgrado ciò, il suo obbiettivo politico in questa fase non è l’unificazione del Kurdistan, né tanto meno lo spezzamento dell’attuale sistema statale e la costruzione di un Kurdistan socialista, bensì l’investimento del peso militare che ha assunto nell’area nella negoziazione di spazi di autonomia federale, rispettosa del capitalismo e della proprietà privata.
Le vicende del proletariato turco, di quello arabo e quelle del popolo kurdo sono intrinsecamente connesse.

La soluzione della questione kurda, la conquista dell’unità nazionale, non può che avvenire se non in un quadro di rottura della geografia che la borghesia ha disegnato per il Medio Oriente addirittura più di cent’anni fa, mettendo in discussione i confini degli stati borghesi esistenti a partire dalla Turchia stessa. Proprio per questo motivo, non esiste alcuno spazio democratico possibile per la soluzione della questione nazionale kurda, esattamente come non esistono spazi democratici di stabilizzazione del Medio Oriente all’interno del capitalismo in crisi.
Da rivoluzionari, siamo completamente a sostegno dell’attività dei compagni del DIP, impegnati nella prospettiva della costruzione dell’alleanza tra la classe operaia turca e il popolo kurdo, unico binomio in grado di squassare le fondamenta dello stato turco.
Il rilancio della prospettiva di una federazione socialista araba, la rivendicazione dell’unità del proletariato turco con quello arabo e la loro alleanza con i popoli oppressi kurdo e palestinese, la messa in discussione dell’esistenza dei confini borghesi e del progetto politico sionista d’Israele, sono i punti cardine fondamentali che indicano l’unica via d’uscita possibile al macello in corso in Medio Oriente.
In questo quadro, la necessità della rifondazione di un partito internazionale della rivoluzione si fa ogni giorno più urgente. È lo strumento che serve al proletariato di tutto il mondo per unirsi nella comune battaglia contro il capitalismo in crisi, contro gli imperialismi di ogni colore che si avventano su ogni lembo di terra per contendersi fino all’ultima unghia di profitto e di potere, contro gli aspiranti tiranni come Erdogan e i tiranni già di fatto come Al Baghdadi.
Il PCL, con tutti i suoi militanti, è impegnato quotidianamente in Italia come sul piano internazionale nella battaglia fondamentale per la rifondazione della Quarta Internazionale.
Nicola Sighinolfi

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