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venerdì 22 luglio 2016

A GENOVA FINISCE L'ERA DEL CARBONE

Finisce un’era nel porto di Genova si scarica l’ultima nave carboniera

Dall’800 l’oro nero era il riscatto dei camalli, ma oggi il mercato non lo chiede più
Addio
Stasera
l’ultimo attracco al porto di Genova di una nave carboniera mettendo la parola fine ad una storia centenaria

22/07/2016
GENOVA
Nel linguaggio portuale, le merci «alla rinfusa», secche o liquide, sono quelle che viaggiano nelle stive senza essere imballate. Durante l’epoca del vapore, il carbone che alimentava fabbriche, treni e le stesse navi che lo trasportavano, era il principe delle rinfuse: nel 1900, a Genova, di questa merce ne venivano scaricate 2 milioni di tonnellate.  

Stasera la nave «Interlink Veracity» consegnerà sotto la Lanterna le ultime 20 mila tonnellate di combustibile destinate alla centrale Enel del porto. Trasmesso l’ultimo watt di energia, si inizierà lo smantellamento dell’area per riconsegnarla al demanio. In base agli accordi, tutto dovrà tornare come al 1929, quando l’impianto iniziò l’attività. Rimarrà solo il corpo centrale, sotto vincolo dei Beni culturali, la cui futura destinazione con buone probabilità sarà nei prossimi decenni argomento di campagne elettorali e dibattiti nei bar.  

Dopo la «Interlink», il porto di Genova terminerà di movimentare carbone. In termini di salute umana e dell’ambiente, è un’ottima notizia. In termini storici, si chiude un’epoca: se oggi la metà dei traffici del porto è costituita dal greggio, fino al secondo dopoguerra questa quota era coperta proprio dalla rinfusa nera.  

A inizio ’900, dei 7.000 lavoratori avviati quotidianamente al lavoro di banchina, 3.500 erano carbuné, divisi in facchini, coffinanti, scaricatori, pesatori. Le navi in arrivo dal Germania e Gran Bretagna affollavano la rada del porto, il carbone, scrive Pierfrancesco Pellizzetti nel saggio «Ragnatela di mare», era scaricato mediante chiatta, stipato in coffe (ceste) da 150 chili l’una, portate a spalla dai facchini lungo assi sospese larghe 30 centimetri. Ogni giorno si caricavano 350-400 vagoni ferroviari destinati ad alimentare le industrie del Nord Italia, la giornata nella stagione mite arrivava a 14 ore, con paghe tra 2 e 5 lire. Quando sotto l’azione di Gino Murialdi i lavoratori del carbone ottennero la loro prima casa in porto, una delle prime conquiste furono le docce, che portavano via la fuliggine di giornata.  

Il carbone fu lo strumento attraverso cui i portuali poterono riscattarsi, lottando contro il caporalato, ottenendo potere negoziale verso la committenza, organizzandosi in lega per la prima volta nel 1892, dividendosi in cooperative, riunendosi in compagnia durante il fascismo, riformandosi sotto il nome di «Pietro Chiesa» nel dopoguerra. Con Murialdi, organizzatore della Compagnia, Chiesa fu il tribuno dei carbuné, e il primo firmatario del loro contratto collettivo di categoria. Piemontese e socialista riformista come Murialdi, Chiesa fu anche il primo operaio in Parlamento e fondatore a Genova de Il Lavoro, il giornale della classe lavoratrice, essenziale strumento di affrancamento in quegli anni duri.  

Gli ultimi elevatori a traliccio su Ponte Rubattino vennero abbattuti dopo la tromba d’aria del 1994, nella quale morì il gruista Armando Pinelli. Il Terminal Rinfuse rimase con le gru che si vedono oggi, e che hanno una quarantina d’anni di attività.  

Oggi la Compagnia ha 30 soci lavoratori, con stipendio da 600 a 1.200 euro al mese. Il carbone serviva solo più alla centrale Enel, ma sul Terminal (il cui ultimo proprietario, il gruppo Ascheri, è in concordato preventivo) arriva ancora petcoke, clinker e ceneri per i cementifici, sabbie varie per la produzione di piastrelle, silicio per l’hi-tech, sale quando l’inverno gela le strade. 

Recuperare con altra merce le 300 mila tonnellate annue di carbone garantite dalla vecchia centrale non è facile, ma nessuno in questo angolo di porto sotto la Lanterna vuole arrendersi. Non l’otto volte console della Pietro Chiesa, Tirreno Bianchi («non cambieremo mai nome: carbuné è il nostro marchio e non lo lasceremo»), non il terminalista Augusto Ascheri che impiega 40 persone e che è in trattativa per cercare un nuovo partner industriale: negli ultimi è emersa una trattativa con la famiglia Ottolenghi, industriali partiti da Torino che hanno fatto di Ravenna il primo porto rinfusiero in Italia. Nemmeno l’armatore della «Interlink», Pietro Repetto della Levantina Bulk: «Bisogna guardare avanti, senza piangersi addosso. Finisce l’epoca del carbone, è vero. Ma questa rimane una città con potenzialità enormi: è da quest’idea che dobbiamo ripartire. I mugugni non servono a nulla».  

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